|
17 Settembre 2006 Monza -MI- Mezza di Monza
ORE 11.09 : UN AEROPLANINO ATTERRA SULLA
PISTA DELL’AUTODROMO DI MONZA. |
|
Mi sembra di vederli. Nel leggere il titolo qua sopra qualcuno avrà avuto un sussulto, qualcun altro avrà pensato “ahia, eccolo, che cosa si è inventato questa volta?”.
Mi riferisco a quella sempre più numerosa schiera di famigliari, parenti, amici, colleghi e conoscenti che dopo aver letto dei miei ultimi exploit staranno chiedendosi cosa posso essermi inventato questa volta.
Forse oggi un pochino li deludo, anziché una cronaca, vera si, ma ricca di fantasia come già successo, sto per raccontare una storia tutta reale fatta di volontà, passione, entusiasmo e tanto, tanto cuore: cercherò comunque, qua e la, di farvi sorridere.
E due persone alle quali sono affezionato possono tirare un sospiro di sollievo: Antonio e Daniele oggi non vi tiro in ballo, rilassatevi pure, questo racconto riguarda solo me.
Che ne dite, volete viaggiare con la “mia compagnia”? Allora raddrizzate lo schienale della sedia e allacciate le cinture di sicurezza, il “mio volo” ha inizio.
Il decollo
Siamo all’inizio di Luglio 2005, è da qualche giorno che mi sono messo in testa di partecipare alla mia prima gara podistica. Avevo iniziato qualche mese prima ad uscire regolarmente un paio di volte alla settimana, corse lente che abbinate ad una maggiore attenzione alimentare stavano decisamente aiutandomi a contrastare l’eccesso di grassi nel sangue. E data la mia innata curiosità e la voglia di fare le cose meglio che posso avevo cominciato a documentarmi su internet alla ricerca di pareri medici e di consigli tecnici. Non è che fossi digiuno di sport perché tra sci, tennis, basket, calcio e mountain bike ero arrivato alla soglia dei 51 anni senza avere mai toccato livelli di eccellenza in nessuna di queste discipline, ma contento di quello che ero riuscito a fare. C’è da dire che negli ultimi anni non mi ero però divertito molto: prima gli infortuni e le operazioni al ginocchio destro che mi avevano forzatamente fatto abbandonare il calcio, poi la grande passione per la mountain bike nata proprio durante i periodi di riabilitazione, stroncata improvvisamente una notte quando mi fuoriscì dalla sua sede naturale un disco cervicale posizionato proprio tra la fine del collo e le spalle. Quest’ultima scoppola, insieme allo stress causato da qualche altro dolore che la vita purtroppo ti dispensa, avevano contribuito ad innalzarmi il colesterolo a livelli preoccupanti e saggio fu il consiglio del mio medico di dedicarmi a discipline sportive utili in questi casi. Avevo iniziato con il nuoto ma dopo poche settimane passate con la testa sott’acqua capii che prima o poi sarei affogato per la noia e che quello non era sport per me. La seconda opzione era la corsa lenta: il Parco di Monza, dove avevo giocato per oltre dieci anni a pallone per due/tre volte alla settimana, era li che mi aspettava.
E forse anche il destino aveva stabilito che per uno cosi era un po’ presto pensare di mettersi a giocare a bocce: lo sapeva che dentro ne avevo ancora molto da dare.
E l’incontro casuale con il sito della Mezza di Monza scatenò tutto quello che è venuto dopo. Una gara nel “mio” Parco: stupenda idea. 21 km di corsa: una pazzesca sfida da accettare. La tabella d’allenamento del Prof. Colangelo: dopo averla letta 10 volte mi sembrava un best seller della serie Urania. Poi scopro che in fin dei conti, anche se è impegnativo quello che ho cominciato a fare, non sono poi cosi lontano da quei tempi al km e la gasatura aumenta quando ad agosto il controllo del sangue evidenzia un miglioramento fantastico.
