Firenze 26 novembre

XIII Firenze Marathon

IL MIO LUNGHISSIMO “MIGLIO VERDE”.

di Massimo Bertarelli 

Parte prima (il sogno)       2         Parte seconda (la realtà)

 

Parecchi amici mi hanno chiesto di raccontare la vera maratona di Firenze e sapendo di non ripetermi perché l’altra cronaca che ho scritto è tutt’altra cosa ho deciso con piacere di accontentarli.

Come nasce questa follia? Nella mia testa mentre con Antonio ed il mitico Marco Scianca stiamo tornando in metropolitana verso Sesto S. Giovanni appena terminata la maratona di Milano. Può sembrare un’assurdità (anche se chi mi conosce vi direbbe che per me questa è la normalità) ma quando finisci la prima maratona della tua vita con il dubbio “ma se Antonio non avesse avuto il suo problema, io sarei arrivato fino in fondo insieme al gruppo delle 4 ore o non ce l’avrei fatta?” è come aver realizzato un’incompiuta, un misto tra una grande gioia e soddisfazione per quello che comunque avevo fatto ed un po’ di amaro in bocca per non sapere quelli che potevano essere veramente i miei limiti. E cosi mentre facevamo cabaret la settimana dopo a Cremona ad Antonio, in corsa, dico: io vado a fare la maratona di Firenze. Prima reazione del socio: tu sei tutto scemo (e ancora non sapeva del retrorunning gattonatorio che lo aspettava). Ma io vado avanti per la mia strada, trovo un albergo che sembra fatto apposta per attirarmi (proprio sotto a P.le Michelangelo ed a 500 mt da P.zza S. Croce, camera a disposizione fino alle 18), non ci penso su un secondo che uno e prenoto la stanza: scrivo ad Antonio mandandogli tutte le indicazioni ed avvisandolo che se non vuole venire ci porto mia moglie. E lui che fa? Prenota anche lui la stanza senza dirmi niente, anzi mandandomi messaggi criptici che capisco solo dopo una settimana, e si iscrive alla gara qualche decina di minuti prima di me perché avrà un pettorale più basso del mio di 12 numeri. E soprattutto scatta la diavoleria nei confronti dei tanti amici che a quest’ora ci avranno perdonato per le frottole che hanno sentito per oltre 1 mese: non diciamo niente a nessuno, dovrà essere una grande sorpresa per tutti. Almeno lui non dice niente io,  pur di distogliere l’attenzione dall’evento fiorentino, convinco mezzo mondo che andremo a Reggio Emilia. Ma come direbbero i saggi “le bugie hanno le gambette corte”, due persone lo vengono a sapere e guarda caso sono due “brigatisti”: uno è Gianluca ma perché lo sa da noi, l’altro è Fabio il quale solo qualche giorno fa, cercando nell’elenco degli iscritti se c’era un suo compagno di squadra, sta scorrendo veloce con il mouse la lista quando per un attimo di distrazione perde la presa della rotellina e questa disgraziata, secondo voi, dove fa fermare il cursore? Proprio sul cognome di Antonio. Fabio rimane come fulminato, pensa ad un’omonimia ma il tarlo del dubbio si insinua, risale la lista fino alla lettera B e trovando anche me ci sgama alla grande. E la mail che mi manda rimarrà tra i ricordi più belli della nostra amicizia perché inizia a scrivere cosi “ pirlun d’un pirlun ti e il to amis….” Ma ci reggerà il gioco avvisandomi però che questo suo lungo silenzio mi costerà, prima o poi, moltissimo. Per la trasferta mi occupo io di tutto tanta è la gioia di avere con me il Tapa Socio, prenoto treno, ristoranti ecc. e sabato mattina ore 11 prendiamo l’Eurostar per Firenze. Viaggio molto divertente soprattutto quando davanti ad Antonio si accomodano due “teneri piccioncini poco etero”: Antonio regge si e no trenta secondi e poi comincia lo show, io che me la rido per due ore e sua moglie che lo fulmina con lo sguardo ogni dieci secondi. Firenze ci accoglie con un caldo umido inaspettato tanto che i giacconi imbottiti finiscono subito sul braccio. Lasciamo i bagagli in albergo e via in autobus verso l’expo, un magnifico pullulare di podisti, amici e famigliari dei podisti ed un percorso per ritirare la stupenda maglia regalo che solo in Italia potevano inventare cosi incasinato. Svolgiamo tutte le formalità, usciamo, caffettino al bar, altro autobus verso l’albergo e poi via a fare due passi in centro. Secondo voi dove li porto? Chi ha detto Piazza S. Croce? Sei un fenomeno, proprio li. Primo perché sappiamo che alle 18 ci sarà la Santa Messa e secondo perché il sottoscritto incomincia a respirare l’aria della gara ed essere sotto il traguardo mentre gli addetti srotolano il tappeto rosso è una di quelle cose che cominciano a farti sentire le gambe molli molli. Per un attimo mi vedo nel domani mentre arrivo in quel punto, è un flash velocissimo ma che serve per fare una promessa a me stesso: domani se arrivi fino a qui niente stupidate, ne show ne lacrime: stavolta deve essere la tua gioia Max, solo per te. E quasi in stato di trance mentale vado a Messa. Cenetta in un bel localino a prezzo convenzionato, quattro passi digestivi in Piazza della Signoria, poi fino al Duomo, ritorno alla Galleria degli Uffizi, Lungarno a guardare estasiati il Ponte Vecchio che ogni venti secondi viene illuminato da fari di colore diverso ed alle 23 tutti a dormire.

