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19 marzo 2006 Vigevano -PV-
Scarpa d'Oro Half Marathon
Edizione 0 |
E’ la prima volta che utilizzo questa pagina del sito e siccome ancora nessuno mi conosce, mi presento.
Sono Massimo Bertarelli, ho 52 anni e sono un Gamber da nemmeno due mesi e mai prima iscritto ad una società di runner.
Ho cominciato la mia “carriera podistica” a Luglio del 2005 quando da un link del sito Podisti.net ho visto che in Ottobre si correva la Mezza di Monza.
Mi è venuta voglia di provarci e da quel momento è stato colpo di fulmine con questo sport, tant’è che provo anche a cimentarmi nelle cronache delle mie avventure sportive.
Premetto che nonostante la Fidal, con grande magnaminità, abbia scritto sulla tessera la parola “atleta” io rientro a pieno titolo nella categoria dei “tapascioni” anche perché credo che l’età ed i pochi mezzi messi a disposizione da madre natura siano degli ostacoli oggettivamente invalicabili.
E cosi se vi va e non vi siete ancora addormentati nel leggere, vorrei cimentarmi nella mia prima cronaca sportiva: è e se ci riesco saranno cronache fatte da chi le corse le vive “da dietro, piuttosto dietro” suscitando sicuramente compassione e tenerezza in chi fa onore alla parola “atleta” ma con la presunzione di portare un conforto ed una speranza a quei tanti che le corse le vivono “da dietro”.
La partenza è di quelle da urlo.
Domenica 19 Marzo, gara sociale dei Gamber al Parco di Monza: io e l’amico Antonio Calvanese (Gamber dell’ultim’ora pure lui) ovviamente andiamo a fare la Scarpa d’Oro, Mezza Maratona di Vigevano.
Cominciamo a sentirci dei “vermi” già all’altezza di Cormano: siamo dei fenomeni, ci siamo appena iscritti ad un Gruppo, questi ci organizzano la gara sociale e noi andiamo dall’altra parte della Lombardia.
Per onestà devo dire che Antonio non ha colpe, sono io che l’ho convinto ad andare a Vigevano, perché pensavo che fosse molto più allenante in funzione della Stramilano; vigliaccamente, per trovare un’ultima pietosa scusa gli dico che il vero motivo di questa fuga è che non avevo voglia di fare una gara sociale in mezzo a 100 scatenati Gamber dove avevamo serie probabilità di arrivare ultimo e penultimo (nel sito certi link ai record personali sono per un tapascione come la Kriptonite per Superman).
A Vigevano saremo in 700, chi ci conosce?
La verità invece è un’altra: a Vigevano non ci ero mai stato e questa poteva essere la volta buona per visitarla, un po’ di corsa, ma al nostro passo si riescono a vedere bene anche i particolari.
Arriviamo in perfetto orario, parcheggio a due passi dallo Stadio, ritiro velocissimo del pettorale e chip, ancora più veloce il ritiro del pacco gara (ben fornito e di qualità).
E qui scatta la prima battuta: bene il pacco ce l’hanno già dato possiamo andare a casa.
Invece ci imbuchiamo negli spogliatoi: Antonio ha giocato a calcio per una vita, io prima a basket e poi a calcio, e tornare a respirare “l’aria dello spogliatoio” è come tornare un po’ ai bei tempi della gioventù.
Non tanto per i tremendi miasmi dell’olio canforato e di chissà cosa si sta spalmando quello che hai di fianco, ma per quei fuggevoli attimi di silenzio segno di una concentrazione che sale in mezzo al caos di battute di ogni genere.
E cosi godendo in questo “Amarcord” alzo la testa e vedo Antonio già pronto mentre io, imbranato storico nelle cose manuali, sono ancora in tuta e non ho finito di litigare con l’ultima spilla baglia del pettorale.
E poi fuori sulla pista di atletica dello stadio, riscaldamento decisamente ridicolo a dispetto di tutte le indicazioni ricevute dai nostri allenatori on line, stretching a mala pena sufficiente e poi lo speaker dopo aver intervistato il buon Linus già dice che è ora di partire.
Gli atleti si accalcano la davanti, io e Antonio non siamo ancora partiti che dietro ne contiamo si e no una decina; se non altro questo è un vantaggio, non si corre il rischio di rimanere vittime dei “subdoli artiglieri” ( per chi non sa cosa siano andate a leggere il divertentissimo articolo del 1 Marzo di Maurizio Crispi sul sito Podisti.net).
Un’informazione per chi da atleta volesse correrla l’anno prossimo: fate pure a botte per andare il più avanti possibile perché dopo cento metri di pista si esce dallo stadio attraverso una porta, che pur essendo grande, non può fisiologicamente far passare 700 persone tutte insieme; difatti noi ultimi ci siamo anche fermati qualche secondo prima di ripartire ed anche le vie piuttosto strette appena fuori dallo stadio creano un imbuto che dietro si sente parecchio.
