25 febbraio 2007 Treviglio -BG-

 

COME CI SI INVENTA “TAPA PACER”

di Massimo Bertarelli 

 

Ascolta, Max, se domenica a Treviglio non hai intenzione di fare il fenomeno, non ti andrebbe di aiutarmi ad arrivare vicino ad 1h e 50 minuti?”.

Dovete sapere che da qualche parte in quest’universo ci deve essere un’entità, che nessuno conosce, che la domenica mattina dà un’occhiatina sul nostro pianeta, controlla se c’è un gruppetto di tapascioni che ben conosce ed allora s’infila i guanti bianchi e fa girare la ruota del destino.

Quando la ruota si ferma, su quei tapa, ogni volta scende una specie di magia che fa sì che all’inizio della loro corsetta domenicale si creino dei gruppetti sempre diversi. Con chi hai vicino cominci a chiacchierare di tutto, dell’Inter finalmente vincente dopo vent’anni, del Milan che quest’anno va così, ma l’anno prossimo….., dei figli, delle amanti che nessuno ha, di Prodi e Berlusconi, volano barzellette, battute, sfottò e mentre sembriamo tutti divisi e sparpagliati siamo uniti più che mai perché quelli dietro s’intromettono nei discorsi di quelli davanti, succede sempre anche il contrario, insomma partecipiamo ad una specie di balletto rituale.

E così domenica scorsa, sulle prime rampette di una durissima ma fantastica tapasciata a Missaglia, ho vicino mio cognato, Daniele, e la domanda iniziale è la sua.

Dicono che l’appetito vien mangiando, nel caso del podismo più prendi coscienza dei tuoi mezzi e più sei tentato di provare a verificare fino a che punto puoi arrivare. Io sono cascato in questo tenaglione da poco tempo e nelle due ultime uscite con il chip mi sono eclissato, da solo, verso il traguardo con quelle che sono oggi le mie possibilità podistiche, allontanandomi però dal gruppo storico degli amici.

E’ vero che sto cercando di prepararmi al meglio per quella bellissima mezza maratona che ci sarà il mese prossimo a Vigevano, è l’occasione che aspetto per una grande sfida contro di me, ma in fin dei conti la soddisfazione personale è niente rispetto alla compagnia dei veri amici, l’allenamento specifico lo svolgerò in settimana, domenica voglio tornare a respirare la bella e sana aria della “tapa-brigata”.

“Allora vuoi che ti faccia da pacer? Perché no, si può fare”.

“Va’ che non devi mica farlo per forza – mi dice -, se vuoi fare la tua gara fai pure, è che a Santa Margherita sono partito con il freno un po’ tirato ed alla fine sono andato in crescendo, sentivo di averne ancora. Per quello che vorrei provare a Treviglio ad avvicinarmi a quel muro”.

Avevo voglia di tornare a gareggiare in loro compagnia, Daniele m’intriga da matti con la sua richiesta ed accetto senza esitazioni, perché con lui so che ci saranno Antonio, Fabio e Marco, in sostanza tre/quarti della Brigata Tapasciona.

Per un paio di giorni quasi non ci penso quando martedì, seduto come sempre da solo al tavolino del self-service durante la pausa pranzo, un’idea mi attraversa la mente come un fulmine a ciel sereno. Nel giro di un niente avevo ideato, organizzato, pianificato e già mi vedevo nella mia nuova stupidata. Come nasce una “genialata”? In questo caso stavo guardando l’etichetta di una bottiglia d’olio extravergine d’oliva toscano, la mente è andata da sola al ricordo della stupenda maratona di Firenze, mi sono rivisto per un attimo alla partenza attaccato ai miei pacer…eh già, i pacer, Daniele vuole che gli faccia da pacer. E lo avrai domenica il tuo pacer personale, eccome, in tutto e per tutto.

Non è che devo poi fare molto, basta una spiritosa stampa a colori, una canotta, qualche spilla da balia, un po’ di rafia e due/tre palloncini. Ecco fatto, è pronto il “Pacer della Brigata Tapasciona”. Si, a parole, perché chi mi conosce sa bene quanto sia famosa la mia imbranataggine nei lavori manuali e mentre ci metto qualche secondo a preparare la stampa, solo grazie a mia moglie non finisco a litigare con le spille. Per la serie: “Ma quando t’inventi le stupidate, perché non te le porti da solo fino alla fine?”.

