PODISTI.NET alla  NEW YORK CITY MARATON 2006

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New York  5 Novembre 2006

 

 

 

“I Ran The NYC Marathon”
Marco Bordieri

Che dire della maratona più famosa del mondo?

Il sogno di ogni podista? La sublimazione della passione per la corsa? La Mecca da visitare almeno una volta nella vita?

Oppure

Il sogno di ogni snob? Una carnevalata? Una giostra mangiasoldi?

Non saprei dare una definizione univoca, ma posso raccontare quello che ha rappresentato per me.

 

 

The Long and Winding Road

Una strada lunga e tortuosa, cantavano i Beatles nel 1970, è tale è stato il percorso che nel giro di due anni mi ha portato dalla poltrona di casa al traguardo a Central Park.

Due anni fa durante una visita medica venni etichettato “in sovrappeso”, ufficializzando le velate lamentele della mia consorte circa lo stato della mia forma fisica. Proprio in quel periodo un amico mi propose di andare al Parco di Monza a correre un po’, accettai benché la cosa non mi entusiasmasse affatto. Nel giro di settimane passai da correre qualche minuto a un’ora di corsa ininterrotta. A poco poco mi stavo rendendo conto che avevo imboccato una via senza ritorno, benché non mi ponessi obiettivi di sorta se non cercare di capire di volta in volta se ci fossero ancora margini di miglioramento.

Dopo 7 mesi di allenamento corsi la prima maratona a Verona, un’emozione indescrivibile benché accompagnata da crampi e dolori inenarrabili.

Poi altre 6 maratone, alternate a infortuni passeggeri (tendinite, periostite, sciatica, sindrome della bendelletta ileo-tibiale,...), cosa che capitano quando hai un entusiasmo di un Baldini ma un fisico di un Bordieri.

 

E’ nel febbraio di quest’anno che decido di iscrivermi alla maratona di NY acquistando un pacchetto viaggio+gara. Per chi non lo sapesse, poiché ogni anno la domanda è superiore all’offerta, i pettorali vengono distribuiti secondo 4 canali: tramite i tour operator che abbinano al pettorale il pacchetto viaggio e soggiorno, alle organizzazioni no-profit che distribuiscono i pettorali a chi raccoglie donazioni di qualche migliaio di euro, tramite vendita diretta agli atleti che in altre maratone hanno impiegato un tempo inferiore ad una soglia predeterminata (circa 3 ore, variabile in funzione dell’età) oppure tramite una lotteria. Non è che ci sia molta scelta quindi, e i prezzi risentono della forte domanda del mercato italiano (3.500 italiani partecipano ogni anno) e dell’oligopolio dei pochi tour operator italiani accreditati alla rivendita dei pettorali.

In pratica il costo di trovarsi ai piedi del Ponte di Verrazzano con un pettorale indosso e 42.195 metri da percorrere è di almeno 1.800 euro.

 

Mancano ancora un po’ di mesi e decido di dedicarmi alle mezze maratone prima di iniziare la preparazione specifica a giugno. Sarà stata quella volta che ho corso troppo, o quella lunga discesa a folle velocità per superare il mio amico Roberto, a maggio comincia a farmi male una tibia e ogni volta che corro sono costretto a fermarmi dopo pochi minuti. Passano i mesi, il fisioterapista continua a massaggiarmi (ahi che male!) una ipotetica infiammazione muscolare ma le cose non migliorano. Ad agosto, oramai fermo da 3 mesi, ingrassato di 5 chili, depresso per vedere che NY si allontanava sempre di più, decido interpellare un altro fisioterapista e questa volta la diagnosi è giusta: frattura da stress alla tibia, accompagnata dalla considerazione che “i massaggi sono la cosa peggiore che si può fare in questi casi”.  Allegria!

Gli chiedo un consiglio visto che mancano 3 mesi alla maratona, ho una gamba rotta, la pancia, le balle girate e mi risponde: “Correre la maratona è impensabile, se hai già pagato il viaggio ti resta l’aspetto turistico”.

Raggi X e TAC confermano la diagnosi, ma per fortuna la frattura è già entrata nella fase di guarigione e l’ortopedico mi assicura che da settembre potrò gradualmente riprendere a correre.

Due mesi sono pochissimi, specialmente partendo da un periodo di inattività totale, e un allenamento troppo accelerato può portare altri infortuni, ma devo provarci.