Domenica alle 7 io e Antonio siamo nella sala colazione insieme ad una ventina di runners italiani e stranieri ed è una bella sensazione vedere tanta gente tranquilla come noi. Di tensione noi due non ne abbiamo proprio, siamo qui per dimostrare qualcosa ma solo a noi stessi e se va, bene, altrimenti non è successo niente: di una cosa sola siamo convinti, ci aspetta una gran fatica ma la vogliamo fare. Ci vestiamo e su verso P.le Michelangelo: la vista di Firenze è davvero mozzafiato, lo spettacolo sulla piazza lo è anche di più. Questa volta noi due andremo ognuno per la sua strada, una commossa stretta di mano ed io che vado a cercare i pacers delle 3h45’ ed Antonio quelli delle 4h15’. Non ero mai stato in mezzo a cosi tanti podisti, ma questa è folla che non ti fa paura, anzi ti senti come in famiglia, protetto, circondato da amici anche se non sai assolutamente chi hai vicino, li con me sono addirittura più gli stranieri che italiani. L’elicottero gira sopra di noi, migliaia di mani che si alzano, salutano, applaudono, le magliette che volano di qua e di la atterrando dovunque e soprattutto in testa a quelli più vicino alle transenne, ci si ride su perché non c’è tensione, non ho tensione. Sono dietro a 3 simpaticissimi pacers con il palloncino color arancione con una scritta “3h45” che dovrebbe farmi pensare parecchio (a Milano ho finito in 4h09’) ed invece mi carica, mi fa star bene. Si parte, questo variopinto fiume umano si mette in moto ed incomincio a pensare “ma ci sono in mezzo anche io” e sento che la diga della commozione sta già cominciando a riempirsi, ma oggi non si piange. Ed è una promessa che faccio una fatica dell’accidenti a mantenere quando ancora nei primi km in discesa passiamo vicino ad un’anziana signora che sul bordo della strada cerca di applaudire mentre si sta asciugando gli occhi commossa nel veder passare quel fiume di gioventù: e no, cosi non vale sciura, sto facendo una fatica dell’accidenti a trattenermi… Non siamo ancora arrivati a Porta Romana che mi accorgo di aver fatto un grosso errore d’inesperienza: mi rendo conto dopo un tratto tutto in ombra di aver messo una maglia invernale in un giorno che sembra essere estivo. Ma come facevo a saperlo, fa niente, su le maniche fino alle spalle e avanti. L’arrivo nella Piazza di Porta Romana è il primo segnale di quello che sarà questa incredibile giornata: un autentico muro di folla è li che ci aspetta, applaude, grida, incita, agita cartelli: non l’avevo mai vista una cosa cosi nelle mie finora poche gare ed è una sensazione magnifica perché in quei pochi secondi è come se corressi a dieci centimetri dall’asfalto per la gasatura. Si continua lungo le mura antiche, poi in San Frediano e quanto è bella Firenze. E comincio a notare sull’asfalto una strisciolina di colore verde: dopo un po’ capisco che è la traccia che è stata usata per misurare e certificare il percorso e per associazione di idee mi torna in mente quel magnifico film che è “ Il miglio verde”: la’ era l’ultimo corridoio con il pavimento di quel colore che collegava le celle dei condannati a morte alla stanza delle esecuzioni, qui invece è la strisciolina colorata che ci porterà a vivere un sogno. Speriamo di non schiattare altrimenti aveva ragione il film. Dal Lungarno si ritorna verso Porta Romana, altro bagno di folla e giù verso Palazzo Pitti e dentro di me sorrido perché sto ripassando nella mente quello che avevo in mente di scrivere nell’altra cronaca. Ma quando arrivo nella piazzetta dove ha inizio il Ponte Vecchio a momenti svengo: il posto è piccolo, la strada un po’ stretta e li ci sono centinaia di persone che arrivano per un bel pezzo sopra il ponte che fanno un baccano dell’accidenti: il rimbombo contro i muri delle case amplifica i suoni e mi sembra l’ovazione che accoglie i calciatori all’ingresso in campo. Ci sono persone che agitano cartelli con scritto “You are heroes” e mi dico “Max ma dove sei, a New York? Ma tutta questa gente è qui anche per me?” Comincio a non capire più niente, in 50 metri batto qualche decina di “5”, inciampo due o tre volte e che pelle d’oca. Sei stupenda Firenze. Poco più avanti sul Lungarno so che c’è mia moglie ad aspettarmi: mi sposto sul bordo della strada, incomincio a sbracciarmi, mi vede, speriamo che la foto sia venuta, le urlo “Ciaooooo” e via dietro ai palloncini. Passaggio sul Ponte San Niccolò con la banda dei Carabinieri che suona, stupendo, e avanti verso lo Stadio. Poco prima del 20° km una sensazione che mai avevo provato mi fa spaventare: sento partire una specie di scossa dal cervello che mi percorre tutta la schiena ed arriva nelle gambe. Di colpo le sento svuotate, totalmente senza forza e mi viene un attacco di panico. Non è possibile mi dico, ho fatto più di una mezza maratona a ritmi molto superiori a questi, e sento che mi si sta gelando il sangue. Per fortuna siamo in zona ristoro, mi butto sui bicchieri dei sali, prendo una manciata di pezzi di banana e cerco di calmarmi. Qualche secondo e fortunatamente la sensazione di svuotamento sparisce, alzo la testa e vedo i palloncini ancora li davanti e li raggiungo poco dopo il passaggio della mezza. Si va avanti tutti insieme e si rientra nel centro storico: l’arrivo in Piazza Duomo è qualcosa che porterò nel cuore per sempre. Centinaia di metri di transenne, a destra e sinistra un mare di persone che fanno un tifo fantastico, i tanti cartelli americani, qualcuno che ti incita “vai bischero” e ti fa ridere e non capisco veramente più niente. Non ero preparato per una cosa del genere, non me lo aspettavo, è come se stessi correndo nel cielo tanto mi fanno sentire importante, io che sono un semplice tapascione sono attorniato da un mare di persone che sta incitandomi. Mia moglie che era li anche lei mi racconterà di avermi visto con un’espressione trasognata, incredula e che andavo decisamente forte attaccato a quei palloncini arancioni. Ma se è vero che le belle storie prima o poi hanno un termine, allora ringrazio il destino che questo termine me l’aveva spostato due km più avanti.

