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45° Monza –
Resegone - 18.6.2005 IL FASCINO DI UNA
MADRE
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Le foto di tutte le squadre - La classifica
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Il Prologo |
Mi avvicinai a quella che amo definire “la Madre di tutte le gare” nel 2000, spronato dai racconti spesso entusiastici e a volte critici di chi c’era gia’ stato. Doveva essere una semplice apparizione, con due vecchie volpi di questa gara, tanto per fare esperienza.
Non si fece nulla, per problemi miei, e dovetti rinviare questo primo approccio con la “Madre” al 2002; questa volta spronato da Norberto e Gerardo: e ci andai.
L’inesperienza, piu’ che la preparazione, mi portarono a soffrirla anche se alla fine ero raggiante per aver conseguito anch’io questa platonica ma non troppo “laurea in podismo”. Ero arrivato lassu’, insieme ai miei piu’ esperti compagni, con un tempo ragionevolmente ottimo, anche se pagai appunto l’inesperienza e stetti male dopo aver ingerito lungo il percorso ogni sorta di liquido.
Nei due anni successivi dovetti abbandonare l’ipotesi di ritornarci, lassu’, per i miei soliti e cronici problemi fisici e quest’anno, dopo aver combattuto ancora un problema, abbandonai nuovamente l’ipotesi di rifarla.
Senonché, proprio alla vigilia della Maratona del Custoza e con solo tre “lunghetti” sulle gambe, ricevetti una telefonata da Claudio, il quale mi avvertiva che la sua squadra aveva avuto una defenzione: Norberto non era sicuro di farcela causa un infortunio, e era rimasto il solo Gerardo a fargli compagnia. Mi raccontava, Claudio, di uno sponsor che ci avrebbe sostenuto nella nostra impresa e mentre mi parlava di tutto cio’ maturai l’idea, anche se un po’ tardi per prepararla in modo dignitoso, di esserci di nuovo.
Ne parlava in maniera esaltante, Claudio, e non mi rimase altro che dirgli di si, avvertendolo pero’ che la mia preparazione mi avrebbe portato tuttalpiu’ a farla tanto per farla, dimenticando cronometri e velleita’ di classifica.
Non c’era problema: tra amici non ci si nasconde e tra amici ci si aiuta. Detto, fatto la squadra era al completo.
E allora sotto con gli allenamenti: dal Custoza (finito malissimo) in avanti macinai chilometri e chilometri, salite su salite; il tutto inframezzato da una mezza tosta tosta che mi diede risultati oltre ogni mia aspettativa. Mi aiuto’molto tutto cio’, e fui finalmente consapevole, dopo quella mezza, che si poteva realmente fare, che avrei finalmente incontrato di nuovo la “Madre”.
E, dopo quella mezza, basta con pettorali e via di nuovo con chilometri e chilometri (nel mese che precedette la gara ne feci piu’ di 500) e una preparazione che da scadente divento’ di giorno in giorno sempre piu’ ottimale.
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La vigilia |
Il lunedi’ che precede la gara ci si ritrova tutti, alla sede degli Alpini di Monza, per i sorteggi dei pettorali. Dichiarammo un tempo attorno alle 4h15, per essere inseriti nell’ultimo gruppo di partenti, per prendere il via il piu’ tardi possibile. Anche se non tutti amano questa tattica (anzi, quasi nessuno) io vado un po’ in controtendenza e mi piace; sia perche’ l’idea di recuperare molte squadre partite prima mi aiuta psicologicamente, sia perche’ partendo tardi si percorre il lungo tratto di strada provinciale con qualche grado in meno: e a giugno questo non e’ per niente male.
Il pettorale che ci fu consegnato fu il 121: partenza ore 22.31. Perfetto, esclamai, tra lo stupore di chi non crede alle partenze attardate: cosi’ speravo di combattere la canicola prevista dai metereologi.
E dopo una settimana passata a “scaricare” tutto il lavoro svolto nelle settimane precedenti (Liscate a parte) arrivo’ il sabato. Sinceramente non ero ne’ preoccupato ne’ teso: gli allenamenti svolti e lo stato di forma raggiunto mi permettevano di passare serenamente questa vigilia. La sentivo si, ma non piu’ di tanto… era piu’ un’energia positiva la mia piuttosto che un’”ansia da prestazione”. La preparazione era stata perfetta, svolta senza intoppi, e sarebbe dovuto succedere l’impossibile per farmi “saltare”. Se in piu’ ci aggiungo che l’esperienza della volta precedente non mi avrebbe fatto fare certi errori e che comunque i miei due compagni avevano raggiunto anch’essi un buono stato di forma, beh… i presupposti per fare bene c’erano tutti.
Arrivai in compagnia di Sabrina e Luca all’Arengario di Monza che, come ogni vigilia che si rispetti, era invaso da atleti, da accompagnatori, da amici degli uni e degli altri, da tifosi, da appassionati e da semplici curiosi che ogni anno si domandano il perche’ di tutto questo.
