18^ Maratona di Torino - 18 Aprile 2004

TORINO… COL VESTITO DELLA FESTA
Di Marco Stracciari

Abitualmente mi soffermo, descrivendo le mie gare, su dati tecnici, tempi, sensazioni e su come rispondono e, spesso, non rispondono le mie gambe.

Torino mi offre spunti diversi anche se dovrebbe essere proprio questo il racconto dove cuore, sangue, gambe hanno "lavorato" piu’ che in ogni altra occasione e dove le sensazioni, quelle da gara, sono state piu’ intense.

Certo, il tempo (e non mi riferisco a quello atmosferico peraltro ideale) mi esorterebbe a soffermarmi proprio sui soliti aspetti ma Torino, in una domenica finalmente primaverile, ha offerto davvero il meglio di se’ nell’occasione migliore, nonostante la crisi che la sta soffocando, i cantieri pro (o contro?) Olimpia 2006 che la stanno soffocando e tutti disagi logistici ma soprattutto sociali che la stanno attanagliando.

Torino offre il meglio di se’, il "vestito della festa", e che festa! La festa di 6000 bambini (tra cui il mio) che corrono all’impazzata finendo la loro piccola grande fatica sopra il mitico tappeto e sotto lo striscione "ARRIVO", sognando un giorno di emulare quei decerebrati (direbbe qualcuno) che poco prima erano partiti alla volta della loro ennesima fatica.

La festa delle migliaia di persone che una volta tanto lasciano a casa ogni mezzo di locomozione per perdersi serenamente, chi di corsa e chi camminando, lungo i viali alberati del Parco del Valentino e perche’ no? La festa di noi 2000, piu’ o meno, che hanno affrontato i 42 km e rotti attorno all’ex capitale, toccando luoghi anch’essi vestiti a festa.

E sono proprio questi luoghi a lasciare tracce indelebili nella breve storia di questa splendida mattinata: la gente, tantissima in ogni luogo, che ti incita, che ti applaude e ti sorregge. Un lungo serpentone che, alcuni tratti a parte, fa’ da cornice vivente ad un quadro pieno di colori, ma anche pieno di sudore e sofferenza… o gioia… o sconforto.

Le bande: quanto fiato hanno anche loro. Per ogni passaggio un motivo, una sinfonia o anche solo il ritmico battere dei tamburi a scandire cadenze sempre diverse ma nel contempo sempre uguali: dal keniano primo della classe all’ultimo dei tapascioni. E quel suono dei tamburi, assordante ma mai cosi’ gradito, che prima del trentesimo ti distrae quel tanto che basta per farti dimenticare quanto acido lattico i tuoi muscoli hanno versato e quanto ancora ne resta.

E poi la gente in costume: uomini, donne, ragazzi e ragazze. Queste ultime belle come le loro antenate, fasciate in vestiti colorati che la nostra memoria ovviamente piu’ ricordava. Belle tanto da far fermare qualcuno (Matteo, e chi senno’?) per un attimo lungo un bacio.

Ricordi che fanno bene, come quegli ultimi duecento metri corsi un po’ cosi’, tanto per goderseli; tanto per raccogliere prima gli applausi, poi gli incitamenti e le urla… e i cinque offerti dalle persone in prima fila, prima timidamente e poi… a decine e decine. Li ho presi tutti, ho incitato tutti ad incitarmi, con gesti eloquenti tipici di un bomber pallonaro e Torino ha risposto: alla grande… da pelle d’oca.

Ricordi che fanno male: i crampi, sempre piu’ frequenti dal trentasette in avanti, i sampietrini e il lastricato, che fanno la loro parte nel massacrarmi quei poveri polpacci gia’ maltrattati in tante e tante occasioni. Dolori dimenticati in fretta, complice un sorriso complice della bella miss con medaglia e bottiglietta… galeotta, versatale tutta in testa, povera!

La tentazione e’ stata troppo forte e le ho fatto la festa. Torino vestita a festa… e tutti avevano diritto a partecipare…

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