Passo agosto sulla cyclette, il 27/8 spolvero le scarpe e le indosso per una corsetta di 10 km. Sarà suggestione, ma ho l’impressione che la tibia faccia ancora un po’ male. Sto fermo un’altra settimana, corro a fatica 18 km, ancora un po’ di fastidio, che fare? Andiamo avanti.

Nelle successive 7 settimane avviene il miracolo: aumento gli allenamenti fino a 35 km, il dolore magicamente scompare, perdo i chili di troppo. Mi sembra di essere passato nella piscina di Cocoon, NY torna a materializzarsi!

 

 

A NY, in attesa del grande giorno

A NY sono già stato tre volte, ma l’idea di starci solo il tempo necessario alla maratona mi è parsa insensata. Approfittando dell’ospitalità degli amici Lorenzo, Francesca e il loro figlio Pietro, che vivono da due anni in Connecticut, anticipo la partenza alla domenica prima della gara per stare qualche giorno a casa loro. Vivono in una villetta come quelle che si vedono nei film: bianca, interamente di legno, giardino davanti e dietro, vialetto che conduce al garage. All’interno una scaletta stretta scende nel basement, unica parte in muratura, dove mi sarei aspettato di trovare qualche indizio di una insospettabile aberrazione, che so ... un prigioniero vestito di lattice e incatenato al muro, una motosega insanguinata, un frigorifero pieno di parti umane, e invece trovo solo gli impianti che forniscono acqua, calore e energia alla casa. Meglio così.

Al mattino sveglia alle 6 per prendere il treno delle 7 diretto a NY; Lorenzo lavora a Manhattan e accompagnarlo in mezzo agli altri pendolari mi fa sentire un po’ emigrante. In poco meno di un’ora si arriva alla Grand Central Station, quella perfettamente riprodotta nel film Madagascar in cui degli animali scappati dallo zoo finiscono con lo scassare il caratteristico orologio posto al centro del salone.

 

NY è sempre incredibile, è tutto un brulicare di umanità indaffarata, di clacson nervosi, di taxi gialli che tagliano la strada per fiondarsi verso il cliente col braccio alzato, di innumerevoli attraversamenti pedonali, di baracchini ambulanti che ti inondano col fumo degli spiedini alla piastra, di poliziotti iperattrezzati, di aerei di linea che solcano quel poco di cielo che si vede tra i grattacieli e che sembrano sempre troppo vicini alla città. L’ultima volta che sono stato qui, nel ’99, ero salito sul World Trade Center, avevo gustato la vista verso i grattacieli dell’upper town e verso la Statua della Libertà, nella grande piazza antistante avevo avuto difficoltà ad inquadrare i grattacieli nonostante il forte grandandolo e mi ricordo di essermi seduto su una panchina non lontana dalla scultura a palla di Joe Pomodoro. Questa volta nell’avvicinarmi a piedi mi chiedevo cosa avrei provato svoltando l’ultimo angolo che mi conduceva a Ground Zero, la risposta non ha tardato a venire: un grande vuoto.

Mi ha colpito vedere i passanti entrare e uscire dalla stazione metropolitana senza neanche buttare un’occhiata a quel grande volume d’aria, ma poi penso che sono passati 5 anni e per chi passa di lì tutti i giorni è un panorama oramai consueto.

Sul lato sud della piazza, in Liberty Street, c’è un piccolo museo, il WTC Memorial, con suppellettili recuperate tra le macerie e con le foto dei caduti fornite dai parenti, foto che ritraggono le persone nei loro momenti più significativi. Per alcuni di loro questi momenti erano rappresentati dalla corsa, come nel caso del podista che si era iscritto alla maratona di NY 2001 e che i parenti hanno ricordato con una maglietta.  Di fianco al memorial c’è la stazione dei Vigili del Fuoco “Ladder 10” (“Scala 10”), la prima a intervenire in quella mattinata di settembre, danneggiata dal crollo e riaperta nel 2003.

 

A NY cammino come un forsennato per 10 ore al giorno, mi chiedo se possa avere effetti sulla preparazione sportiva e concludo convenientemente che stare tante ore sulle proprie gambe può fare solo bene, in fondo la maratona ne dura solo 4.

I giorni passano veloci gironzolando per Soho, Greenwich Village, Little Italy, Chinatown, Time Square, e indulgendo in qualche pasto non proprio indicato per il pre gara: ristoranti cinesi, sushi, hot dog e patatine fritte, ma mi riprometto di mettermi in riga almeno negli ultimi 3 giorni.