Devo confessare che la mia tranquillita’ nell’affrontare questa vigilia era dovuta anche al fatto che al mio fianco vi e’ una persona che mi ha aiutato molto, capendo le mie problematiche e le mie ansie di podista nell’affrontare questo importante momento pre-gara ed e’ anche grazie a Lei che all’Arengario di Monza mi presentai in uno stato d’animo ottimale.
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La Gara |
E con tutta la calma olimpica di questo mondo alle 22.30 e trenta secondi ci mettiamo sul piccolo scalino della partenza e in posa per le foto di rito e poi, trenta secondi dopo, il via. Ci sono tantissime persone lungo il percorso che ci incitano anche se non ci conoscono e mentre noi salutiamo cordialmente ci mettiamo subito in “media”: 13 kmh recita il contachilometri di Ernesto, colui che in bicicletta ci accompagnera’ e ci assistera’ in questa lunga galoppata notturna.
Ernesto e’ un esperto di ciclismo, oltre che praticante, e regolarmente ci’ da’ medie ed impressioni sulla nostra andatura, che e’ costante.
La partenza attardata avvalora la mia tesi, a parte la zona della partenza il resto del percorso e’ avvolto da una insperata brezza fresca, anche se i gradi sulle colonnine elettroniche indica 25 gradi. Ma non li sento, questo venticello di tarda serata ci aiuta molto.
Cesare, incontrato poco prima di Villasanta, ci comunica che la terna dei nostri amici Tommy, Matteo e Guido e’ gia’ in difficolta’ perche’ Tommy, che sentiva la gara in maniera eccessivamente apprensiva, gia’ sta male: e sono passati piu’ o meno 5 km!
Regolari sui 13 all’ora quindi e a me pare non faticare per nulla, ma e’ lunga… molto lunga e allora Claudio, che forse si rende conto del suo ruolo di debuttante, esorta a piu’ riprese me e Gerardo alla calma, anche se per entrambi l’idea di “tirare” un po’ non ci sfiora nemmeno.
I paesi sfilano via che e’ un piacere e l’altra mia teoria atta a prendere terne su terne gia’ dall’inizio ha il suo perche’: e’ una carica aggiuntiva che ci permette di mantenere con una certa facilita’ l’andatura pattuita, di scambiare qualche chiacchiera sia con le squadre che stiamo superando, sia con il numeroso pubblico assiepato sul ciglio della strada.
Ma passata Merate ecco gia’ i primi problemi: Claudio fatica a starci dietro, grazie anche al fatto che gia’ stiamo affrontando una serie di lunghe e dritte salite: gli dico di non pensarci e di sfruttare le discese per recuperare e cosi’ facciamo, senza allungare e “scaricando” le braccia verso il basso, lasciando che le nostre gambe vadano senza il comando della testa. E tra un ammonimento di Claudio e le nostre rassicurazioni raggiungiamo Olginate, punto chiave del percorso.
Per affrontare al meglio le salite e gli scalini che ci porteranno a Erve e poi il lungo e terribile sentiero alpino “Pra di ratt” occorre arrivare bene ad Olginate ma Claudio ha nuovamente una defaillance avvertendoci, che se fosse da solo, si sarebbe gia’ fermato. E dopo il trentesimo chilometro, raggiunto in 2h17 la sosta diventa obbligata. Sosta pipi’ pero’, per lui ma anche per me, mentre Gerardo corricchia per non perdere il passo e per non fermarsi: cosa che sarebbe deleteria per le sue gambe.
Riprendiamo e sembra che Claudio si sia ripreso, io mi sono liberato di un “peso” ed insieme, raggiunta Calolziocorte, l’incontro con altre squadre tra le quali quella del “lungo”, del “corto” e del “pacioccone” (lo Zio, Beppe e Chiomino). Un saluto e vedo Gianni che per ribattere “sbatte” letteralmente contro lo specchietto retrovisore di un’auto parcheggiata (mi ha fatto molto ridere la scena!) ed entriamo in quel budello di sassi, gradini e asfalto che ci portera’ ad Erve. Ernesto e’ sempre li’ con noi, ci abbandona solo quando lo abbandoniamo noi per affrontare gli scalini e Claudio lo vedo corricchiare dove si puo’, segno che la crisi e’ superata.
Delle luci laggiu’… Erve ci aspetta e in cuor mio spero che mi aspetti Sabrina, che non vedo dalla partenza tranne un saluto veloce sulla strada, lei in macchina con Luchino ed io a far girare le gambe con i miei compagni di avventura.
Raggiungiamo Erve in 3h10, non certo il tempo che speravo ma sono lucido, sto benissimo e avverto i miei compagni, alla domanda classica che si fa in quei momenti, che emotivamente e muscolarmente potrei in teoria essere partito 10 minuti prima, invece che tre ore e dieci minuti prima.