E non contenti di aver già fatto molto per rimettermi sulla “via della salute” gli organizzatori della gara annunciano che in settembre ci sarà uno stage domenicale in preparazione all’evento. Credetemi, ci metto non più di 5 secondi ad iscrivermi e in quei 5 secondi la mia vita stava per avere una svolta che cosi bella non potevo che sognarlo.
Cinque domeniche mattina vissute in un gruppo di poche persone, quasi tutte come me con una gran voglia di imparare perché non sapevamo proprio niente di questo sport. Uno staff di allenatori della Forti e Liberi a nostra completa disposizione: quanta professionalità e cordialità. Le spiegazioni di come impostare gli allenamenti, le tecniche di corsa, cosa mangiare, come vestirsi e durante la settimana provare a mettere tutto quanto in pratica. L’incontro con un campione, Francesco Panetta, che ci tiene per due ore a respirare il più piano possibile per paura di perdere anche uno solo dei suoi preziosi consigli. Le sgroppate al parco tutti insieme ed il piacere di correre a fianco di un atleta che è arrivato 7mo qualche anno fa a New York. La nascita di una grande amicizia. E poi arriva il giorno della gara. Una giornata da lupi, pioggia e vento, temperatura da pieno autunno mentre il giorno prima si sudava a stare fermi. Scoprire al risveglio di non essere per niente emozionato tanto da ritrovarmi a chiacchierare con gli addetti di un ristoro mentre 400 mt più avanti sparano il colpo di pistola. Passare dalla linea di partenza in ritardo di più di 2 minuti e sorridere contento a mio figlio che scatta una bellissima foto gridandomi “dai pà, corri che sei già ultimo!”.
Prendere una bottiglia d’acqua al ristoro del 10^ km e sentirmi dire dopo qualche metro da un runner che ho al fianco: “sai quando c’è il prossimo?” “credo fra 5 km, gli rispondo” “porca vacca, non ho preso niente da bere!”. Gli passo la mia e per 10 km andiamo avanti a chiacchierare e sostenerci a vicenda. Poi di colpo esco dallo stato di trance nel quale mi trovo. Non mi sono reso conto fino a li di cosa avevo fatto, il cartello del 20^ km è come una bomba che mi scoppia nel cervello. Comincio a realizzare che sono alla fine, l’ho corsa talmente sciolto da parlare per più di metà gara e adesso vedo là davanti l’arrivo. Tutta l’emozione che pensavo di provare all’inizio mi travolge ora come un fiume in piena. Tolgo gli occhiali perché mi sembra di non vederci bene: ci vedo benissimo è che ho gli occhi pieni di lacrime. Non capisco più niente perché come un tuono una voce dentro di me continua ad urlare “ce l’hai fatta Max, ce l’hai fatta!”. E dopo esserci passato davanti già per due volte mi accorgo solo ora del cronometro che c’è all’arrivo: speravo di farcela in due ore, sul display c’è scritto 1h 48’ e qualche secondo. Togliete i due minuti persi all’inizio e siete in real time ad 1h 46’. Chi l’ha provato sa bene cosa significa: in vita mia avevo pianto più di cosi solo un’altra volta. Era il giorno che è nato mio figlio.
Dopo un’emozione del genere, dire che il podismo e questa gara mi erano entrati nel sangue è pura banalità.
Il volo
E cosi il 2 Ottobre del 2005 parte questo mio viaggio. Un volo di quasi un anno passato a correre tante belle gare ma con un pensiero fisso ben stampato in mente: tornare a correre “la mia gara del cuore”. Pensate che per ben due volte, alla mezza della Barona ed alla Corrilambro, avevo incontrato uno degli organizzatori della corsa che avevo conosciuto all’epoca dello stage ed entrambe le volte l’avevo asfissiato chiedendogli notizie su come procedevano i preparativi. E penso di avere esternato questa passione a profusione se ad inizio estate, forse stanco di sentirmela nominare, il mitico Roby “FotoSuperQuick” mi manda in anteprima assoluta alcune foto della misurazione ufficiale del percorso. E dopo qualche giorno mi arriva anche la piantina con una raccomandazione che riesco a rispettare (ma non avete idea di che fatica ho fatto): “me racumandi, tienila per te”.
