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Milano 4 dicembre 2005 6° MILANO CITY MARATHON RISCATTO TOTALE di Marco Stracciari
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Matteo: 13,57 – “…E si scandalizzavano per causa sua. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua”.
Non credo al motto: “nemo propheta in patria”. Cercavo la smentita dopo la debacle d’oltreoceano e, preventivamente, mi ero iscritto ad una maratona che credevo ostile, per tutto il chiacchiericcio piu’ o meno veritiero che si era sprecato sulle precedenti edizioni.
Milano fa schifo, i milanesi peggio e la maratona peggio ancora. Era questo il ritornello che sentivo dopo ogni edizione e allora, la settimana successiva, via verso la Milano-Bologna: fermata Reggio Emilia e buona maratona a tutti.
Quest’anno, per problemi professionali, sono costretto a cercare il mio personale riscatto in una maratona che cercava il suo, di riscatto, dopo cinque precedenti edizioni diciamo… cosi’ cosi’.
E’ una mattina freddissima ma soleggiata quella che mi aspetta e Guido, che sara’ con me per tutto il pregara, me lo ricorda piu’ di una trentina di volte ma dopo la ventiquattresima sinceramente di contarle non ne ho piu’ voglia. Invece il Pier ne ha si’, di voglia: lo stesso spiritato Pier visto a New York con piu’ allenamento nelle gambe e con un percorso ben piu’ filante che lo aspetta. E se la matematica non e’ un’opinione sara’ Personal Best per lui, come infatti e’ avvenuto.
Ho tante cose da chiedere a questa gara e tante da pretendere di riceverne. Spero che il chiacchiericcio degli anni scorsi venga finalmente smentito dai fatti perche’, comunque sia, e’ la maratona della citta’ che mi ha ospitato quando, da scolaretto delle elementari, toglievo lo spago dalla mia piccola valigia di cartone.
Il sole brilla ancora di piu’ e di piu’ brilla la Madonnina, lassu’ sul Duomo, e mi basta un lieve riscaldamento per sentirmi gia’ pronto e caldo per affrontare questa avventura. Rivedo amici, amici del Sito e ne conosco di nuovi, prima dello sparo del cannone. E finalmente il via.
Un primo chilometro tanto per gradire, zigzagando tra gambe ancora imballate e sacchi da imballaggi per affrontare la prima e piu’ difficile asperita’ del percorso: un piccolo cavalcavia che non rallenta certo la mia voglia di andare. Un rapido saluto a Valentina e Antonio e mi “sintonizzo” su ritmi ben al di sotto dei 4’10. Sono convintissimo di andare sotto le tre ma altrettanto convintissimo di dover pagare un’andatura scellerata e la decisione di incastrarmi in un gruppetto che viaggia leggermente sopra le mie cadenze iniziali mi permette di non stancarmi troppo, di ripararmi dal vento che di volta in volta diventa sempre piu’ fastidioso e di scambiare due chiacchiere.
L’unione fa la forza e al grido “Bastardi!” sopraggiunto da un automobilista che, dalla faccia, sembrerebbe in perenne conflitto con gli specchi di casa (ammesso qualcuno gliene abbia data una), si levano dita medie ed invettive, la piu’ dolce delle quali gli ricorda gli incalcolabili danni di cui la sua mamma si e’ macchiata nell’averlo messo al mondo.
Gia’, i milanesi schifosi… tutto sommato il grido di quell’insulto al fascino maschile si rivelera’ una voce fuori dal coro. Non che il coro si elevi in acuti newyorkesi ma il pubblico si fa sentire, incita e batte le mani, sebbene le stesse siano avvolte da guanti che non permettono la fuoriuscita di alcun suono.
Tutto questo quando ancora Milano non e’ alle spalle e tutto questo quando mi copro tranquillo tranquillo all’interno del mio gruppetto, che sara’ tale fino a circa il 18esimo km. Poi la civile protesta degli abitanti di una zona il cui verde e’ in pericolo edificazione (e conseguentemente di speculazione edilizia) e la canotta biancoblu’ di Gerardo immersa in un altro plotoncino. L’insana idea di prenderlo in meno di un chilometro si fa immediatamente e a gomiti larghi spazio nella mia tattica di gara, mollo il mio gruppetto e con un mille appena sopra i 3.50 lo vado a prendere. E li’ la canotta di Gerardo, la mia e di tutti i podisti che passeranno di li’ diventa come d’incanto grigia.
Grigia come il fumoso Naviglio al nostro fianco, grigia come la nebbia che ci avvolgera’ per tutto il tratto fuori citta’, grigia come solo Leo Malét nei suoi polizieschi sapeva descrivere.
D’altronde, Milano senza la nebbia che Milano sarebbe? La temperatura si abbassa e addirittura mi si gela la “moquette” sopra le mie braccia… ma non me ne curo: il brizzolato non va di moda?