Ma sabato che doveva essere il giorno dei grandi preparativi tipo la ricerca e scelta dei palloncini, le prove pomeridiane di gonfiaggio e sistemazione di tutto quanto, un piccolo e preoccupante accenno di Alzheimer a momenti manda tutto a monte. Si comincia con Fabio che è in montagna e dice “sai mia figlia ha fatto una faccia quando le ho detto che tornavo a casa per la gara, non me la sono sentita” mentre in realtà deve essere stato pesantemente bastonato dalla moglie ed è forfait, io passo la giornata a preparare tutto e alle 7 di sera mi ricordo che per gonfiare i palloncini forse serve qualcosa che sia più leggero dell’ossigeno. Ed adesso dove lo trovo l’elio o un po’ d’aria compressa? “Dai - dice mia moglie che poverina si era ingegnata a preparare la canotta con la rafia - se domani mattina trovi un distributore aperto, con un po’ d’aria compressa..” “Ma domani c’è il blocco del traffico, dove lo trovo un distributore aperto?”. Profezia azzeccata.

Passo un paio d’orette a darmi del ciula anche senza bisogno di mettermi davanti allo specchio, ma almeno la stampa sulla maglietta fa la sua bella figura e allora va bene lo stesso. E mentre cerco di addormentarmi ripenso che in settimana mi si è riacutizzato il dolore di Casalbeltrame e che sono dovuto stare fermo qualche giorno, ma per una domenica in allegria si corre anche zoppi.

E così in ossequio al blocco del traffico padano, stamattina accendo la mia Euro 4 dal cui tubo di scarico fuoriescono sicuramente essenze al gelsomino (?!) visto che posso circolare, accendo lo start interno della stupidera e mi dirigo verso Melzo a recuperare Daniele.

Se credete, dopo aver letto fino a qui, che oggi fosse una giornata dedicata alla pura goliardia, beh, vi siete sbagliati di brutto.

La parte giocosa della mattina termina allo sparo del via perché da quel momento voglio essere in toto un vero pacer. A noi piace ridere, scherzare, prenderci in giro ma questo sport lo facciamo con tanta passione, con i nostri limiti cerchiamo di fare tutto quello che è possibile per dimostrare qualcosa, ma solo a noi stessi. Ci saranno persone tra voi che avranno sorriso leggendo 1h50’, qualcuno di voi in quello spazio temporale ha anche già finito la doccia, ma nelle corse c’è anche il nostro mondo, c’è anche la nostra fatica che non è certo minore della vostra. Ed abbiamo una gran voglia di raccontarlo a quei tantissimi che sono come noi, a tutti quelli che ci hanno scritto: “Leggendo le vostre avventure mi avete fatto tornare la voglia di mettere le scarpette” – “ditemi dove siete domenica perché ho voglia di conoscervi, di correre con voi”.

Ed allora al via il “Pacer Max” (che sta ancora allacciandosi le scarpe) fa partire il cronometro, estrae dal taschino il tabellino dei passaggi al km (per rispettare la media), si becca dal cordialissimo Luigi Viganò un “Oh, Bertarelli, ma sei sempre l’ultimo?”, raggiunge Daniele e solo nella sua mente i palloncini cominciano a svolazzare nel vento.

Io ho avuto la fortuna di avere davanti, a Milano e Firenze, dei veri pacer e cercare di imitarli si dimostra fin da subito un’impresa mica da ridere. Non è così semplice cercare di mantenere un ritmo costante di 5’13” al km per uno come me che in fin dei conti, quando ha fatto il fenomeno, ha avuto una media di 4’40” (con conseguente “tre giorni da stravolto”), per di più oggi con una gamba non troppo in forma e soprattutto avendo dietro quella banda scalcinata che vuole provare a tutti i costi ad andare a quei ritmi che sono il suo limite. Difatti per i primi km andiamo un po’ più veloce del previsto e quasi non ce ne accorgiamo dato che stiamo tranquillamente chiacchierando tra noi. Al passaggio del 5° km siamo in vantaggio di 15”, andiamo sciolti e giusto al primo ristoro perdiamo un po’ di tempo che ci farà transitare al 10° km con leggerissimo ritardo. Al secondo ristoro perdiamo Marco, che si attarda un po’ troppo ed accumula quei 30-40 metri di distanza che non riuscirà più a recuperare.

