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24 Settembre 2006 Milano/Pavia
-MI- di Massimo Bertarelli |
Per favore, non cominciate a storcere il naso. Tapasciata non è un sostantivo sminuente o dequalificante dato che ogni domenica, in ogni angolo d’Italia, migliaia e migliaia di persone si dedicano a questo tipo di corse.
Tapasciare è un modo di vivere le corse con lo spirito del “adesso parto e prima o poi arrivo”, è la bellezza di correre con gli amici tutti allo stesso passo, ridendo, scherzando, prendendosi in giro.
Tapasciata è un percorso dove al posto dell’asfalto c’è il sentiero, il prato, lo sterrato, i sassolini, e quando la stagione si fa dura il fango, la neve ed il ghiaccio sono la palestra per l’equilibrio motorio.
Ed oggi, per lunghi tratti, lo sterrato ed i sassolini ci hanno fatto compagnia, per me ed il Tapa Socio sembrava una domenica delle solite e forse dovevamo per forza immaginarcela cosi. Chi li aveva mai corsi 33 km prima d’ora? Se non ci illudevamo di esserci iscritti ad una Tapasciata chi ci dava la forza per provarci?
Dato che l’appetito vien mangiando, a furia di sobbarcarci domeniche su domeniche con uscite dai 20 km ai 25 km, l’idea di misurarci con una corsa di questa lunghezza non ci era dispiaciuta. Da perfetti incoscienti prima ci eravamo iscritti e poi avevamo cominciato a considerare seriamente cosa avevamo combinato. Fino al punto di dirci: “la corriamo ad un ritmo di 6’ al km, il tempo massimo è di 4 ore, anche se schiattiamo e cominciamo a camminare a Pavia per le 13 ci arriviamo.”
In queste occasioni Antonio mi guarda con un’espressione che non so mai se è di commiserazione, di disperazione o di impotente sottomissione.
Però alle 7.30, puntuale come un orologino svizzero, è sotto le mie finestre e si parte.
Arrivare in P.le di Porta Ludovica ( da Monza) e parcheggiare la macchina in neanche mezz’ora è una libidine che solo i pendolari metropolitani possono apprezzare.
Quattro passi e siamo alla Darsena, il ritiro pettorale è da record del mondo di velocità e le chiacchiere con il cordialissimo Luigi Viganò sono un simpatico passatempo. Anche io batto un record mondiale: per chi non lo sapesse Luigi è una delle anime organizzative della Mezza di Monza. È passata solo una settimana: ci credete che gli ho già chiesto come vanno i preparativi per l’edizione 2007? E rimango di stucco quando mi sento rispondere, con un sincero sorriso, che la macchina organizzativa si è già messa in moto. Stop, giuro che per qualche mese non ne parlo più. Forse.
Antonio continua a guardarmi con un’espressione perplessa, ma ormai siamo qui, facciamo la nostra bella coda ai gabinetti (lui anche due) e giusto un po’ prima della partenza siamo in coda al gruppone degli oltre 900 partenti.
Per me questa partenza è un misto di gioia e di nostalgia. Siamo in via Ascanio Sforza, dopo qualche centinaio di metri passiamo sopra il naviglio ed entriamo in Alzaia Naviglio Pavese. Pochi metri e siamo davanti al civico numero 66. E’ la casa dove sono nato 52 anni fa. E sono sicuro che oggi mio padre si sarebbe appostato proprio li, appoggiato alla sua fiammante e amata bici da corsa e, carico di borracce nelle tasche posteriori della maglietta, si sarebbe messo al nostro fianco e ci avrebbe fatto compagnia fino all’arrivo. Che bello sarebbe stato, almeno non avrei dovuto dire stupidate per 30 km per tenere vispo il mio socio. Ed una volta arrivati avrebbe fatto festa anche lui al ristoro finale, sarebbe rimontato in sella alla sua bici e sarebbe tornato a casa. Non avrebbe fatto alcuna fatica, visto che una settimana prima di ammalarsi per l’ultima volta aveva passato sette giorni a pedalare, a 70 anni, su e giù per i colli dietro Cesenatico. A casa c’è ancora la mia arzilla mammetta alla quale non ho detto niente perché, sono sicuro, mi avrebbe sgridato alla grande nel sentire cosa avevo intenzione di fare: non conta avere più di 50 anni, per tua madre sei sempre “il bambino” e nel venire a sapere che sforzo volevo fare mi avrebbe fatto passare un brutto quarto d’ora.
