NEW YORK CITY – 6 novembre 2005

SE NON FOSSE STATO PER QUEL 66 DI PITTSBURGH...

 di Marco Stracciari

 

…sarei qui a scrivere di spedizione quasi fallimentare. Anzi no, per quest’anno la maratona e’ stata una spiacevole appendice ad una settimana senza dubbio da ricordare.

Certo: ero a New York, in dolce compagnia, con amici vecchi e nuovi, col Direttore che nei pochi momenti in cui e’ stato in mia/nostra compagnia ha snocciolato dai 200 ai 300 aneddoti di vario genere (piu’ che altro podistico) “immersi” una temperatura tardo primaverile piuttosto che novembrina e con gli scoiattoli che scorazzavano qua e la’ da Battery Park a Central Park. Insomma, tutto bene fin qui, no? E invece… la mia dolce meta’ che non trova uno straccio di pettorale per fare anche “sua” la madre (o la matrigna) di tutte le maratone (lo scambio pettorale/pettorali non ha avuto in lei grande successo, ergo: guardato in cagnesco dopo la proposta), il caldo che da amico si trasforma nella piu’ imprevedibile e insormontabile delle avversita’, Manhattan che si trasforma da luogo tanto caro ed amato ad una sorta di tabellone del Monopoli da percorrere (chissa’ perche’ poi?) rigorosamente a piedi con solo qualche puntatina in metropolitana. E che metropolitana! Sporca, puzzolente, caotica, con i fili dell’alta tensione che penzolano giu’ dai bassi soffitti coperti solo con qualche pezzetto di nastro isolante (peraltro nemmeno in tinta). E allora fu: stanchezza, spossatezza, delusione per quel pettorale mai trovato (la mia e soprattutto la sua) finche’ la sera prima della maratona provai il “gusto” di immergermi nell’acqua ghiacciata per dieci interminabili minuti.

Risultato? Sulle prime anche positivo… erano talmente anestetizzate che non le sentivo piu’ e durante la gara, almeno per la sua prima parte, tutto bene ma poi tutta la stanchezza e lo stress fisico accumulati nel pregara vennero a galla e… fine delle trasmissioni o come si dice in gergo televisivo: barre e nota!

E pensare che questa volta mi ero preparato a dovere… meno male! Lunghissimi giu’ nella brughiera, ripetute su ripetute nei viali del Parco (quello vero, quello di Monza) in compagnia di Guido, che sara’ anche lui “sputato” dal colpo di cannone verso Brooklyn e anche lui mangiato e sputato dalla stanchezza accumulata nei giorni precedenti. Ero preparato a dovere, ero preparato a tutto, tranne che: alle 9 ore di viaggio in economica con le ginocchia rigorosamente in gola e con le hostess che rigorosamente mi urtavano le medesime con quei pesantissimi e spigolosissimi carrelli porta vivande (o pseudo-tali); ai chilometri e chilometri percorsi a piedi nei due giorni antecedenti la maratona; ad un compagno di stanza che, prima di timbrare il personale proprio quella domenica (e uno che fa il personale a New York gia’ di suo non deve essere a postissimo…) mi sveglia alle 4,30 – 5 di mattina per: A) andare in libreria (libreriaaaa?? Alle 5 della mattinata???), B) fare il bucato (eggia’.. a che ora si deve fare il bucato di solito? Mica alle 7 di sera no??); C) andare a comprare il giornale (eggia’: mica te lo portano il New York Times in camera… e poi, se dovesse finire? Come si fa??); D): doccia, barba (con macchinetta elettrica), cuscinate in faccia e colazione (no perche’ dopo le 6 la produzione dei bagel – o baghel - a N.Y. finisce, e se si arriva tardi rimangono quelle schifezze di brioches calde, friabili e con la crema dentro!) e che la mattina della maratona si sveglia un’oretta buona buona prima della sveglia al grido “OGGI E’ IL GRAN GIORNOOO, SVEGLIAAAA, CHE FAI ANCORA A LETTO???” Come se rimanere a letto ancora un po’ (ma nessuno conosce Drupi??) fosse un delitto!.

Bene: se sono sopravvissuto a tutto questo e agli spaghetti duri come aghi di pino di Sbarro, nonche’ alle previsioni astro-antologiche di Maga Mago’ (al secolo: la simpatica moglie dell’Oreste), che mi predice un futuro roseo solo perche’ ho Giove chissa’ dove. Beh…  avrei dovuto spaccarla in due quella Grande Mela.

E invece no: anche se l’inizio, mi ripeto, era stato anche divertente. Come e’ stato divertente notare il Mario da Barile (nota, solo a me, localita’ della Lucania) che in due mesi ha preparato la Maratona indossando, come da consiglio del commesso di un negozio di articoli sportivi (prontamente denunciato dalle autorita’ competenti), un paio di scarpe col baffo (quelle di moda) con delle allucinanti e impresentabili molle rosse all’altezza del tacco (ancor piu’ di moda). Ebbene, il Mario, cosi’ “conciato”, la chiude, senza neanche troppo soffrire, in cinque ore e mezza conquistandosi la gloria, la banda del paese, le autorita’ competenti (le stesse della denuncia) e un titolone sul giornale locale (Barile’s news? L’Eco di Barile? Il DailyBarile??).

E giu’ dal Verrazzano, subito dopo la partenza, Brooklyn. Si presentava ancora piu’ calda e caotica dell’edizione precedente; i soliti cinque bassi con i bambini (prevalentemente di lingua spagnola); musica a manetta in ogni angolo e poi l’incontro con Peppe avvenuto piu’ o meno nel quartiere ebreo (l’unico che merita indifferenza, la stessa che dimostrano quei tipi neri neri con i boccoli al posto delle basette).

