25 Marzo 2007 Vigevano (PV)

1^ Scarpa d'Oro Half Maraton

 
LA MIA NERA MATTINATA ILLUMINATA DA UNA….ESTELLA.

di Massimo Bertarelli 

 
foto di fabio rampini

 

E’ passato solo un anno, quante cose sono cambiate nella mia vita in questo periodo. Vigevano 2006, la fuga dalla gara sociale, la mia prima gara con un tempo cronometrico che sembrava impossibile da raggiungere, la mia prima cronaca. Quel giorno mi si aprì un mondo fatto di gare una più bella dell’altra, di grandi amicizie, d’entusiasmo, ma quando sei catturato da un vortice che non è nemmeno lontano parente di quella vita piatta e monotona che era la tua fino a poco tempo fa, quando vivi un sogno cosi, te lo devi aspettare che prima o poi il tuo passato ti presenti “il conto”. Non pensavo di doverlo pagare così salato e soprattutto non pensavo di saldarlo proprio qui. Mi ero preparato per questa competizione senza fare proclami, senza tirarmela con nessuno, troppa era la voglia di tornarci, troppo bello questo percorso, qui avevo deciso che avrei provato a migliorare il mio personale, non potevo certo immaginare che la mia mezza maratona competitiva durasse solo 400 metri. Siamo ancora nel giro di pista, vicino a me c’è Danilo, uno splendido amico che si è offerto di farmi da lepre, ma il bicipite femorale destro si blocca di schianto e la mia corsa è già finita. L’entusiasmo di questi mesi, le mie due prime maratone, tutte le belle sensazioni che mi hanno accompagnato per un anno di colpo spariscono. Tento di resistere, Danilo mi conforta, mi sostiene, ma poco dopo il cartello del primo km arriva un’altra fitta e questa volta è davvero la fine. Mi appoggio ad una vettura parcheggiata, tento un po’ di stretching, ma lo so già che non servirà a niente ed allora la storia si ripete, ma cambiano i protagonisti. Alla maratona di Milano era stato Antonio ad insultarmi perché andassi a fare la mia gara, perché non mi voleva più vicino a condividere con lui la sua sofferenza, questa volta lo devo fare io con Danilo. Gli urlo di andarsene, lo spingo via, lui la sua bella gara la deve fare. Poco dopo arriva anche Antonio, anche lui si ferma e mi guarda con sincera apprensione, ma tra noi non servono tante parole, è tanto il tempo che abbiamo trascorso insieme, basta un “vai Antonio, per me è finita, vai e divertiti”. Però qualcuno disse che è nelle difficoltà che l’uomo matura, cresce, si fortifica. So di sbagliare, sono a poche centinaia di metri dallo stadio, non ci vuole niente a tornare indietro, ma lì c’è mia moglie, mia cognata e la mia nipotina, non mi va di farmi vedere da loro con l’espressione che ben immagino di avere. Intanto, vicino a me, quella bella fiumana di podisti scorre sempre più lenta, il rumore delle scarpette sull’asfalto si fa sempre più flebile, dopo qualche minuto sono rimasto solo e sta arrivando l’ambulanza. No Max è sbagliato, mi dico, lascia perdere, quante occasioni avrai ancora, ricordati che fra tre mesi vorrai vivere il tuo grande sogno dell’anno, e lo devi condividere con due amici, non buttare tutto all’aria. Fermati crapone, fermati! Ma non ce la faccio ad ascoltarmi, un addetto del percorso m’incita “dai 492” ed allora ricomincio a corricchiare, la gamba destra è quasi bloccata ma voglio almeno arrivare in centro città. E’ un anno che aspetto il fantastico attraversamento delle scuderie nel Castello, ho una voglia matta di rivedere la Piazza Ducale, fino a lì ci devo arrivare, ho pagato il biglietto, quello spettacolo non mi va di perderlo e quell’ambulanza l’ho sempre dietro, mi sembra un avvoltoio che pregusta il momento di quando si avventerà sulla carogna. Poco prima del Castello raggiungo una ragazza, uno scricciolino con indosso un k-way, con due scarpette che fanno cloppete cloppete sul selciato del centro storico. Mi affianco e non potendo dare di più provo a rimanere con lei, almeno sono in compagnia ed ancora non so che sarà una stupenda compagnia. Sul tappeto rosso nell’attraversamento delle scuderie mi scappa un “quanto è bello”, lei si gira, sorride e mi dice “spero di non cadere”. E’ l’inizio di una lunga chiacchierata tra due persone che oggi il destino ha deciso che avrebbero dovuto conoscersi: un testone partito stracompetitivo e subito spaccato nell’orgoglio e nel fisico, una bella ragazza con alle spalle pochissime corse ed una gran voglia di arrivare in fondo a questa entro il tempo limite. Due mondi diversi, due storie diverse ma una grande passione in comune. Entriamo insieme nella Piazza Ducale, praticamente ci siamo solo noi ed alla vista di tanta bellezza le nostre quattro parole di circostanza cominciano a diventare un discorso. Scopro cosi che è di Novara, ha 38 anni, non appartiene a nessun gruppo sportivo ed ha una voglia ed un entusiasmo che ricordano i miei inizi, quando correvo per combattere il colesterolo (e lei contro le sigarette), quando non c’erano tabelle, tempi cronometrici, record personali, ma solo la felicità di correre e di riuscire a farlo. Chi mi conosce bene starà sorridendo, è ben nota la mia logorrea podistica, ma oggi è diverso: parlo per non sentire il dolore, per andare avanti, per accompagnare una ragazza a vivere il suo sogno. Mi accorgo in certi momenti di essere un fiume in piena, ma lei ascolta volentieri, partecipa, mi racconta i sogni e le sue speranze, ride divertita per i miei aneddoti. Ad ogni ristoro sono costretto a fermarmi a bere dei te caldi, sono partito vestito per fare il fenomeno e nel tratto vicino alle risaie rischio di congelare. Lei prende qualcosina da bere ma non si ferma e cosi, ogni volta, scopro quanta sia la fatica a dover inseguire una persona che non sta certo correndo forte, ma io quella compagnia non la voglio perdere. E l’ambulanza, dietro, non si vede più. Quando arriviamo al ristoro del 10^ km vedo davanti a me l’inconfondibile sagoma del mitico “Compa” Comparelli e quattro chiacchiere con un amico scaldano più di un te. Al ristoro del 15^ km capisco di essere veramente in difficoltà ed allora mi fermo, discorro tranquillo con i volontari, accetto volentieri l’offerta di un’ottima fetta di panettone e, mentre sto facendo stretching osservando in santa pace le chiuse disegnate da quel grande genio di Leonardo, mi raggiunge un’altra volta il Compa e quell’incredibile personaggio che corre con in testa un cappellino a forma di pagoda nel quale sono incastonati decine di campanellini.