Un quarto d’ora è giusto il tempo che ci vuole per uscire da Milano, io ed il socio siamo nel variopinto e tapascionico gruppo di coda e corriamo in totale scioltezza.
Sinceramente non avevo intenzione di scrivere niente, ma il compagno “Brigatista” Fabio proprio venerdi mi scrive: “ma come, Max, per la prima volta fai una corsa di oltre 30 km e non vuoi farci sapere come è andata?. Dai, ripensaci.”
E’ che non credevo che succedesse niente di particolare, una corsa lunga e piatta non pensavo suscitasse slanci emozionali o di fantasia tali da costruirci sopra un racconto. E come avete già letto, sull’emozione mi sbagliavo alla grande.
Cosi con il mio socio percorro i primi km ad un passo che è più veloce del nostro target e ci accorgiamo che i cartelli segnalatori si susseguono ad un ritmo che non ci aspettavamo. Per far passare il tempo più velocemente ci facciamo una bella chiacchierata ed a un certo punto gli dico: “ti ricordi il film “Chiedimi se sono felice”? E’ in un punto come questo che loro tre erano in bicicletta lungo il naviglio e quel fenomeno di Giovanni, mentre gli altri cercavano di fare discorsi seri, si divertiva a dire: guarda là le paperelle, qua’, qua’, qua’.” E’ che il verso delle paperelle mi viene fuori un po’ forte e quelli davanti si girano per vedere chi è quell’idiota.
Vicino ad uno dei tanti ponticelli una signora dai capelli color antiruggine ci applaude. Mi scappa la battutaccia “signora, manca molto?”. Eravamo appena al 10^ km e Antonio, appena fuori portata uditiva, mi dice: “aho, quella oggi ha passato la mano di minio, domani farà la tinta”. Capisco che il Tapa oggi è in forma splendida, normalmente a quest’ora ha un’espressione affaticata, respira a fatica quando non rantola, e generalmente alle mie battute scuote la testa senza rispondere. E cosi per ringraziarlo della fattiva collaborazione al secondo spugnaggio ne prendo due, con una mi rinfresco mentre lo lascio andare un po’ avanti e di colpo gli arrivo da dietro con un urlo: “servizio doccia!” e gliela strizzo sulla testa. Voi che correte sapete bene quale refrigerio godurioso ti pervade in questi momenti ed allora uno si aspetta un “grazie Max, sei proprio un amico” oppure “uhm, se fossi una donna ti bacerei” ed invece il mio socio mi gratifica con un “sei un bel pirla”.
Rido, getto la spugna per aria, provo a fare un colpo di tacco volante ed ovviamente la manco clamorosamente.
Nell’era dei computer e dei fogli di calcolo noi due ci inventiamo un singolare passatempo matematico: ripasso delle tabelline.
Comincio al 5^ km: “Antonio, 6 per 5?” “Fa trenta, perché?” “Non dovevamo andare a 6’ al km? Come siamo messi?” E ad ogni cartello ci divertiamo con questo tormentone, ma quando cominci a dover fare sotto sforzo 13 x 6, 16 x 6, 18 x 6 credetemi, vengono fuori totali da brividi.
Il passaggio alla mezza è da antologia. Vedo gli addetti vicino al tappeto e mi prende la pazzia. Faccio uno scatto, alzo le braccia al cielo ed esulto. Roby “FotoSuperQuick” ma perché non c’eri? Questa scemenza era da immortalare, difatti dietro di me, uno a caso, accoglie il gesto con un sonoro e scontato “ma sei proprio un gran pirlone!”.
Ma non mi offendo e lo riprendo sotto la mia ala protettrice perché di km ce ne sono ancora parecchi.
Ai ristori facciamo come nelle nostre belle tapasciate, ci fermiamo, beviamo con calma, qualche battuta per ringraziare gli addetti e poi si riparte.