Un po’ prima del passaggio al 15° km vedo che abbiamo un minuto di ritardo, però Daniele e Antonio sono li attaccati, decisi, convinti, e il cartello che ho sulla schiena incomincia a far da calamita tanto che uno alla volta il nostro gruppetto si amplia. Io li voglio portare a fare quel tempo, sento che oggi è la giornata giusta ed allora, quasi imitando il gesto di Sylvester Stallone nel film “Over the Top”, dove lui girando indietro la visiera del berrettino trovava la forza per ribaltare a suo favore gli incontri di braccio di ferro, mi tiro su le maniche della maglia e comincio a tirare il gruppetto con un’andatura sempre più veloce, senza strappi, ma con una piccola e costante accelerazione delle falcate. Ad un certo punto si alza un po’ d’aria, prima laterale e poi contraria, ed allora invito tutti a mettersi dietro di me in fila indiana. Caspita Max, ma allora fai sul serio. Lo penso dentro di me, e questo pensiero mi gasa, mi fa scorrere l’adrenalina, perché è troppo bello sapere di trainare delle care persone che si stanno fidando di te, che ce la stanno mettendo tutta, e io che sono un perfetto nessuno nel mondo del podismo mi sto inventando una cosa che da gioco si sta trasformando nella più emozionante stupidata che ho combinato finora. Al passaggio del 20° km letteralmente esplodo: guardo il crono, 1h44’ e rotti, li ho portati fino a lì rispettando la tabella con una precisione pazzesca, ed allora mi giro e incomincio ad urlargli tutti gli incitamenti che mi vengono fuori dal cuore, non chiedetemi cosa gli ho detto, non me lo ricordo, ma vedendomi così gasato Daniele si affianca e tiene il mio stesso passo, Antonio è solo qualche metro dietro, ma gli leggo in viso che oggi non molla, per loro quell’1 e 50 è un traguardo troppo desiderato ed oggi, finalmente, ci sono talmente vicini per non buttare il cuore oltre l’ostacolo.

E arrivano gli ultimi metri, è fatta alla grande, prendo la mano di Daniele, gli dico di guardare il crono dell’arrivo e poi urlo a Treviglio tutta la mia gioia e quella che Daniele, stanco ed emozionato, non riesce a tirare fuori. E qualche secondo dietro di noi anche Antonio, sorridente e felicissimo, abbatte quel muro.

Roba da matti, gli altri del gruppetto mi vengono a cercare, sono complimenti, pacche sulle spalle, ringraziamenti. A me, ragazzi, ma io sono un tapascione come voi, altro che pacer.

Il buon Mandellik m’ immortala in un mare di foto, figurati se lo lascia scappare uno stordito come me, e mi apposto vicino al traguardo per “sfottere” amabilmente quella gran bella persona di Marco che, solo 4 minuti dopo di noi, neanche ci pensa ad ascoltare il mio consiglio di fare lo scattino finale.

Grandi, siete stati grandi. Antonio e Daniele oggi m’ avete regalato un’emozione fantastica, ho vissuto con voi la vostra miglior prestazione sulla mezza di sempre, ora che avete preso coscienza dei vostri mezzi vedrete come non sarà cosi pazzesco pensare al vostro prossimo muro: 1h45’, non è utopia, vedrete che anche quello prima o poi lo abbattete. Solo che adesso, per un po’, il vostro affezionatissimo pacer si dedicherà a cercare di abbattere il suo muro. Primo tentativo a Vigevano, se c’è qualcuno che vuole farmi da pacer, non c’è bisogno di mettersi cartelli sulla schiena, venitemi a cercare e se siete persone che sotto al tempo di 1h38’, come me, non ci siete mai andati beh, proviamoci insieme, sarebbe stupendo arrivare mano nella mano con un runner fino ad allora sconosciuto urlando a tutta Vigevano la nostra felicità.

Finita, vi starete chiedendo. Ma va, il colpo di coda di questa fantastica giornata mi aspetta a casa. Mentre sto svuotando la borsa estraggo la busta che conteneva il pettorale e scoppio a ridere. C’è scritto: 78 – Bertarelli Michele – 1971 Libero. Non è possibile, ma è proprio vero che quell’entità con i guanti bianchi esiste e con me vuole divertirsi alla grande. Innanzitutto Michele è il nome di mio fratello, giusto per 3 anni a momenti non azzeccano anche l’anno di nascita, ed allora vuol dire che in classifica Michele ci finisce con il mio tempo, io con il suo. E rido all’idea che oggi ho corso da neanche quarantenne e pensate se Michele ha fatto un tempone, poveraccio, si ritrova quasi in fondo alla classifica ed io tra i fenomeni.

Alla prossima.

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