4 Giugno 2006
Cortina - Dobbiaco (BL-BZ)

 

7^ Cortina-Dobbiaco Run


di Marco Stracciari

 

  

 

Ai piedi delle Tofane

Dopo averla corsa mi sono chiesto: “Ma la scopro solo ora questa gara?”. Ne avevo sentito parlare spesso, della Cortina-Dobbiaco, e in verità l'anno scorso ci avevo fatto un pensierino, accantonato subito per vari problemi. Ma quest'anno non ho avuto nessun dubbio: pianificata da tempo, e come sempre fiancheggiato da Sabrina, che se si deve correre tra il verde non dice mai di no, mi dirigo verso Cortina subito dopo aver corso una 21 km a Paderno D'Adda, tanto per “fare” la gamba.

Il traffico ci spaventa un po' fino a Bergamo, ma poi è un piacere durato poco più di 4 ore e arrivati lì, in una delle perle delle Dolomiti, il simpatico gestore dell'hotel ci accoglie.

 

Cortina, città morta

Complice il lungo ponte, pensavamo di trovare Cortina nel pieno delle sue frenetiche attività, fatte di negozi e lustrini, vip e pseudo-tali, e invece… Invece si fa fatica a trovare un ristorante, un luogo dove poter bere qualcosa nel pomeriggio; poca, anzi, pochissima gente sul centrale Corso Italia e, come se non bastasse, nessun riferimento alla gara.

Sabrina, con il fiuto che la contraddistingue in questi casi, riesce comunque ad estrarre il coniglio, pardon, il ristorante dal cilindro e, dopo un “misero” aperitivo a base di vini pregiati e vassoi di salumi, scova un “angolino del buon gusto” dove consumeremo la nostra cena. Per il resto, vuoi anche per il vento e il freddo che ci assale, nulla e nulla ancora: proprio una città morta, Cortina, almeno in quel weekend.

 

L'Austria che non ti aspetti

Il sabato è dedicato al ritiro dei pettorali, in quel di Dobbiaco. Ripercorriamo la strada che ci porta fin laggiù fiancheggiando il sentiero sterrato, teatro della manifestazione di domenica.

E' mattina, il tendone che ospita l'expo è chiuso e… che ci facciamo tutto il giorno a Dobbiaco? Allora via, direzione Austria: porto Sabrina fino a Lienz, stupendo villaggio a 30 chilometri da quello che una volta era un confine e che il trattato di Schenghen ha trasformato in un ampio parcheggio per camion.

Non mi aspettavo di trovare persone parlanti italiano e invece, in farmacia come al ristorante, qualcuno più o meno lo mastica, per cui riesce anche non difficile farsi capire. Al ristorante, serviti da un "simil Giovanni Storti" tirolese (quello di Aldo, Giovanni e Giacomo, tanto per intenderci), ci “pappiamo” canederli in brodo e gulasch con polenta per Sabrina, mentre io mi dirigo verso un più sobrio piatto di tortelli con ripieno di patate (e burro fuso a parte). La cosa strana è che, mentre degustiamo l'antipasto, il “simil-Giovanni” è già pronto con i primi e poi con i secondi, e sempre con lo stesso sorrisetto dal baffo diagonale ci biascica qualche parola in tedesco, intramezzata da qualche parola in italiano. Beh… Capiamo che se fosse per lui non ci sarebbe nessuna fretta, quindi lo prendiamo in parola. Anche il prezzo di tutta questa operazione ci lascia di stucco e nello stesso tempo ci esalta: nettamente inferiore al sia pur pingue aperitivo della sera prima a Cortina. Sazi, abbandoniamo Lienz (non prima di aver fatto il pieno anche all'auto) e torniamo a Dobbiaco. Ritiro pettorali dopo qualche intoppo (un fax malandrino che aveva inviato un foglio anziché due) e l'incontro con Antonio e Stefano, della “Paratico”, e con Flavio Mangili, che sinceramente non mi aspettavo di trovare.

Torniamo a Cortina e torniamo nell'unico ristorante (o luogo degno di tal nome) aperto per un “carico” finale di carboidrati prima della gara.

 

Da Solfrizzo alla Volpato

E venne domenica, giorno della gara. Scoperto la sera prima che la partenza avverrà nel parcheggio dei pullman proprio sotto la finestra del nostro hotel, decidiamo di prendercela comoda e senza problemi consumiamo la nostra colazione in stanza. Il cielo è plumbeo, ma per fortuna il vento è calato vistosamente e la temperatura s’è leggermente alzata rispetto ai due giorni precedenti, cosa che lascia indifferente me ma che rasserena Sabrina, che comunque si veste come se l'aspettasse un raid siberiano compreso di Tenda Rossa.