“Ao’ ma te sei Marco Stracciari vero?”… berrettino incassato nel testone e passo gia’ pesantuccio per essere appena al decimo chilometro. “Si sono io, tu?”, “io so’ Peppe, nun me riconosci?”. Lo guardo bene e lo riconosco dalla basetta da vero maranza (da noi e’ un complimento), non come quelli la’ che al posto delle basette hanno degli inguardabili fusilli penzolanti! E’ Peppe ’58, ed e’ incredibile come tra 37 mila maratoneti io faccia la conoscenza con una vera icona del “sito dei siti” proprio in quella circostanza.

Mi illudo di aver trovato una buona compagnia, si corre per stare attorno alle 3h ma gia’ lui mi anticipa esortandomi di andare anche perche’ “tra poco ho previsto ‘na sosta p’a a pisciarella!”.

Vabbe’, a me fa ridere e dopo due miglia lo lascio e ci provo. Passaggio alla mezza poco sopra l’ora e trenta e la butto li’: “adesso ci provo”. Ma a far cosa? Il Queensboro gia’ mi sembra il Tourmalet e giu’ Sabrina che mi incita: ma chi la sente? Abbozzo un saluto alla folla e tiro dritto, anzi giro a sinistra e mi trovo la Signora con la falce che, travestita da 1st avenue, mi accoglie tra le sue braccia…e non sono ancora al 30esimo, e sono gia’ dolori (oltre che una pisciarella fuori programma)!

Le gambe cominciano a risentire della stanchezza accumulata e il Bronx da percorrere ormai sulle ginocchia, le stesse che le hostess…

Mi fanno quasi pena tutte quelle persone non “ufficiali” che ti offrono di tuttunpo’ (addirittura le chewing gum energetiche!) e mi fermo da un signore con un pugno di spicchi di arance in mano. Ormai sono cotto come una T-Bone Steak (tanto per rimanere in tema) o come quello splendido filetto consumato con Sabrina sotto il ponte di Brooklyn illuminato a giorno, il venerdi’ sera. Lascio, un po’ corricchiando e un po’ camminando, il Bronx (lontano parente del quartieraccio descritto nel celeberrimo e omonimo film con De Niro e Palminteri) e mi reintroduco a Manhattan, esattamente sulla quinta, dove mi fermo di nuovo. E a quel punto, dal nulla, appare un gigantesco ragazzone, di quelli americani veri: muscoli anche sulle nocche delle dita, capello corto e biondiccio sparato per aria e mascella disegnata da un architetto del Ventennio (quello nostro che a nessuno piace ricordare). Io, invece, mi ricordo perfettamente le parole che, urlando, il mio Sergentino di ferro preferito mi dice: “c’mon Marco, I know you can do it… c’mon, c’mon!!!”. E quando mai mi sono scritto il nome sulla canotta.. se questo poi scopre che mi sono ritirato cosa mi fa? Mi porta con lui in un campo di Marines ad attraversare fili spinati immerso nella melma? E in tipico italiano gli rispondo, con l’ormai consueto filo di voce tipico dello scoppiato: “Vabene, vabene, la finisco… e non t’incazzare, su…!). E riparto. E poi mi rifermo. E poi riparto… tutto cosi’, saliscendi del Central Park compresi. E poi esco, da quel terrificante suegiu’ e prima di Columbus Circle finalmente sento, e finalmente vedo, Sabrina e… al diavolo l’arrivo, i tempi, gli allenamenti lunghe/ripetute/medi eccetera eccetera e scarto secco verso sinistra. Un abbraccio forte, un bacio lungo lungo e con ancor meno voce le sussurro: “… sn scppt…”. E riparto.

Non mi godo, ovviamente, l’arrivo… conto solo le yards che mancano: 300, 200, 100… e finalmente la fine: la fine di un incubo.

E per non ricordare nulla di tutto cio’ rifiuto l’argenteo telo e le foto di rito e mi porto subito verso i furgoni delle borse. Mi cambio, un po’ di stretching e appare dal nulla il Margiotta (con un viso sicuramente piu’ rilassato del mio) armato di macchinetta digitale che immortala la mia fine. Diavolo di un Margiotta: aveva cominciato male rivelando al mondo il mio secondo nome e ha finito peggio riprendendomi mentre sto tirando le cuoia! Ma.. show must go on e allora, dopo una breve dormita accovacciato su un marciapiede (manca solo il cartello: “Hungry and Homeless”) mi riavvio verso l’albergo dove una celestiale visione mi appare. E’ Sabrina, che mi butta le braccia al collo e si complimenta come se fossi l’Armaggeddon di turno tornato da chissa’ dove.

Ormai la mia unica preoccupazione, oltre a stendere cio’ che e ‘ rimasto delle mie gambe e di tutto quel mucchietto di ossa stanche e consumate, e’ quello di conservare fino alla sera successiva il biglietto di Rangers- Pittsburgh che sognavo da quando il mio papa’ mi portava a vedere gli allenamenti dei Diavoli Milano nel mitico Piranesi.

Rangers – Pittsburgh ovvero Jagr contro Recchi, Rucchin contro Palffly e quel numero 66 che, nonostante i suoi 40 anni e 2 metri per cento chili, gioca con la stecca come mai nessuno (o quasi). “Ladies and Gens, Welcome in the most famous arena all over the world!!” Urla lo speaker… “Ladies and Gens… please welcome… the Neeeew… Yooooork…. Rangeeeerssss”. E furono fuochi d’artificio, altroche’ quelli della Tavern on the Green del venerdi’… e quel numero 66 di Pittsburgh…

Home Page