Milano: 9 ottobre 2006

7a Milano City Marathon

PICCOLI EROI SENZA GLORIA

di Marco Stracciari

 

  

 

... E a grandi falcate raggiungo il traguardo con un tempo che mi soddisfa e mi ricompensa di tutti gli sforzi e gli allenamenti fatti per raggiungerlo...

Avrei potuto finire cosi' la mia cronaca di questa mia fatica, se avessi dato retta solo alla mia voglia di strafare, voglia che a volte mi ha tradito.

Le gambe mi facevano male, gia' attorno al 18esimo, ma riuscivo a mantenere un'andatura piu' che dignitosa.

O avrei potuto, forse, finire cosi': come mai avrei speravo di scrivere:

... Taglio il traguardo scuro in volto, per l'ennesima occasione persa e per non aver dato retta alla testa. Non ho voglia di salutare nessuno; nessun sorriso in volto. Solo la voglia di abbandonare al piu' presto, con cio' che resta del mio provatissimo fisico, la zona della battaglia. Una battaglia che ho perso prima ancora di combattere.

Poteva anche essere il racconto di un pazzo che ci ha provato per l'ennesima volta e che per l'ennesima volta ha dovuto fare i conti con i dolori, il caldo, la sete e tutto cio' che serve ad un podista per scoppiare e per arrivare (sempre che arrivi) allo stremo e con un crono alto, troppo alto per essere vero.

Ma una volta tanto ho dato retta alla testa, e in netto anticipo sulla “Caporetto” che avrei potuto nararre nel caso in cui... nel caso in cui, attorno al 30esimo chilometro, non mi fossi accorto che le gambe cominciavano seriamente a protestare, il caldo si faceva davvero sentire e la spossatezza generale provocata da questi elementi, non facesse di me uno “zombie”, confuso tra tanti zombies che avrei “raccolto” nei chilometri finali.

Il muro... l'ho incontrato, affrontato e abbattuto piano piano; senza prenderlo a spallate e senza rimbalzargli contro. L'ho incontrato e l'ho affrontato con rispetto, come si affronta un nemico piu' grande e piu' forte di te: non con la forza ma con la testa.

Andavo abbastanza bene, fino a quel punto; anche se una nottata in bianco, figlia di uno stomaco che faceva i capricci, mi aveva gia' da subito fatto abbandonare sogni di gloria: quella vera, quella che poi la sera paghi da bere a tutti; pago di un risultato che ti cambia o quantomeno migliora il tuo curriculum di podista.

Poteva essere gloria; per me e per Sabrina, giunta a questo appuntamento tirata a lucido, con una serie mirata di allenamenti e anche se per lei non e' stato personale (appuntamento, credo, solo rimandato); lei, Sabrina, giunge al traguardo comunque soddisfattissima di un 4h30 che rappresenta una delle sue 2/3 migliori performances di maratoneta di lungo corso.

E invece per la gloria ci sara' tempo ma col senno di poi posso comunque ritenermi soddisfatto del mio risultato e di come l'ho ottenuto.

Partito piano, con al fianco Dario, Roberto e il suo amico Federico; come a Parma e come per la Mi-Pv mi lascio sfilare da molti che gia' alla partenza scalpitavano. Al secondo chilometro mi supera Luigi, uno dei fiori all'occhiello del GPG'88: mi sfila via comodamente anche perche' reputo troppo presto lasciarsi indurre in “strane” tentazioni. E col gruppetto si va avanti, aumentando sempre di un pochino l'andatura, chilometro dopo chilometro.

Raggiungiamo Antonio, un gamber dell'ultima generazione, il quale mi anticipa le sue aspirazioni: un bel 3h10 e personal best. Ma nonostante le mie raccomandazioni Antonio ci viene dietro per i primi cinque chilometri. Tattica che paghera' giungendo al traguardo con un tempo ben superiore alle sue speranze e avvolto dai crampi.

A mano a mano che il tempo passa mi imbatto in podisti che conosco: in Paolino, li' per cercare di esorcizzare e sconfiggere la sfiga che lo tartassa (ci riuscira' alla grande). Qualche centinaio di metri con lui, un pit-stop necessario per la vescica e poi di nuovo a fare gruppo con gli amici.

E dopo qualche mille insieme li lascio. Faceva parte della mia tattica anche questa mossa, e da solo mi allontano recuperando gruppetti su gruppetti; accodandomi a loro per qualche decina di metri e poi ancora via, come quando sto bene.

Ad un terzo di gara mi imbatto nuovamente in Luigi: il fiore pero' si sta appassendo e mi comunica, complice un raffreddore e forse troppe gare tirate allo spasimo, che arrivera' a malapena alla mezza. Mi fa' gli auguri e poi lo lascio. Sono regolare: 4.08 al chilometro di media, ho ancora voglia di scherzare e il buon Maderna mi si presenta di fronte come vittima sacrificale.

Prendo una spugna e mi verso addosso il contenuto. Ne prendo un'altra e faccio finta di niente e mentre lui e' intento a scattar foto, lo inondo d'acqua schiacciando la spugna sul suo testone. Ci rimane come le vittime delle torte in faccia nei piu' classici film comici “d'antan”. Tutti ridono, io pure... sara' l'ultima volta.

Il caldo e i gas di scarico delle auto, ferme agli incroci o di fronte a noi, formano una sorta di arma letale alla quale non si puo' sfuggire e gli incitamenti dei primi chilometri lasciano il passo a clacson impazziti come impazziti sono gli automobilisti, che vomitano tutta la loro (legittima? Mah...) rabbia contro quei deficienti che corrono per le strade di Milano.