I negozi della città sembravano piuttosto indifferenti al grande evento della domenica, mi sarei aspettato per esempio che a fronte dell’arrivo di 38.000 podisti i negozi di articoli sportivi dedicassero tutte le vetrine disponibili ai prodotti per la corsa e invece devo dire che questo è stato vero solo per alcuni grandi negozi, come il Nike Store, per gli altri pareva business as usual. In uno di questi negozi trovo finalmente una soluzione per portare gli integratori alimentari durante la corsa, una tasca a clip da agganciare ai pantaloni. Avevo girato diversi negozi italiani esponendo il problema e dalle risposte dei negozianti avevo l’impressione che fossi l’unica persona sulla Terra ad avere una tale esigenza.

Non poteva mancare una escursione al più grande Outlet della zona, a 80 km da NY. 220 negozi, prezzi interessanti, per arrivarci noleggio un’automobile (in realtà è un famigerato SUV perché avevano finito le automobili). Alla fine non so se ho risparmiato qualcosa, specialmente considerando che in queste occasioni si acquistano a basso prezzo cose che normalmente non si acquisterebbero proprio, però è stato divertente.

 

 

Il clima pre-gara

Arriva il giovedì, giorno in cui mi devo trasferire in albergo e ricongiungermi ad altri podisti arrivati dall’Italia, tra i quali l’effervescente compagno di stanza Luciano e l’amico Roberto Mandelli.

E’ un po’ un ritorno alla realtà e al motivo per cui sono lì, mi rendo conto che la maratona è imminente e che nei giorni precedenti ho pensato solo a fare il turista, camminando molto, mangiando male e dormendo 5-6 ore per notte. La visita all’Expò per il ritiro del pettorale mi cala definitivamente nel clima frizzante del pre gara.

L’Expò è situato in un grande centro per esposizioni e l’Asics, sponsor della manifestazione, occupa un quarto della superficie. Di Asics è il merchandise ufficiale “NYC Marathon 2006”, però non è proprio regalato (38$ per una maglietta a maniche corte). La Nike, che non può usare il marchio della manifestazione, fa quello che può con la linea “Run NYC 06” e con la sponsorizzazione del debutto in maratona dell’ex ciclista Lance Armstrong con la linea di prodotti “10//2” (il 10/2 o 2 Ottobre 1996 è la data in cui gli venne diagnosticato un tumore, poi guarì, tornò in sella e vinse 7 volte consecutive il Tour de France).

L’organizzazione è incredibile, vengo incanalato in una catena di montaggio e nel giro di pochi minuti ho superato i vari stadi del processo e mi ritrovo con la sacca gara in mano.

La stessa efficienza la ritroverò in quasi tutti i momenti della gara, una organizzazione quasi perfetta. Cerco di coglierne il segreto e giungo a queste conclusioni: spazi adeguati al numero di persone, un numero enorme di volontari ben addestrati (a differenza dei volontari nostrani, che di solito partecipano “per dare una mano”, questi dimostrano di agire in maniera coordinata e professionale), uno studio attento dei flussi e dei colli di bottiglia. Per esempio una volta che ci si incanala in un flusso non è consentito fermarsi per chiacchierare o per aspettare un amico e se lo fai ci sono addetti che ti invitano a proseguire. Se poi per qualche motivo fai qualcosa di imprevisto, come tornare indietro controcorrente, puoi star sicuro che al secondo passo troverai una persona cortese ma risoluta che ti blocca. Ne sa qualcosa il mio amico Roberto, che una volta entrato in un grande negozio di fotografia doveva fare pochi metri a ritroso in direzione del deposito borse posto all’ingresso per ritirare un oggetto dalla borsa e si è trovato uno sbarramento umano degno della scorta al presidente degli Stati Uniti.

D’altra parte è una città con una ferita ancora aperta e l’ossessione per la sicurezza è palpabile: poliziotti ovunque, soldati in mimetica alla stazione ferroviaria, telecamere, guardie di sicurezza negli alberghi dotate di auricolari e microfono nel polsino, inviti a segnalare eventuali attività sospette, fotografia e rilevamento di impronte digitali all’arrivo in aeroporto. Tutta la zona attorno a Wall Street è stata fortificata e interdetta al traffico, le visite guidate fino alla balconata della sala contrattazioni sono un ricordo del passato. Un cartello posto all’ingresso di un grattacielo correttamente informa chi entra che verrà ripreso da 70 telecamere della videosorveglianza. Intendiamoci, niente di fastidioso, però è sicuramente meglio evitare comportamenti che potrebbero essere interpretati come sospetti, come ad esempio cercare di imbucarsi in un grattacielo di Times Square per scattare una foto da un piano alto.