L'impatto con la zona partenza è traumatico: mi sembra di vederli tutti forti. Tutti alti e magri e con le gambe lunghissime, questi podisti… Ok, c’ho tentato: faccio la mia garetta e vada come vada.

Girando in lungo in largo, scaldandomi un po' (attività che Sabrina evita costantemente), incontro il Paolo Solfrizzo prima (che aveva bigiato una settimana fa a Firenze) e addirittura la Mariannina, anche lei probabilmente lì per rifinire la preparazione per la Monza-Resegone. Mi presenta suo marito, la Mariannina, e insieme sembrano l'articolo “IL”, con la differenza che la “I” (di Mariannina) è scritto minuscolo, mentre la “L” (di suo marito) mi ricorda, vicino a lei, una gigantografia autostradale.

Sabrina poi mi presenta Sara, una nuova “adepta” di Pod.Net, molto gentile e simpatica, la quale mi descrive per filo e per segno il percorso: saranno molto utili, le sue indicazioni. Mentre mi riscaldo e perdo tempo in chiacchiere (più la seconda che la prima) non mi accorgo che la maggior parte dei partecipanti ha già preso posto là davanti, dove si parte. Con Paolo, e con Sabrina dietro, mi accomodo nelle posizioni di retroguardia e… via! Forse una delle partenze più lente da quando corro, o perlomeno mi sembra, ma - a giudicare dal primo chilometro - il 4'33" fatto registrare, compatibilmente con la pendenza del percorso che ci accompagnerà per i primi 14 km, potrebbe anche starmi bene. Taro l'andatura su quei ritmi, aspettando il 15° e la lunga discesa fino alla segheria di Dobbiaco; mi godo il paesaggio, davvero unico, e intanto prendo decine e decine di podisti decisamente più lenti di me. All'inizio i sorpassi avvengono con difficoltà (si corre sempre su un sentiero di montagna), ma via via che passano i chilometri mi scaldo e abbasso, anche se gradualmente, il mio crono. Supero anche Flavio, che di solito mi dà da mangiare tanta polvere ma che oggi ha più voglia di parlare che di correre. Mi butta lì qualche frase in puro idioma bergamasco, a cui rispondo a monosillabi per non fare la figura di quello che non ha capito (e infatti non avevo capito) e lo supero, pur mantenendo il mio ritmo, tutt'altro che veloce.

Al 9° l'incontro che non ti aspetti: un razzo grigio e secco mi scuote letteralmente; un altro, blu, per poco non mi butta giù per terra. Quello blu non lo conosco, ma quello grigio non è altri che Giovanna Volpato, atleta della nazionale da 2.28 in maratona. Su per giù viaggiano poco sopra i 4' al km (e siamo in salita, anche se leggera!). Quale occasione migliore per dare una “sveglia” alla mia corsa? Le caccio un urlo: “Eh, ma così vinci!”. Lei ride e mi mostra il micropile senza pettorale: corre fuori gara - anche perché una cosi, se stesse gareggiando, non andrebbe certo su a quel ritmo. Il ragazzo che è con lei non muove un muscolo facciale, mentre i muscoli delle gambe, le loro ma anche le mie, viaggiano che è un piacere. Scolliniamo, e Giovanna e il suo alfiere si fermano; mi augura un “in bocca al lupo”, anche se il vento lì è forte e contrario e un certo fastidio lo dà, ma ormai sono lanciato e il primo rettilineo della discesa coincide ormai con il 15° chilometro.

Il crono si abbassa notevolmente (viaggerò tra i 3'40” e i 3'55”, a seconda della pendenza del tracciato) e intanto mi affianco a un gigantesco ragazzone di bianco vestito. Cerco di parlargli, ma lui niente; alzo la voce, ma ancora niente. Penso a un problema di udito, quando un signore, di lì a poco, gli dà indicazioni… in tedesco! Ah, ora capisco! O meglio, non capisco un tubo, intanto lui parte a rotta di collo per andare chissà dove. Lo ritroverò ansimante ancora prima del 21°.