Io ho in testa di provare a fare i 5’ al Km, Antonio spera nei 5’ 20” e cosi non siamo ancora arrivati al Castello che già non lo vedo più.
Bellissimo l’attraversamento del Castello, favoloso l’attraversamento della Piazza Ducale: non posso non rallentare, sono venuto qui anche per questo, ma non pensavo fosse cosi bella.
E poi fuori in campagna, strade strette ma scorrevoli, belle cascine, ranch e lunghi tratti che permettono a quelli come noi di pensare: guarda la i primi, non sembrano cosi lontani e cominci cosi ad attingere la forza dal profondo delle illusioni.
E poi arriva il Parco del Ticino con i suoi canali, le chiuse i ponticelli. Un colpo d’occhio fantastico che ti accompagna per parecchi chilometri.
Al 15° Km mi arrivano vicino due runner che come me volevano fare i 5’ al Km. Siamo in vantaggio ed allora cominciamo a chiaccherare, ci scambiamo pareri, loro cercano di convincermi quanto è bello correre una maratona, io che rispondo che per me correre è un divertimento ed al momento non reputo tale farsi 50/60 km alla settimana di allenamento e cosi via fino al 18° km.
Siamo sempre in vantaggio ed a questo punto tutti e tre decidiamo che ormai il nostro l’abbiamo fatto, vediamo se riusciamo a rispettare la tabella e quindi rallentare quando da dietro arrivano due ragazze.
Molto carine nel loro completo attillato e tutto nero, alte, capelli neri lunghi e passo decisamente svelto.
Mi perdoneranno le “compagne di squadra” ma sono sicuro di avere l’approvazione incondizionata dei “compagni” se vi dico che da dietro lo spettacolo cattura gli occhi in maniera assoluta.
E come in una specie di trance collettiva tutti dietro.
Io credo di essere rimasto in trance più degli altri perché all’altezza del 20° km ero rimasto solo io con le due sirene e non mi sono neanche reso conto di avere un vantaggio enorme sui miei propositi.
Decido di tenere duro anche perché se riesco ad arrivare allo stadio con le due bellezze in una foto ho speranza di esserci anch’io, e cosi mi metto addirittura in mezzo a loro per essere sicuro di riuscirci.
Non avrei mai pensato di essere cosi diabolicamente calcolatore nonostante l’acido lattico che ormai, non avendo più spazio nelle gambe, si stava accomodando anche nel cervello.
E poi succede il patatrac.
A circa 600 metri dall’arrivo all’uscita di una curva vedo davanti a me a circa 150 metri una signora con un fisico tutt’altro che atletico, niente a che vedere rispetto alle due sventole che ho vicino.
Eppure con quelle gambe corte e le proporzioni dove il largo ha la meglio sul lungo è li davanti a me.
Mi dico “e questa da dove spunta? come fa ad essere li davanti?”
Scatta l’orgoglio insieme ad una buona dose di fiero e un tantino stupido machismo e mi ritrovo a fare una ripetuta pur di andarla a recuperare.
Ci riesco proprio all’ingresso dello stadio, mancano 100 metri e non riesco più nemmeno a rallentare.
Davanti c’è un ragazzo che mi sente arrivare, credo che si sia messo in testa che lo volevo sorpassare e cosi scatta, ed io dietro, solo perché la trance agonistica non mi fa capire più niente.
Ed arriviamo in volata uno vicino all’altro.
E come mi tolgono il chip, guardo il cronometro del cardio e crollo per la stanchezza e la commozione.
Personale abbattuto di quasi 5 minuti, da non credere, dopo tre mesi passati a correre alle 7 di sera sui marciapiedi di Monza e Villasanta, durante un inverno che ci ha massacrato di freddo, gelo e neve.
Mi sono sentito giusto un po’ meno tapascione di prima, ma adesso a freddo credo che buona parte del merito la devo alla bellezza del destino e di questo sport che ti riserva fantastiche improvvisazioni al di fuori della tua volontà: il mio pensiero va a Sandra e Franca le due belle sorelle in nero ed alla bravissima Giuditta che a dispetto del suo apparire poco atletica è arrivata ad un soffio da me.
E come me è un over 50. Ed a lei va la mia profonda gratitudine per avermi dato una sana ed indimenticabile lezione di sport in una bella domenica di fine inverno.
A proposito, e Antonio?
Arriva anche lui, con il suo passo ma arriva.
Distrutto, senza fiato ma la prima cosa che fa mi piazza davanti agli occhi il cronometro. Anche lui ha migliorato il suo personale.
Si torna a casa, non ci sentiamo più “vermi” perché abbiamo tenuto alto, nelle nostre possibilità, il buon nome dei Gamber.
Se lo gradirete, alla prossima.