Milano ci rifiuta e se lo scorso anno il periodo era infausto (ma il percorso nettamente migliore) quest'anno non vedo scuse: il cappuccio e il cornetto consumato dopo poche decine di metri percorsi in auto e' un “dogma” domenicale per i milanesi e guai a chi si oppone a questa tonificante e salutare abitudine.

E sotto il sole e respirando tutto tranne che aria giungo alla mezza, raggiunta dopo 1h27'30, e qui vedo Claudio e Matteo nelle insolite vesti di spettatori che mi incitano e mi spronano. Vorrei dire loro qualcosa ma mi accorgo un po' tardi della loro presenza e poi sono troppo impegnato nel chiedermi: “avanti cosi' o...”.

La domanda mi frulla in testa per altri 7-8 chilometri, fino a quando, superato l'ultimo cavalcavia, scorgo laggiu' in fondo la sagoma di Fabio: uno di quelli partiti forte e ora leggermente in calo.

Sara' l'ultimo vero sforzo di questa mia domenica mattina quello profuso per raggiungerlo. Mi affianco ma lui non e' al limite e a ogni cartello si produce in un piccolo allungo che lo aiuta a mantenersi su un passo piu' che accettabile. “Ormai se viaggiamo a 4'30 finiamo sotto le tre ore” mi dice e non stento a credergli: un po' perche' la matematica non e' un'opinione, un po' perche' e' un veterano delle maratone e vanta tempi di assoluto rispetto.

Sto con lui e cio' suggerisce alla mia testa la nuova tattica: mi sento stanco ma non spremuto e se continuassi cosi', con l'andatura fin li' avuta, potrebbe rappresentare un'arma a doppio taglio. O la gloria o il massacro, e siccome di massacrate ne ho subite abbastanza opto per una terza via. E rallento quel tanto che basta per assicurarmi un arrivo in completa lucidita' e con un tempo comunque nettamente inferiore alle tre ore.

Lascio Fabio al suo destino, dolce (chiudera' anch'egli nettamente sotto le tre ore) e percorro il tratto adiacente il Naviglio ormai sul piede dei 4'15 – 4'16.

Poi Viale Tibaldi, dove lo scorso anno cominciai a scorgere gli “zombies”. Ancora nulla ma il caldo iniziera' di li' a poco a mietere le sue vittime. Non accelero, corro piu' con la testa che con le gambe e so che cio' non mi fara' che bene anche se, al 35esimo, Federico mi ritorna sotto e mi supera agevolmente. Lo vedo bene e lo incito ad andare chiedendogli prima quali fossero state le sorti del resto del “gruppo”.

“Roberto e' qui, Dario e' saltato..” mi dice e infatti subito dopo mi raggiunge Roberto.

Non faccio in tempo a chiedergli del suo personale e comunicargli che a 4'15 lo raggiungera' facilmente che si stacca... rallento e mi comunica con una faccia che e' tutto un programma la sua nuova disavventura con una vescica che gli impedisce di correre come vorrebbe.

Peccato, poteva finire in gloria, anche se il tempo finale sara' comunque ottimo. L'incontro con il cartello del 39esimo (come lo scorso anno) e' la spinta migliore che potessi avere in un momento in cui la “cotta” sembra davvero dietro l'angolo. Comincio a contare i passi, calcolo un metro al passo, il cronometro diventa la cosa alla quale presto maggiore attenzione: il tempo passa ma non cosi' velocemente mentre i metri da percorrere, sotto i miei passi, diminuiscono in fretta.

Corso Buenos Aires, e poi i bastioni... Via Palestro: ormai e' fatta e solo se mi sparassero chiuderei sopra le tre ore... ne ho ancora anche se le gambe ormai friggono. Addirittura raggiungo Federico, che sta pagando oltre limite lo sforzo profuso qualche chilometro prima ma che non gli impedira' di “fare” il personale.

“Non ne ho piu', vai che tu ne hai ancora” mi dice e anche stavolta ha ragione.

Corso Vittorio Emanuele e il cartello del 42esimo: “195m de bonheur”, come dicono i francesi, e infatti raggiungo l'obiettivo primario, lascio andare le mie gambe per conto loro, staccando finalmente il cavo che le univa alla testa. La testa mi serve per altro... le solite scene per incitare il pubblico ad incitarmi e l'ultimo sguardo al tabellone sopra di me: due e cinquantasette tondi tondi.

Va benissimo e la linguaccia “offerta” all'obbiettivo di Roberto ne e' la testimonianza. Niente scene apocalittiche tipo crampi e dolori, niente croce rossa, niente assistenza. Arrivo bene con le mie gambe e con le mie gambe mi allontano (e' il caso di dirlo) verso il deposito borse.

La macchina digitale come impegno primario per immortalare l'arrivo degli amici e di Sabrina, che giungera' “volando” esattamente in quattro ore e mezza. Il mio amore si e' impegnata a fondo per raggiungere questo obbiettivo... si e' impegnata con le ripetute, con i corti veloci e con i medi... si e' impegnata oggi e il suo volto, all'arrivo, ne e' chiara testimonianza.

...Ed entrambi prendiamo la via di casa con la meritata medaglia di finisher al collo: fieri di portarla, fieri di esserci stati e di aver terminato questa ennesima fatica. Con nella mente la gente che ci applaudiva e ci incitava e quella miss o quel mister che, al traguardo, ci attendeva sorridendo per metterci al collo quel pezzetto di metallo pregiato solo per noi che c'eravamo e che ce l'avevamo fatta...

Avrei potuto finirlo anche cosi', questo racconto; se non fosse stato che quel pezzetto di metallo, pregiato solo per noi, non ci fosse stato negato. Non c'e' gloria per tutti, alla maratona di Milano, ma e' giusto cosi': lo slogan recitava “un sogno lungo 42km”.... non parlava dei restanti 195metri!

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