Ed arriviamo sempre con il nostro passo regolare e costante vicino al cartello del 30^ km. E li non so spiegarvi che cosa mi succede. E’ la prima volta in vita mia che raggiungo correndo questa distanza, mi sento pervadere da una scarica di adrenalina mista a gioia e soddisfazione e sapete cosa combino? Parto come se fosse una ripetuta veloce. E più vado e più mi sento bene mentre mi sto chiedendo come sia possibile arrivare vicino alle 3 ore di corsa e sentire di avere ancora tutta quella birra in corpo. In due km raggiungo e supero qualche decina di runners, all’ingresso del centro storico sento uno davanti a me che sta incitando alla grande un suo compagno, io mi accosto e mi faccio scappare: “dai che è finita, se non fosse che adesso mi fermo per aspettare il mio socio…” e mentre parlo cosi li sopravanzo e li distacco.
Al cartello del 32^ ero ancora sotto le tre ore e tirando di quel passo avrei fatto un tempo che neanche l’avevo sognato, ma ho un amico che è qui con me, anzi è qui per colpa mia, e quando arrivo sotto due belle torri in pietra a poca distanza dall’arrivo mi fermo.
Tutti quelli che avevo sorpassato a poco a poco mi passano davanti e sarebbe stato bello avere una videocamera per immortalare le loro espressioni del tipo “guarda questo qui, prima andava come un treno e cosa fa fermo a 300 mt dall’arrivo? Tiè, volevi fare lo spiritoso, e adesso arrivo prima io!”. Quando arriva la coppia di prima gli dico: “oh, però non vale, in classifica ci sarei stato io davanti”. E simpaticamente mi risponde uno dei due: “tranquillo, adesso lo dico io ad Omodeo (lo speaker) come stanno le cose”. E quando arriva Antonio non mi curo della sua espressione allibita, mi metto al suo fianco e lo scorto all’arrivo. Volevo passare il traguardo con lui in un certo modo, ma non avevo fatto i conti con l’acido lattico che aveva invaso il crapone del socio. A pochi metri dall’arrivo gli dico: “dammi la mano, Tapa, ce l’abbiamo fatta.” Gli allungo la mia e mi dà un cinque. “Dammi la mano che ci siamo” e lui mi ridà un altro cinque. Volevo arrivare insieme a braccia alzate, ma fagli capire che non volevo i “cinque” e che se è alla mia destra mi deve allungare la sua mano sinistra: e quando mi allunga nuovamente il braccio destro glielo alzo lo stesso, a momenti ci aggrovigliamo e se qualcuno ci ha scattato una foto in quel momento sarei curioso di vedere in che razza di posa eravamo.
Bella questa corsa, bello il meteo, bello e rilassante il paesaggio, organizzazione da primi della classe e fuori da ogni aspettativa bellissima la nostra tapa-prestazione.
Abbiamo cominciato tutti e due a correre un anno fa e chi l’avrebbe detto che cosi presto avremmo abbattuto il muro dei 30 km?
E prima di partire pensavamo in che condizioni pietose l’avremmo finita, se la finivamo, e guarda come siamo arrivati, stanchi (si, ci mancherebbe) ma non stravolti ne distrutti.
E nel ritorno in pullman mandiamo soddisfatti sms euforici ai nostri amici “Brigatisti” e ci sentiamo fieri di noi. Però bisogna arrivare in Piazza XXIV Maggio per assistere alla scena migliore di tutta la giornata. Il nostro è il pullman numero 5, è stracarico di podisti del nostro livello, e soprattutto è un mezzo a due piani. Noi pensiamo bene di andare di sopra e quando si tratta di scendere lo spettacolo è degno del miglior Ridolini. Tutti che ci alziamo tra “ahi”, “porc…”, “o bestia che male” e commenti del genere ma il fondo lo tocchiamo quando bisogna affrontare quei 3 gradini 3 per scendere.
Uno spettacolo indecente, tutti aggrappati alla ringhiera come se fosse una strada ferrata, non uno che scende diritto: ragazzi che cinema.
E’ andata, anche se non volevo l’ho raccontata perché possa essere un aiuto o uno stimolo per chi come noi ci vorrà provare, e mi ha commosso l’idea di fare quel giretto che insieme a mio padre non ho più potuto fare.
Quel brivido che ho provato davanti al numero 66 sarà arrivato sicuramente là in alto: grazie pa’ della compagnia, adesso telefono alla mamma e le racconto tutto.
Buone corse a tutti.