Nel giro di 10 minuti ho già memorizzato nell’hard disk cerebrale tutto il percorso ed immaginandomi la partenza, il giro di pista e l’arrivo sbucando dalla mitica curva parabolica mi viene la pelle d’oca.
Vediamo se indovinate: quanto tempo passa prima che vada a provarmi il percorso? Risposto? Bene, avete sbagliato. Molto, ma molto prima.
E sono talmente contento che esterno questo mio sentimento giusto in un paio di righe nella crono-stupidata di Tradate. Vengo tacciato di fare pubblicità occulta ma quando dopo pochi giorni mi invento la “ricognizione” apriti cielo: si va dall’accusa di pubblicità sfacciata a quella di Tapa testimonial, ma siccome arrivano da amici sono dei bei motivi per riderci sopra tutta l’estate. Amici che sono poi gli stessi perfidi che quella famosa mattina della ricognizione cominciano a ridere come matti quando ci diciamo che, se veramente una cosa del genere finisce su Podisti.net, gli organizzatori dovrebbero come minimo omaggiarci di quanto segue: pettorale personalizzato e griffato – iscrizione gratuita per i prossimi 10 anni – doppio pacco gara recapitato direttamente a casa – posto di partenza dedicato con ragazza-ombrellino tipo Moto GP – vasca idromassaggio e massaggiatrice all’arrivo – mega ristoro finale in area Vip. E quando dopo un paio di giorni tutto ciò ci viene offerto per davvero lottiamo qualche secondo con le nostre coscienze prima di cedere ed accettare. Avete capito adesso perché continuo a scrivere di questa gara?
Ed oggi eccomi qui, teso come una corda di violino a fissare inebetito il semaforo che si staglia sopra la linea di partenza, senza ragazza-ombellino ma con la compagnia dei cari amici compagni di tante belle domeniche. Ma oggi non sono il Tapa Gamber di sempre, non ne ho per le mie solite stupidate, le battute, gli scherzi: ed il mio riscaldamento questa volta è molto serio perché sono talmente concentrato che neanche io mi riconosco.
La preparazione estiva non è andata come speravo: tutto il mio entusiasmo non aveva fatto i conti con un fisico che proprio tanto giovane non è più e, difatti, un paio di zone del mio corpo ad inizio di Agosto si sono ammutinate alla grande. E pensare che mi sono anche massacrato mentalmente per mesi con l’idea di voler migliorare proprio qui e proprio oggi il mio personale conquistato a Gaggiano a fine Aprile: dentro di me sento che nonostante tutto posso andarci vicino, purtroppo non sono sicuro che ce la farò.
Ma quando le luci rosse del semaforo si spengono mi vengono i brividi, chiudo gli occhi per un attimo, stringo i pugni e non penso più a niente. Adesso è ora di correre Max, buona fortuna.
Volevo finirla in una certa…. manieeeera. L’avevo deciso qualche settimana fa per festeggiare il termine di questa gara indipendentemente dal risultato cronometrico e, non avendo tutte le rotelle al posto giusto, più di una volta (mentre ero da solo) questa “chiusura” l’avevo provata e riprovata. Non essendo un fenomeno in materia di equilibrio motorio (se vi racconto anche della mia labirintite potrei ritrovarmi iscritto d’ufficio alla Ultra Marathon Lourdes-Santiago de Compostela), volevo essere sicuro che i movimenti fossero ben sincronizzati per non ritrovarmi a fare un capitombolo proprio al traguardo e, soprattutto, evitare di essere immortalato dall’obiettivo di Roby come il “salame di Monza”.