Ma di Sabrina nemmeno l’ombra e con i miei compagni salutiamo l’affollatissima Erve per immetterci nell’anticamera dell’oblio; quel lungo sentiero ora piatto ora ripidissimo che ci portera’ al bivio per il Pra’ di Ratt. E proprio qui una scena gia’ vista piu’ volte: un podista che si sente male e urlando si sta “scaricando”. Un classico, un cenno e un augurio di vederci su e poi via. Claudio ora sta veramente bene e anche se io ormai stabilmente faccio l’andatura, ma e’ Gerardo che sembra soffrire di piu’ questa ultima, lunga asperita’. Ci sono le classiche code formate da terne partite molto prima e molto piu’ lente di noi ma sorpassarle di slancio li’ non si puo’, sarebbe pericoloso per me e per loro e anche se fosse non sortirebbe nessun tipo di vantaggio. Si parte e si arriva in tre e non sarebbe logico tirare al massimo per poi fermarsi a lungo e aspettare gli altri. E proprio mentre penso a tutto cio’ che da lassu’ un grido… “Marcoooo!!”: sono Vincenzo, Rosanna, i loro amici, Luchino e soprattutto Sabrina: che mi aspetta con la bottiglia d’acqua da due litri che le avevo consegnato alla partenza. La vista di Sabrina ha per me un effetto “energetico” devastante: con la scusa di aspettare gli altri miei compagni mi fermo, bevo e ci scappa un bacio… loro arrivano e insieme ripartiamo non prima di aver saputo sia da loro che da Mario, che raggiungiamo poco dopo, che Tommy e’ conciato molto piu’ che malissimo.
La strada e’ ancora lunga e come tre anni fa, raggiunta la Bocchetta, le batterie del mio frontale mi tradiscono e l’oscurita’ mi avvolge di nuovo. Purtroppo fanno la stessa fine anche le batterie della pila di Gerardo, che incautamente aveva scambiato la stessa con quella usata da Ernesto, con le batterie molto piu’ scariche. Cosi’ brancoliamo nel vero senso della parola nel buio ed e’ il solo Claudio a far luce sul sentiero, cosi’ lui si mette davanti e noi di dietro, seguendo la sua scia di luce ma… l’imprevisto e’ dietro l’angolo. Letteralmente! Gerardo gira l’angolo e mette male un piede, la gamba fa uno strano movimento semirotatorio e taaaac… Crampoooo!!!! Urlo a Claudio di fermarsi, mi giro e vedo Gerardo gamballaria che urla di dolore e allora subito piede a martello e gamba tesa, una volta e poi, dopo una prova andata male, una seconda volta.
Sinceramente temevo che non ce la facesse piu’ e invece, quasi miracolosamente, si mette in piedi e ripartiamo. Ormai la meta e’ vicina… una luce la’ in alto, le prime voci…una lapide da superare, crocevia tra i nostri incubi e il sogno di arrivare e poi su, verso la Capanna Monza… tanta gioia dentro e un tempo che comunque consideriamo buono: partiti dall’Arengario di Monza alle 22.31 e arrivati alla Capanna Alpinisti Monzesi alle 2.47 e per un semi-debuttante come me e per un debuttante in senso assoluto come Claudio si puo’ anche essere soddisfatti. E poi pacche sulle spalle e considerazioni varie con gli amici gia’ arrivati e lo stupore di sapere che Norberto, con la sua terna, ha realizzato un tempo decisamente inferiore alle 4 ore. Dopo esserci cambiati e ristorati decidiamo di scendere; e prima che l’altro sentiero, il S. Carlo, ci accolga facciamo ancora in tempo a vedere l’arrivo del Lungo, del Corto e del Pacioccone, tutti e tre in ottime condizioni psico-fisiche e di CarloTex e Paolo, partiti quasi ultimi e comunque anch’essi giunti alla meta con un’espressione umana.
Ma la situazione maggiormente impressionante della nottata in Capanna e’ la visione del volto e soprattutto delle condizioni di Tommy: pallido, smunto e trovato su una panchina chiuso in se stesso in posizione fetale. Valeva la pena? Umanamente no, ma per una Madre, per quanto a volte perfida, maligna e cattiva, forse si: lui lo sa e ringrazia piu’ volte i suoi compagni per averlo portato fin lassu’.
E io ringrazio i miei, di compagni, per esserci arrivato nuovamente fin lassu’, in buone condizioni e con un morale comunque alto; con il veterano dei tre (Gerardo) che paga, e lo si legge dalla sua espressione, lo sforzo e il crampo finale.
Una stretta di mano, un abbraccio… il nostro premio: un’amicizia che da oggi sara’ ancor piu’ salda, come le nostre mani che si stringono… come il nostro abbraccio: sentendoci per una notte fratelli, perche’ figli della stessa Madre.