Siamo quasi al 30° km e sento gonfiarsi una enorme vescica sotto all’alluce sinistro, proprio all’attaccatura con il piede, nel posto più sbagliato che poteva scegliere dato che è li che il piede si piega per dare la spinta per il passo successivo. Nel giro di poco da fastidio diventa quasi dolore, il passo non è più naturale come prima ed inevitabilmente devo rallentare. E piano piano i palloncini si allontanano. Non mi preoccupo più di tanto, alterno tratti di corsa a jogging, sfrutto i ristori e gli spugnaggi per fare una sosta e un po’ di retrorunning sorridendo a quelli che ho dietro perché io questa corsa la finisco, dovessi anche andare in ginocchio. Ma non serve, dopo il 37° km la bolla scoppia, l’appoggio del piede torna quasi normale, i palloncini delle 4 ore non mi hanno raggiunto, Piazza Santa Croce sto arrivando. Altro incredibile passaggio in Piazza della Signoria, di nuovo in Piazza Duomo ed anche se sto correndo su lastroni di pietra e sanpietrini non guardo più dove metto i piedi, ho lo sguardo rivolto verso l’alto per imprimermi negli occhi e nel cuore queste meraviglie che fanno parte della nostra cultura, della nostra storia, che ti rendono orgoglioso di essere italiano e che non mi fanno più pensare al tempo che farò, la mia sfida l’ho già vinta. Oggi qui c’erano atleti che dovevano guadagnarsi, crono alla mano, il diritto di partecipare ai prossimi campionati del mondo: io qui oggi ho corso il “mio campionato del mondo” e l’ho stravinto. L’ultimo km è semplicemente devastante: tutto sul Lungarno avanti e indietro dopo il giro di boa, sotto il sole a picco, con persone accasciate contro le transenne, gente che si pianta di colpo e che rischi di travolgere, gente che cammina, mentalmente devi essere proprio forte per non cadere in questo tremendo tranello. Senti qua, sto scrivendo come un veterano di mille battaglie ed invece sono solo alla mia seconda maratona, ma è che questo sport ormai ce l’ho nel sangue e per quel poco che ho fatto credo di aver imparato molto. Cartello del 42° km, si entra in Piazza S. Croce gremita di tifosi, alzo gli occhi a guardare la facciata della Basilica illuminata dal sole, come sei bella Firenze e tu Milano, che sei la mia città, quanto ti ho odiato oggi. Metto un piede sul tappeto rosso, il display del crono è su 3:54 e rotti, ho fatto qualcosa di fantastico, stringo i pugni ed alzo le braccia al cielo. Bravo Max, bravo.

E proprio in questa occasione, per la prima volta, l’abbronzatissimo Omodeo grida a tutti anche il mio nome.

Vedo i ragazzi con le medaglie, ne prendo una quasi con cattiveria ma solo perché voglio sentirla in mano, la bacio, me la stringo forte sul cuore e me la metto al collo. Ed ora si va alle tribune, c’è una cara persona che non era proprio in forma, ma è in gara e lo so che arriva, ha tanta di quella volontà da vendere….e voglio che mi senta al suo arrivo, voglio che tutta Firenze senta che sta arrivando Antonio.

Alla prossima.

 Home Page