MARATONA DI NEW YORK 7 Novembre 2004  
  I FEEL TO BE LIKE INSIDE A MOVIE!!! 
  di Marco Stracciari  

 … e’ quanto dissi ad una simpatica e carina commessa di Macy’s appena giunto nella Grande Mela: “Mi sento di essere come inserito in un film!”. Lei rise, forse abituata a quella magica atmosfera che solo New York puo’ regalare. E se ci aggiungiamo che saro’ tra breve uno dei 40.000 e oltre protagonisti dell’Evento degli Eventi: sono in un film!

Mi aveva portato Pier da Macy’s, una specie di Rinascente ma  molto piu’ grande, il mio accompagnatore ufficiale tra le Avenues e le Streets, tra i grattacieli che “fanno” Manhattan ma che non fanno quasi mai passare il sole.. e allora il vento diventa gelido e ti taglia la faccia.

Il vento, una costante, sempre presente perche’ comunque Manhattan si spiega su un letto d’acqua che lambisce l’oceano Atlantico… il vento, tranne che domenica 7 novembre: il gran giorno.

Il gran giorno che comincia quando finisce e contrariamente alle mie abitudini quella domenica comincia quando il sabato finisce, tra le accoglienti mura di una pasticceria sulla 7th intento a strafogarmi di cheescake alle fragole. Una cosa enorme, come enormi sono tutte le cose che fanno New York; come grande, anzi, grandioso sara’ l’evento che mi attendera’ di li’ a poche ore.

A letto tardi, quindi, con un bel peso sullo stomaco e al diavolo i tempi, il cronometro e i parziali, dopo aver camminato per ore e ore e giorni e giorni tra quei giganti di cemento.

Pier gia’ dorme ma stranamente russa, complice un raffreddore che l’ha colpito proprio alla vigilia della maratona. Io invece faccio fatica e mi sveglio a tutte le ore e le 5 giungono in fretta.

Suona la sveglia ma non ne ho bisogno anche se solo immagino quello che mi aspettera’ e alle 6 siamo gia’ sul pullman che ci portera’ a Staten Island, nelle immediate vicinanze del Verrazzano Bridge.

Ci incolonnano come se stessimo andando a Guantanamo ma per loro, i poliziotti newyorkesi, siamo soltanto ospiti, anzi amici, e ci trattano bene dandoci il benvenuto e facendoci gli auguri per la fatica che andremo ad affrontare, e subito dopo un enorme prato ci accoglie e ci accolgono le note blues-rock di una band che gia’ suona alle 7 del mattino. Sembra piu’ una piccola Woodstock che la starting line di una maratona e poi c’e’ davvero di tutto: da mangiare, da bere, i massaggi.. perfino lo stand dei cerottini per il naso e per gli antidolorifici: non ci fanno mancare proprio nulla… e’ il vento l’unico grande assente, per fortuna.

Tra un caffe’, una barretta, un giro di fotografie e un “in bocca al lupo” all’amico Bagatta e ai suoi amici di Radio Deejay (che mi pronosticano 3 ore secche) ci portiamo, io e il Pier, sulla linea di partenza.

Partiamo sotto, nel primo gruppo, grazie ai bei tempi fatti registrare quest’anno, e aspettando il colpo di cannone udiamo la voce di Dee Dee Bridgewater (chi meglio di lei.. siamo su un ponte!) intonare l’inno americano, che molti non cantano non essendo ovviamente americani. L’effetto comunque e’ da pelle d’oca ma siamo solo all’inizio. I colpi di cannone che echeggiano su Staten Island ci danno il via… tutti sul ponte e subito e’ salita. Giu’, sul mare, alcune imbarcazioni sparano getti d’acqua bianchi rossi e blu e i mezzi dei vigili del fuoco ci fanno sentire le loro sirene.

Poi giu’ a perdifiato fino a Brooklin dove mi rendo realmente conto di cosa sia la New York City Marathon! Un fiume, anzi due fiumi di gente assiepata ordinatamente lungo i marciapiedi, gente di tutte le razze ma in particolar modo messicani che incitano a gran voce i loro beniamini e io, che ho la fortuna di correre tra due messicani, raccolgo la mia dose di applausi e di incitamenti. I bambini tendono le loro creole manine attendendo un cinque basso e figurarsi se non sto al gioco, e cosi’ divento anch’io beniamino dei messicani e al grido di “vamos italiano!!” percorro tutta Brooklin senza rendermi conto che l’andatura e’ nettamente inferiore al teorico 3:10 finale che avevo pronosticato. Ora anche i grandi mi offrono le loro mani e mi perdo nel leggere i loro cartelli: uno di essi recita “God Bless the Runners”: e’ di una ragazza alla quale rispondo: “God Bless You!”: ma che ci sta a fare questa con ‘sto cartello a quest’ora della domenica mattina a Brooklin? Da milanese non la capisco, da maratoneta mi fa un enorme piacere come fanno enorme piacere gli incitamenti in “simil-italiano” degli italiani di seconda o terza generazione. “c’mon italiano, andiamo..lookin’ good!”, piu’ o meno dicono tutti cosi’ gli italiani d’America ma va benissimo lo stesso.. e gruppetti di svizzeri tutti di rossocrociato vestiti con i soliti campanacci a sostenere tutti, come se fossimo a Wengen e noi dei piccoli Zurbriggen…