L’ultimo sottopasso per rientrare in Autodromo è corto e carogna ma ormai ci sono, manca poco più di 1 km, davanti a me al di là dei box c’è il rettilineo, lo speaker che imperversa, la fine di questa corsa tanto attesa e cosi velocemente (si fa per dire) terminata.
E come rimetto piede sulla curva parabolica il mondo intorno a me sparisce di colpo: pochi passi ed eccomi sul rettilineo e là in fondo, lontanissimo, il gonfiabile dell’arrivo. Al traguardo mia moglie e mio figlio mi avranno visto e staranno saltando, incitandomi, urlando il mio nome, ma non li vedo, non li sento. So che ci sono, con il cuore li sto abbracciando ma ho lo sguardo fisso davanti a me perché mi ero fatto una promessa: non guardare mai il cronometro, non volevo farmi condizionare dal fatto di essere più veloce o più lento. Doveva andare come aveva già deciso il destino, doveva essere comunque un’emozione da portare nel cuore per sempre. Doveva essere il display all’arrivo a regalarmi l’ultimo batticuore. O una piccola delusione. E quando arrivo a metterlo a fuoco purtroppo segna 1.38 e qualcosa. Per pochi, maledetti secondi non ce la farò. Non fa niente, scatto con le ultime energie che ho, dispiego le ali e con le braccia larghe ed un urlo liberatorio…”atterro”. I primi minuti del dopo corsa li vivo malissimo: la delusione per quella piccola differenza di tempo è enorme, butto con rabbia il cappellino per terra e mi accascio sopra una transenna. Ma dura poco, perché capisco che la differenza tra qui e Gaggiano è proprio minima, ma quella corsa era piatta come un biliardo, questa no. Là non mi faceva male proprio niente, qui è oltre un mese che litigo con i dolori che non vogliono passare. E facendo quattro conti mi rendo conto che quello di oggi è un gran risultato, è il mio secondo miglior tempo di sempre, ho fatto onore alla mia griglia di partenza per quelli sotto 1h 40’ e come d’incanto torno il Tapa Gamber di sempre. Comincio a sorridere a tutti, mi apposto poco dopo il traguardo per esultare all’arrivo degli amici più cari. E per non smentire l’ormai acquisita fama di “tacchinatore della Brianza”
mi sbaciucchio la nuova (perché la promuovo sul campo, seduta stante, appena la conosco) simpaticissima mascotte della Brigata Tapasciona. Si chiama Daniela, è venuta fin qui da Reggiolo anche per conoscere i componenti della nostra inguardabile pattuglia e da oggi, finalmente, un sorridente volto femminile fa parte della Brigata. Vorrei baciarmi anche la “Bagheera” ma ricordo che il ”suo lui” è si un compagno di squadra, però non lo conosco e siccome è più alto e più giovane di me, e soprattutto corre molto più forte, realizzo che non avrei molto scampo e cosi mi accontento di….sorrisi e foto.
E su tutta questa magia si fa largo tra le nuvole anche un bel sole.
Come si fa a non amare una gara come questa?
In corsa, più di una volta, ho sentito runners che si scambiavano opinioni entusiaste su questo posto. Il commento più bello?: “anche se arrivo da Paullo, quando voglio premiarmi vengo a correre qui.”
Credo che non servano altre parole.
Mezza di Monza io e te abbiamo già un appuntamento per il 2007 e chissà che quel minutino scarso, l’anno prossimo, sia anche lui nel pacco gara.
Ah, pensandoci bene, l’idea del Tapa testimonial non era poi cosi malvagia.
Quasi quasi, per quando vado in pensione (avanti di questo passo spero a 70 anni), ci faccio un pensierino.
Tanto tra vent’anni questa gara la correremo ancora. Statene certi.
Alla prossima.