 

Siamo a venerdì, gli oltre 3000 italiani sono arrivati tutti a NY, ovunque ti giri senti parlare italiano.

La giornata inizia alle 7 con una corsetta a Central Park. Fa un freddo becco, pochi gradi sopra lo zero, dall’albergo si parte e si arriva correndo facendo zigzag tra la folla e i semafori, non c’è da distrarsi ma con la coda dell’occhio vedo i grattacieli illuminati dalle prime luci del giorno ed è un gran bello spettacolo.

A Central Park incrociamo l’inglese Paula Radcliffe, detentrice del record mondiale femminile in maratona (2:15), quest’anno non correrà perché in attesa di un figlio ma evidentemente a una corsetta a Central Park non sa rinunciare neanche lei. Sull’onda dell’entusiasmo facciamo il giro di tutto il parco per complessive 2 ore di corsa.

Per cena ci concediamo l’ultimo peccato di gola prima della maratona, un amico ci porta a mangiare “la miglior costata di NY”, effettivamente è molto buona e tutto fila liscio fino al momento in cui riceviamo un conto di 80$ a testa. Quella bistecca tornerà a far parlare di sè, quando settimane più tardi la rividi al cinema nel film “Il Diavolo Veste Prada”, nel quale la segretaria della crudele Miranda si reca nel medesimo ristorante per prendere una bistecca che poi finirà miseramente nel lavandino.

 

Arriva il sabato, mi riprometto di non passare tutta la giornata camminando e ci riesco solo in parte. Al mattino partecipo alla Friendship Run, una corsetta non competitiva di 5 km che parte dal palazzo dell’ONU e arriva al traguardo della maratona a Central Park. Discorso del Sindaco di NY e poi via insieme a migliaia di podisti con bandiere del proprio paese e abbigliamento più o meno folkloristico a simboleggiare l’unione tra i popoli.

In serata Pasta Party sponsorizzato dalla Barilla in un grande tendone, tutti a mangiare pasta e insalata per fare il carico di preziosi carboidrati. La musica assordante garantisce che appena finito di mangiare si lasci libero il posto a chi aspetta il proprio turno in coda.

Entro in contatto con numerosi italiani e scopro con mia sorpresa quanto sia alta la percentuale di coloro che arrivano a NY senza aver mai corso una maratona. Non a caso è la maratona con i tempi medi più alti: metà dei corridori impiegano più di 4 ore e 22 minuti. Fare la prima maratona a NY dev’essere un cocktail esplosivo, ma se si comincia ad andare in crisi a metà strada è dura godersela.

 

Torno in stanza per la preparazione della borsa, dell’abbigliamento da gara e del chip sulla scarpa. Il mio pezzo forte sarà la maglietta con la foto di mia figlia Giulia sul davanti e la bandiera italiana e il nome Marco sul dietro. La indosserò solo in questa occasione e poi la terrà lei come ricordo, fra qualche anno apprezzerà (spero!).

 

 

Il Race Day

Dormo come un sasso grazie al sonno accumulato nei giorni precedenti e alle 5 suona la prima delle 3 sveglie. La partenza è alle 10.10, ma per motivi organizzativi alle 6 bisogna già essere sul bus che porta a Staten Island.

La zona della partenza è enorme e i 38.000 podisti si muovono senza intralcio. Unico problema il freddo, 4 gradi, che costringe a coprirsi di stracci e vecchi abiti che verranno poi buttati al via. Io me la cavo con una elegante tunica ricavata da due coperte British Airways.

Stretching, riscaldamento, ultima ispezione ai bagni e con l’adrenalina alle stelle prendo posto nel serpentone dei 38.000.

Ci siamo, tutti al proprio posto, i megaschermi inquadrano la linea di partenza e vengono presentati i top runner tra cui il nostro campione olimpico Stefano Baldini. Il boato del cannone arriva inaspettato per tutti, Baldini era addirittura girato indietro, un brivido attraversa 38.000 schiene, si parte!