Lascio Brooklin: un pugno nello stomaco e poi via verso i vialoni di Manhattan e poi nel Queens dove la musica non cambia, anzi. Di vera musica si tratta: le bands si susseguono per le strade eruttando Watt a tutto spiano: Hard Rock e blues le sonorita’ piu’ gettonate e io mi sento sempre piu’ inserito in un film: sono uno dei 40.000 protagonisti di questo film anche se tutti si sentono protagonisti e gli spettatori per primi, incitando tutti… ma davvero tutti.

Il ritorno a Manhattan, verso la 1st Av e’ da paura, in tutti i sensi: il Queensboro Bridge fa paura. Una salita lunga e ripida, come tremendo anticipo della sublimazione della corsa… e pensare che a volte si incontrano cartelli con la scritta “Smile”, per sorridere quando si e’ ripresi per il DVD personale, le inventano tutte nella capitale mondiale del Business.

Una salita lunga e ripida e poi una discesa dove l’andatura non aumenta nel tentativo, vano, di recuperare un po’ e intanto un sibilo, leggero, poi piu’ forte e girato l’angolo un oceano di persone e un boato: ma non e’ un touch-down dei Giants, e’ la Maratona di New York. Un boato, lungo 26,2 miglia ma li’ ancora piu’ presente, ancora piu’ assordante. E poi via, verso la 1st con le gambe ormai stanche, che friggono, e con una pazza che mi corre a fianco con le braccia aperte gridando un improbabile “Bello Italianoooo!!”

Sarebbe bello se mi seguisse fino all’arrivo ma non ha la mia andatura e io non ho il fiato necessario per darle un minimo di considerazione. Proseguo e trovo anche il modo di provare il carbo-gel alla vaniglia raccolto in un ristoro. Mai fatto ma c’e’ sempre una prima volta: buono pero’!

Un rapido passaggio nel Bronx dove anche li’ una ragazza ci attende un eloquente cartello: “Welcome to Bronx”… un tempo una scritta del genere capeggiava per altri motivi ma e’ meglio cosi’, anche se troppo fugacemente il Bronx e’ interessato dalla Maratona, l’unica scelta opinabile di un’organizzazione perfetta.

Ora si scende, teoricamente, lungo la quinta non prima di aver “assaggiato” Harlem e i suoi casermoni, con quelle scale antincendio che fanno tanto film… ma sono o non sono in un film?

La quinta strada: la strada dei musei e dello shopping. C’e’ tempo anche per quelli ma ormai il fiato e’ corto e le gambe pesanti e poi finalmente Central Park che appare sulla nostra destra al pari dell’ennesimo gruppetto di svizzeri con campanacci e magliette-bandiera. Ma e’ solo un miraggio perche’ mancano ancora 4 miglia e si esce da quella celestiale visione per poi rientrarci ed e’ un susseguirsi di su e giu’ che limano le ultime energie.

3 miglia, e se fossero chilometri ormai sarebbe quasi fatta ma non e’ cosi’ anche se il pubblico, piu numeroso che mai, ti da’ quella piccola spintarella in piu’ che a questo punto fa cosi’ tanto bene alla mente e al fisico.. e un italiano che affianco e che vedo allo stremo mi chiede quanto manca. Alle tre miglia aggiungo un beneaugurante “solo” anche se solo tre miglia sono quasi 5 chilometri.

Il carbo-gel pero’ sta facendo il suo lavoro e riprendo a spingere…ma sara’ il carbo-gel o la voglia di godermi Columbus Circle e poi l’entrata, quella vera, a Central Park? Eccola, Central Park ma sara’ ancora su e giu’ fino alla fine… vedo l’arrivo solo perche’ e’ in salita: pure quello! Arriviamo in tre italiani, non li conosco ma mi affianco a loro… non capisco piu’ nulla: la stanchezza, l’emozione, la fame.. non lo so: so soltanto che l’arrivo segna la parola fine. Non solo di una maratona ma di un film, dove anch’io mi sono sentito inserito. Starring:  Marco Stracciari as himself c’e’ scritto nei titoli di coda… inserito da protagonista, in questo straordinario film girato a New York City.

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