La ripartenza è dolorosa ma, ormai, chi ci pensa più, ma lei dov’è finita? Ci vogliono 2 km per riprenderla e come mi avvicino le dico “Accidenti, ma vai come un treno!”. “Che fai, mi prendi in giro?” e sorride. Manca poco, mi accorgo che la sua fatica sta per prendere il sopravvento, ma quella ragazza merita di coronarlo il suo sogno ed allora, ancora una volta con grande gioia, mi trasformo in pacer. Per non farle pesare gli ultimi minuti di corsa la distraggo con le mie stupidate più eclatanti, sul retrorunning gattonatorio di Cremona ride sinceramente divertita, le prometto che non ci bagnerà nemmeno una goccia di pioggia. Buffone che non sei altro, penso, se sei qui che manco ti reggi in piedi, ma oggi questa lezione ti ci voleva e questa ragazza è un bel regalo del destino, ed allora vivi questa avventura con il cuore, ricordati di quanto ti vantavi di essere un tapascione e di quando hai smesso di crederlo. L’ultimo km lo corriamo nelle vicinanze dello stadio incrociando decine di podisti che hanno terminato la gara e, con il loro pacco gara e la loro medaglia al collo, stanno tornando alle automobili. Nel giro di pochi minuti incrocio decine di sgaurdi: chi ti guarda senza quasi vederti, chi si accorge della mia maglia dell’ultima Milano Marathon e vedendomi ancora sul percorso mi fissa perplesso, chi mi rivolge uno sguardo di compassione. Mi verrebbe voglia di urlargli “se non mi facevo male vi davo dieci minuti!” ma che valore avrebbe una cosa del genere? Io oggi ho imparato ad avere rispetto per la sofferenza, adesso so per davvero cosa vuol dire vivere una corsa dal fondo. Guardatemi voi, sorridete pure, non m’interessa, vicino a me ho una persona che sorride felice, che a due passi dall’ingresso dello stadio, con un filo di voce, mi dice “ Grazie, grazie davvero, senza di te oggi non sarebbe stata una così bella giornata”. Ed allora sul rettilineo finale, dopo 2 ore e 12 minuti di gara, le porgo la mano, lei la stringe forte forte e cosi mano nella mano, sereni e sorridenti, tagliamo insieme il traguardo di questa bellissima ed indimenticabile gara.

Sono io che ti ringrazio, Estella, probabilmente le nostre strade non s’incroceranno più, ma la tua passione, la tua voglia ti porteranno a vivere i più bei sogni e che la corsa rimanga per te sempre un grande divertimento. E grazie anche a te, crapone, bentornato sulla Terra.

Alla prossima.

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