Da dove sono io ci vogliono 6 minuti per arrivare alla linea di partenza, ma non importa perché questa è una delle poche gare in cui il tempo determinato dal passaggio della propria scarpa è considerato anche come tempo ufficiale (eppure le prime file sono piene di italiani che si sono imbucati dove non dovevano stare, all’insegna di una concezione dello sport, e della vita, basata più sui gomiti che sulle gambe).

Le note di “New York, New York” e di “Born to Run” lubrificano le mie pupille e mi sento le ali ai piedi nonostante la partenza sia in salita per attraversare il magnifico Verrazzano Bridge.

Sotto il ponte i rimorchiatori spruzzano getti d’acqua a festa. All’orizzonte la sagoma dei grattacieli di Manhattan, là vicino c’è l’arrivo, accidenti quanto sono lontani!

Ho come l’impressione che il ponte oscilli sotto i piedi, sensazione poi confermata dall’amico Roberto che in piedi su uno spartitraffico stava fotografando il fiume di persone: il ponte effettivamente oscilla sotto i colpi dei 76.000 piedi.

 

La mia strategia di corsa prevede che mi tenga vicino ai pacemaker dei 4 ore e 15 minuti (per i non podisti: il pacemaker è un corridore che su incarico degli organizzatori si impegna a correre la maratona ad un ritmo costante e ad arrivare al traguardo esattamente nel tempo dichiarato sulla propria maglietta). 4:15 è il tempo che impiego normalmente, ripeterlo su un tracciato ondulato come questo e con una preparazione affrettata sarebbe un bel risultato.

 

Un torrente di emozioni

Scendiamo dal ponte, entriamo a Brooklyn e comincia la festa che ci accompagnerà fino all’arrivo.

Difficile descrivere la sensazione di correre tra due ali di folla urlante e festosa che ti tende le mani in attesa di un gimme five o per lo meno di un sorriso. Direi che è come sentirsi Papa per un giorno e questa secondo me è l’essenza della Maratona di NY. Certo, anche il paesaggio urbano ha il suo fascino, i quartieri che si attraversano sono veramente pittoreschi e ricordano i film ambientati nella periferia americana dove dei tipacci poco raccomandabili stazionano tutto il giorno sui gradini delle case , ma senza tutto quel calore sarebbe solo una corsa in un posto inusuale.

E’ anche possibile scegliere tra diverse gradazioni di contatto con il pubblico: nullo se stai al centro del fiume di persone, visivo se stai a un paio di metri dal bordo, fisico se scivoli lungo il pubblico e non puoi sottrarti a tutte quelle mani grandi e piccole che ti si parano davanti. Personalmente preferivo la soluzione intermedia, non me la sentivo di battere il palmo con il quale mi asciugavo il sudore su delle mani innocenti.

Ci sono persone di ogni età e colore, qualcuno aspetta il passaggio di un conoscente, ma la grande maggioranza è lì per tutti noi e sventola cartelli tipo “Pain Is Temporary, Pride Is Forever”, “You Are The Greatest!”, “Brooklyn Welcomes You”, “Go Runners!”, “You Gonna Make It!”.

E poi le urla... “Lookin’ Good!”, “Come on!”, “Go!”, “Giulia!”, “Giulia!”, “Giulia!”, “Giulia!”, “Go Daddy!”, ...

Difficile non emozionarsi. Ancora più difficile capire dove cavolo è finito il pacemaker delle 4:15 coi suoi palloncini verdi di riconoscimento, mi ero ripromesso di stargli vicino... sarà davanti, sarà dietro, ma chi se ne frega!

 

Corro con un braccio alzato davanti a quella moltitudine di volti che scorrono veloci cercando di accontentare tutti con un seppur breve contatto oculare e un sorriso. In molti vedendo la mia maglietta esplodono in festeggiamenti ancora più calorosi; nella baraonda generale alle volte sento il nome di mia figlia solo quando sono già avanti, allora mi giro e immancabilmente trovo un volto sorridente che mi stava seguendo con lo sguardo in attesa di un cenno d’intesa.

In molti offrono bicchieri d’acqua, spicchi d’arancio, banane, o più semplicemente dei fogli di carta assorbente utilissimi per asciugare il sudore. In realtà i ristori ufficiali sono così frequenti che non si sente il bisogno di nulla, ma il fatto che la gente si sia organizzata comperando cose da offrire per il giorno della maratona fa commuovere. Mi assale un dubbio: come potrò mai tornare a fare la maratona di Milano e prendere insulti da quegli automobilisti cafoni?