I chilometri scorrono veloci, la stradina è tutta dritta e in leggera discesa e il terreno è sì sterrato, ma ben battuto e scorrevole: per me è semplicemente l'ideale, infatti continuo nella mia “opera” di recupero-atleti a tal punto che non li conto nemmeno più. Alla mezza “raccolgo” due ragazzi vestiti uguali, che incito: “Ancora 10 km così e il gioco è fatto”, urlo loro. Il primo mi risponde con ancora un buon timbro vocale (e un buon fiato), l'altro o è muto o è tedesco… e non risponde, continuando a sgroppare a testa bassa. “Par mi l'è sciupà!” - e mentre lo penso mi allontano anche da loro. Ho fiato e spirito sufficienti per salutare le persone che, di volta in volta, appaiono quando la strada “spiana”, e per salutare gli addetti al percorso (Alpini ai ristori, Carabinieri sulla strada adiacente).

E' incredibile, ma non avverto il minimo senso di stanchezza e anzi, quando vengo raggiunto e superato da un ragazzo, reagisco a tal punto che in breve tempo mi riporto sotto di lui. Comincia una specie di gara tra noi due, gara che dopo poco diventa un accordo (verbale) per percorrere insieme gli ultimi 5-6 km che ci dividono dal tartan dello stadio di Dobbiaco. Intanto prendiamo atleti che corrono, atleti che ci provano e atleti che ormai hanno speso tutto, come quel tipo che ci vede arrivare a spron battuto mentre è appoggiato a una balaustra. Lo affianchiamo e lui prova a ripartire con noi, senza alcun successo… e lo perdiamo. Un altro cammina mani ai fianchi, ormai sfiancato da una partenza forse troppo veloce, allora discutiamo su come si deve partire, alla Cortina-Dobbiaco. Mi dice, il ragazzo che è con me, di essere partito addirittura a 4'40” e di avermi visto passare attorno al 6°-7° km: non è un caso, forse, che siamo, tra tutti quelli che ci precedono o che abbiamo passato, decisamente i più pimpanti. Mi confessa di non conoscere il percorso e glielo descrivo, soffermandomi sull'ultima, faticosa salita subito dopo la segheria: “Si chiama segheria perché ti sega le gambe”, gli dico. “A meno che le gambe non mi si segano prima”, mi risponde. Ma ormai siamo al Lago di Dobbiaco, 28° km; ne mancano solo 3 e mezzo, ma di lì a poco perdo anche lui: forse con le gambe già segate, ha pensato bene di non insistere.

Eccola la segheria, e - puntuale - la lunga e dritta salita che mi porterà nel cuore di Dobbiaco (o Toblach, fate voi).

Affianco e supero un podista non particolarmente corretto (si fa tagliare l'aria, anzi, il vento da un amico ciclista) e salgo. Salgo e ne prendo ancora (pochi, in verità) e ormai vedo il cartello del 31°, laggiù, diventare sempre più grande. Un chilometro secco in salita a 4'15”: vuol dire che ci sono ancora eccome, e anzi, ho abbastanza energia per correre i restanti 500 metri in 1.54, compreso l'arrivo allo Stadio, dove una folla urlante - che non avevo previsto - mi accoglie.

Un breve passaggio al ristoro e incontro nuovamente quel ragazzo abbandonato al lago di Dobbiaco, che mi ringrazia della compagnia e dei suggerimenti: anche lui si è divertito e ci diamo appuntamento per la prossima edizione.

Il tempo finale è di tutto rispetto: 2h09’ per percorrere i 31,5 km di un percorso che definire bello è come offenderlo. Purtroppo non posso dire la stessa cosa dell'organizzazione, latente sia per quanto riguarda i ristori (da quello che mi hanno detto, io li ho saltati tutti) e per un luogo forse un po' troppo angusto per consumare la propria doccia, oltre al pasta-party (a pagamento, e che pagamento!). Dettagli sicuramente migliorabili.

Mentre torno dallo spogliatoio estraggo la mia digitale, giusto il tempo per immortalare alcuni arrivi: in successione tagliano il traguardo Antonio e Stefano, Paolo, Sara, Mariannina e il sempre presente Luciano Morandin (senza radio, stavolta), quindi Sabrina, stanca ma felice per aver corso in un habitat certamente inusuale ma sicuramente meraviglioso. Poi, con Sara, altre foto e l'attesa (lunghina) del pullman che ci riporterà a Cortina, che, nonostante la domenica e il sole finalmente splendente, rimane una “città morta”: si fa fatica a trovare un ristorante, un luogo dove poter bere qualcosa nel pomeriggio; poca, anzi, pochissima gente sul centrale Corso Italia e, come se non bastasse, nessun riferimento alla gara: come venerdì, ma ci torneremo comunque, anche con il cielo di piombo e il vento!

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