Un paio di chilometri tirando questo nuovo gruppetto e alla vista del gommone della “mezza” riparto di nuovo e fin qui bene: passaggio in 1.26 alto senza quasi accorgermene, segno che sto bene e che il clima mi e’ amico (ma questa non e’ una novita’, almeno per me). Un tipo mi incita recitando nome e cognome: sinceramente non lo conosco ma lo ringrazio e mentre Gerardo rimane saggiamente col suo gruppetto, io lo lascio e mi faccio accompagnare da un nuovo compagno d’avventura. Viene da Marocco, questo mio nuovo ed estemporaneo amico. Parla bene l’italiano e quindi sotto con le frasi classiche: “quanto hai di personale… quanto vuoi fare… ti va bene se… se vuoi andare vai pure…” , ma entrambi gradiamo la compagnia che rimane tale per alcuni chilometri. Poi, proprio quando gli comunico la mia intenzione di risparmiarmi per gli ultimi chilometri lo perdo per strada per non ritrovarlo piu’. Resto solo, mentre rientro a Milano dopo aver passato, tra le nebbie, Rozzano, Assago e Buccinasco. E quando dico solo e’ proprio cosi’: solo con 12 chilometri ancora da percorrere anche se ormai non so nemmeno piu’ io quanti ne ho fatti e quanti ne avro’ da fare. La segnaletica misteriosamente scompare, forse rubata nella notte da qualche bontempone (sarebbe un caso per Nestor Burma, direbbe Leo Malét) e quindi, scomparsi i podisti (o almeno quelli che corrono con ritmi ancora sostenuti), scomparsa la segnaletica e scomparsa la nebbia, mi trovo senza quasi rendermene conto sulla circonvallazione esterna.
Eccola, la vera parte brutta di questa maratona: nessun segno di vita tra il quasi inesistente pubblico, nessun cartello che mi dice dove sono e quanto manca e soprattutto la vista di svariati zombies in canotta e pantaloncini che camminano o che cercano di convincersi che si puo’ ancora fare di corsa… senza alcun riscontro positivo. E li prendo d’infilata, tutti questi “dead men walking”; da qui fino al traguardo sara’ cosi’, traditi dal freddo o dal percorso che ti invoglia, o quanto meno non abituati a passare dal sole alla nebbia e di nuovo al sole… chissa’.
Sono tutti zombies tranne quel gruppetto di sei-sette virgulti che mi prendono subito dopo il 35esimo: e tra essi di nuovo Gerardo, maestro di tattica, li’ li’ a fare a botte con il suo personale.
Non dice nulla, mi prende e basta e allora perche’ rinunciare a quella compagnia dopo quasi dieci chilometri in solitaria? Ovviamente, con le gambe gia’ pesanti ma ancora in buono stato, gli comunico che ormai l’obiettivo delle tre ore e’ cosa fatta anche se da qui a star bene ce ne passa. Lui mi fa un cenno con la mano: gambe pesanti e respirazione affannosa. Questa e’ la sua risposta ma subito dopo, pervaso nuovamente dalla smania di fregarmene di tattiche e tabelle, lascio nuovamente il gruppo e mi avventuro solitario verso Piazza Duomo. I cartelli ricompaiono come ricompaiono gli zombies, rigorosamente in fila indiana a confondersi con cappotti di visone e guanti in peccari giunti li’ solo per le “spesucce” di Natale. Un vero calvario, poverini… anch’io qualche volta al loro posto… ma questa volta no, e’ un problema che non mi tocca tanto e’ vero che C.so Venezia la percorro a larghe falcate raggiungendo di slancio l’ultimo chilometro, percorso in un ancora dignitosissimo 4.04! Ed ecco Piazza Duomo e il traguardo; e la mia felicita’ si esterna in un saluto al pubblico e in una serie di “vaffa” all’indirizzo di New York e di quel zombie che a New York non ne voleva sapere di correre. Il Duomo, anzi. “el Domm” alla mia sinistra e sopra il gommone rosa del traguardo. Le gambe sono di legno; come quando per due volte ho rischiato, al 35 e al 40esimo chilometro, i crampi ai polpacci: risolti con gamba dura e piede a martello, come recita il manuale.
Il tempo di farmi sfilare il chip e un dolce sorriso si avvicina: sara’ mica “la Madunina dal Domm??”. No, e’ Sabrina, che mi corre incontro e mi contagia con il suo raggiante sorriso. E’ contenta come e forse piu’ di me per questa prova finita bene, un altro “vaffa” liberatorio: a New York, alle mie paure della vigilia e a quel “cicciobombo” che ci ha dato dei “bastardi”. Oggi e’ il mio riscatto, e’ il riscatto del popolo che corre e di una citta’ che, finalmente, sembra, anche se timidamente, aprirsi a nuove esperienze.
La rivoglio, con lo stesso percorso, con questo freddo e con questa nebbia… e con quello splendido sorriso finale.