 

Dopo Brooklyn si arriva al Queens, cambia la fisionomia del pubblico, da nera a un prevalenza ispanica, ma non cambia il calore della gente. Mi spiace solo per gli ebrei ortodossi col cappello nero che vedo camminare in lontananza incuranti di tutto, se provassero a venire al bordo della corsa sicuramente si divertirebbero anche loro.  Altre persone che fatico a capire sono i podisti che corrono con le auricolari, per punizione li manderei tutti a correre a Milano.

 

In molti portano scritte “In Honour of ...” per ringraziare chi li ha aiutati a partecipare, o “In Memory of...” per ricordare chi non c’è più. Supero un vigile del fuoco newyorkese, ha addosso la tuta di lavoro, il casco e una bombola sulla schiena con attaccate le fotografie di 6 suoi colleghi. Vorrei dire qualcosa, non mi esce niente e riesco solo a fargli il gesto del pollice alzato, mi ricambia con un sorriso affaticato.

 

Fatico a capire dove sono, il primo cartello che mi degno di leggere è quello del miglio 9, controllo il cronometro e la fascetta con la tabella di marcia al mio polso: ho 3 minuti di vantaggio sul pacemaker che ho perso di vista.  Per fortuna le gambe viaggiano da sole e, a bordo della Papamobile, posso gustarmi ogni goccia di questo bagno di folla.

Con me stanno correndo tutte le persone (moglie, amici, parenti) che si sono interessate alla mia piccola avventura e che mi stanno seguendo col pensiero o stanno visualizzando i miei intertempi tramite internet. Correrla tutta e memorizzare ogni sensazione per poterla poi descrivere loro è il minimo che possa fare.

 

Di tanto in tanto vedo degli addetti offrire degli stecchini di legno con sopra una cremina, mi sembra gelato, chissà magari per insaporirsi la bocca... scoprirò dopo che in realtà si tratta di vaselina (per i non podisti: la vaselina viene utilizzata per evitare lo sfregamento dei capezzoli sulla maglietta, che nel corso di una maratona può dare luogo ad antiestetiche macchie di sangue).

Al dodicesimo miglio trovo il mio amico Lorenzo e suo figlio Pietro che mi aspettano con un cartello in mano (“Vai Marco!”), rischio di non vederli in mezzo a quella folla variopinta, per fortuna mi chiamano a squarciagola, torno indietro per un veloce saluto e Lorenzo mi urla di proseguire senza perdere tempo. Ma come paragonare una pacca ad un amico trovato lì in quel momento con 20 secondi di ritardo all’arrivo?

 

Il tempo scorre veloce, dopo 2:30 al 15° miglio imbocco il Queensboro Bridge ed entro in Manhattan. So che non devo illudermi, perché la strada piega verso nord e prima dell’arrivo bisogna ancora passare dal Bronx, dove arrivo a 3:15. Ho fatto 20 miglia, più o meno 36 km, superando il “muro” dei 32 km senza rendermene conto, ora c’è solo da sperare che non mi arrivino i crampi che ho avuto nelle ultime 4 maratone.

 

 

No pain no gain

Breve passaggio nel Bronx e si torna a Manhattan per un lungo (interminabile) rettilineo di 3 chilometri prima di entrare a Central Park. Oramai è fatta, mancano solo 5 chilometri, ma anch’io mi sento un po’ fatto e mi rendo conto di non avere sufficienti riserve per mantenere il ritmo fino alla fine. Mi fermo a tutti i ristori per imbottirmi di Gatorade nella speranza che la crisi sia dovuta a uno squilibrio salino e ogni volta è sempre più difficile riprendere a correre. Quando cammino sento intorno a me il pubblico che mi incita, ascolto le parole ma questa volta non ho il coraggio di alzare lo sguardo dall’asfalto. Butto l’occhio sulla faccia sorridente che capeggia sulla mia maglietta, faccio 3 bei respiri profondi e mi rimetto a correre per la gioia del pubblico che torna a sentirsi protagonista. E’ una cosa che i newyorkesi conoscono e apprezzano: la capacità di ricominciare dopo la crisi e se questo non succede qui non può succedere da nessuna parte.

Mi sento agile come uno zombie con due blocchi di cemento ai piedi, eppure i “You’re lookin’ good!” non mancano mai.

Ultima curva in Columbus Circle, il cartello delle 26 miglia, le ultime 385 yard, le tribune in fondo alla salita e infine ecco il traguardo, 3 archi blu appoggiati sopra un tappeto marrone.

