8° Maratona di Reggio Emilia -14 Dicembre 2003
Luci, ombre… e tanto buio!
Di Marco Stracciari
Per chi come me e’ abituato a macinare chilometri sia in beata solitudine che in chiassosa compagnia, l’astinenza da maratona che dura ormai da un anno stava diventanto insostenibile.
Quest’anno un solo pettorale a Cremona e piu’ nulla, grazie ad una tremenda pubalgia e allora, in quattro e quattr’otto ho preparato questa maratona dicembrina che tanto mi e’ cara.
Poi una serie terribile di disavventure culminata con un virus intestinale preso il giovedi’ precedente che non lasciava presagire nulla di buono: ma pensando a tutto quello che avevo sofferto e quello che avevo fatto per prepararmi almeno decentemente per correre questi benedetti 42 km ho comunque voluto presentarmi al via.
Quindi appuntamento al solito posto con i soliti amici della "Clockwork Orange" (Arancia Meccanica) dei Gamber de Cuncuress (saremo in 10 al via e in 10 al traguardo) e via…autostrada!
Devo essere sincero e anche un po’ critico, questa volta, nei confronti dell’organizzazione e io, che non corro Milano per partito preso dopo essere stato "scottato" nella la prima edizione, mi aspettavo sicuramente qualcosa di meglio dalla nuova ubicazione all’interno dello Stadio Mirabello.
Bene la distribuzione dei pettorali e pacchi gara ma il luogo adibito al cambio mi e’ sembrato stretto ed angusto, il ristoro finale situato in una zona di traffico intenso (e non lo dice il CISS) per non parlare della distribuzione delle borse, affidate a due povere sprovvedute ed attempate signore!
E il percorso? Non e’ cambiato molto ma far percorrere a stanchi podisti il tratto finale tra bambini in bicicletta, mamme che li rincorrono e code di auto non e’ stata una grandissima idea e quell’arrivo cosi’… anonimo!!
Per quanto mi riguarda una prestazione indegna… vogliamo trovare le scuse in quel virus? Ma non sono mica un computer! Bene i primi 10 km, forse troppo veloci, chiusi attorno ai 43’ minuti, benino fino alla mezza in 1h31 e tanti e poi, dal 26… tanto ma tanto buio. Una serie infinita di stop and go (piu’ stop che go) e al 33 l’onta dell’abbassamento del pettorale durato pero’ lo spazio di un attimo: il tempo di ricordarmi una promessa fatta al mio piccolo Mirko: la medaglia da finisher che lui ci tiene tanto!
E allora, come in quei film americani dove il protagonista buono alla fine, tra mille sofferenze, ce la fa sempre (che noia, finiscono sempre bene questi film americani), rimetto il pettorale e riparto, ehm… si fa per dire.
Piano piano, corricchiando e fermandomi e chiedendomi perche’, arrivo al 40esimo dove frotte di podisti mi passano davanti con una facilita’ e una scioltezza disarmanti; mentre altri, per assurdo, sono piu’ cotti di me e procedono al passo. Miracolosamente dopo questo ultimo stop mi rimetto a correre e arrivo al traguardo, contento solo per averlo visto, in 3h17’. E’ nettamente il mio peggior tempo in maratona.
Ma l’inguaribile ottimista che c’e’ in me trova comunque un motivo per gioire: dopo giorni e giorni di pugnetti di riso in bianco e orecchiette smorte (mal deglutite e ancor peggio digerite) la penna all’arrabbiata gentilmente offertami da una gentile signorina va giu’ che e’ un piacere… il vero finisher vince a tavola!