Ultimi metri, alzo le braccia, nel momento in cui calpesto il tappeto emetto un urlo liberatorio e spicco un balzo chiedendo un ultimo sforzo alle mie gambe legnose. Non pensavo alla fine della maratona, ma a tutto quello che era successo nei 7 mesi precedenti, all’altalena di speranza e frustrazione, ad un infortunio che non passava mai, alla frattura, al consiglio del fisioterapista.

In tutto questo non stona aver abbassato il personale di 5 minuti, chiudendo in 4 ore 9 minuti e 31 secondi, ma per una volta il tempo è davvero un dettaglio.

Faccio pochi passi, una ragazza mi porge la medaglia e io chino la testa per costringerla a mettermela al collo e dicendo “Sorry, but it’s a tradition”.

Mi ritrovo incolonnato tra gli arrivati, invece che pregustare il meritato riposo vengo colto da una inaspettata malinconia. Queste 4 ore sono volate, ho corso senza guardare cronometro, godendomi ogni metro, e ora come un astonauta rientrato sulla Terra mi rendo conto che la festa è finita. Per fortuna ho ancora la testa imbottita di sensazioni e ci vorranno giorni per metabolizzare il tutto.

Poco dopo l’arrivo c’è una zona dove i fotografi ti fanno mettere in posa davanti ad un pannello per la foto ricordo con la medaglia, sta per arrivare il mio turno quando ad un cenno di un coordinatore metà dei fotografi si appiattiscono contro il pannello.  Maledetta efficienza americana, si sono resi conto che si stava formando un assembramento subito dopo l’arrivo e hanno dato ordine ai fotografi di non scattare foto per consentire un deflusso più rapido. Ma io alla foto non rinuncio e mi butto davanti all’obiettivo dei pochi fotografi che non hanno sentito l’ordine di sospendere le foto.

 

Procedo lentamente in mezzo alla folla in direzione del recupero delle sacche con i propri indumenti di ricambio, di fianco a me una ragazza comincia a barcollare e l’aiuto a sedersi. E’ francese e in quanto tale non parla una parola di inglese (lo so, vale anche per gli italiani, ma i francesi hanno l’aggravante di non volerlo parlare). Chiamo ad alta voce “Medical! Medical!”, inizia un passaparola tra i presenti finché non si presentano due paramedici. Uno le chiede se vuole una lettiga, lei non capisce e si gira verso di me. Annaspo nel mio francese scolastico, lettiga, barella, letto, come si dirà? Mi vengono in mente le parole di una canzone e mi lancio in un “voulez vous coucher?”. L’involontario umorismo non viene colto e annuisce senza malizia. Comunque far arrivare una lettiga in quella folla era impensabile e i paramedici decidono di portarla via sorreggendola.

Faccio qualche altro metro e vedo ai bordi del vialetto un signore di almeno sessant’anni in piedi appoggiato ad un furgone che cerca di infilare la seconda gamba nei pantaloni di una tuta, ma gli mancano almeno 20 cm, trema come una foglia e dopo alcuni tentativi andati a vuoto si guarda attorno con lo sguardo perso. Lo aiuto, è americano e un po’ imbarazzato, minimizzo e mi ringrazia come se gli avessi salvato la vita. E’ capitato anche a me di finire una maratona e non riuscire a compiere i gesti più semplici.

Con un po’ di difficoltà recupero la mia sacca, che inspiegabilmente era migrata dal truck 6 al truck 9 e finalmente mi metto addosso qualcosa di asciutto.

Sono tornato “in borghese” e me ne torno a piedi in albergo, non senza aver incassato gli ultimi “Well Done!” dei passanti che vedevano la mia medaglia al collo.

 

Questa è stata la mia maratona di NY, più che un gesto atletico una avventura antropologica e come tale la colloco su un piano diverso da tutte le altre maratone che ho corso in Italia.

E’ anche un grande business, considerando quanti ci mangiano sopra, dai tour operator, agli sponsor, ai fotografi (una foto 21$ su carta e 55$ in formato elettronico), ma è un’esperienza talmente intensa che nessuno torna insoddisfatto e chi può la ripete negli anni.

 

A proposito, chissà come dev’essere a rifarla una seconda volta... ma, soprattutto, è possibile vivere con un dubbio del genere?

J

 

 

 

Marco Bordieri

13 Novembre 2006

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