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22^ Venice Marathon
BASTA UN GIORNO COSI… |
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Questo racconto è dedicato a
te.
A te che decidesti mesi fa di lanciarti una sfida..
A te che hai voluto fortemente che questa tua prima maratona diventasse un sogno
da condividere insieme.
A te che stamattina non eri al mio fianco alla partenza..
A te che in questo momento stai affrontando uno di quei grandi dolori che la
vita, prima o poi, ci riserva.
A te che la vita regalerà presto una “tua prima e fantastica maratona”. Ed io ci
sarò.
Sono da poco passate le 5.30, il suono della sveglia rimbomba nel silenzio ed ho un sussulto. Per tanti sarà cosi stamattina ma io, per la prima volta, alla vigilia di una gara riesco a dormire tranquillo anche se la sveglia non la faccio suonare, vicino a me mia moglie è ancora nel mondo dei sogni.
In un silenzio surreale 4 fantasmi scendono le scale dell’albergo e si dirigono alla sala colazione rigorosamente chiusa a chiave.
Due indossano la tuta dei Gamber (Antonio ed io), uno la tuta della Di.Po. Vimercate (Gianluca…..p.s.: non è vero ma il suo Presidente ci tiene tanto) ed uno (Paolo anche lui Di.Po.) è contentissimo che per una volta tanto, di domenica, non dovrà indossare la sua fascia di Sindaco.
Dopo aver pagato qualcosa come 145 Euro per una doppia e 170 Euro per una tripla pernottamento e colazione è assolutamente fantozziano quello che ci stiamo apprestando a fare: Antonio ha in mano un bollitore elettrico che si è portato da casa, io la crostata Esselunga e qualche bustina di the, Gianluca e Paolo stanno preparando le tazze che insieme allo zucchero, qualche marmellatina e fetta biscottata è tutto quello che siamo riusciti ad “estorcere” (e con una certa fatica) al collaborativo gestore dell’albergo. “Sapete, il nostro cameriere non arriva prima delle sette…” “Ma guardi che a noi basta trovare un tavolo con 4 tazze e le solite fette e marmellatine confezionate che ci arrangiamo da soli…” “Non è proprio possibile, noi teniamo la sala chiusa, le macchine sono staccate, se volete vi possiamo preparare un cestino…” “Ma guardi che andiamo a correre una maratona, mica facciamo una scampagnata….” e chi l’ha vinta l’avete già capito, vero? Dopo un’estenuante trattativa, sabato pomeriggio la ragazza della reception mi consegna la chiave della sala colazioni e promette che qualcosa ci farà trovare.
Dopotutto avevamo deciso di venire a Venezia con le famiglie, Gian ha due bimbi piccolini e questa era la scelta logistica migliore. Cosi i 4 Fantozzi riescono lo stesso ad arrangiarsi, l’ordine alle nostre Pine è: quando scendete voi a fare colazione mangiategli anche le gambe dei tavoli!! Per la moglie di Antonio questa è una raccomandazione del tutto superflua.
E mentre noi siamo intenti ad arrangiarci spuntano nella saletta due americani vestiti di tutto punto. Allora Antonio ci dimostra seduta stante cosa vuol dire sapere le lingue e noi tre poveri ignoranti a mala pena capiamo che il succo del discorso è che quella sala al momento è aperta solo per noi, per loro sarà disponibile non prima di un’ora. L’americano annuisce e dopo 5 minuti torna facendoci capire che per lui erano le 8: vagli a spiegare che per tornare all’ora solare l’orologio lo doveva spostare indietro e non avanti!! Ma questo sfoggio di cultura linguistica di Antonio si trasforma immediatamente in un incredibile assist per me e Gianluca, cosi partono una serie di sfottò sull’americano stordito e su come sia bello sapere le lingue e, credetemi, una colazione cosi allegra alle 6 di mattina non l’avevo mai fatta.
Alle 6.30 c’incamminiamo verso il Tronchetto dove ci attende il pullman che ci porterà a Stra.
Giusto quattro passi per uscire dalla nostra “calle” e siamo sugli scaloni del ponte degli Scalzi e che la giornata promette davvero bene me lo confermano una gran bella serie di “ciapett” di alcune carinissime podiste di Andria.
Apro e chiudo subito la parentesi relativa a quello che mi aspettavo dall’organizzazione della gara e da che cosa ho trovato: secondo me chi ha organizzato la Venice Marathon sono persone davvero in gamba. Credo di aver detto tutto.
Il viaggio in pullman verso Stra passa velocemente: attacco bottone con una serie di podisti di varie estrazioni, ci raccontiamo e confrontiamo le nostre esperienze, davvero incredibile il pianeta podismo, dei perfetti sconosciuti conversano amabilmente come se si conoscessero da una vita. Antonio e Gianluca sono rintanati su un gradino e si mettono a fare conti matematici su quanto costa in un anno fare questo sport mentre Paolo, dall’alto della sua carica istituzionale, è l’unico che ovviamente si è seduto su un seggiolino e decide di concentrarsi profondamente sulla gara: si abbiocca alla grande.
Arriviamo, ci cambiamo, sosta fisiologica, un bel the caldo e si va a prendere posizione nelle gabbie di partenza. Paolo e Gianluca, con indosso la loro maglia Di.Po., a causa della loro “prima volta” in maratona hanno il pettorale viola e si ritrovano in fondo a tutti, i due TapaGamber indossano la mitica maglietta della Brigata Tapasciona e con il pettorale rosso entrano nella penultima gabbia.
E’ la mia terza partenza di una maratona, ma l’emozione è sempre quella. Non riesco a stare fermo, mi giro, mi rigiro, sposto il peso del corpo da una gamba all’altra, con le mani mi picchietto le cosce, alzo le mani per applaudirci e salutare l’elicottero Rai che starà trasmettendo a chi è casa uno spettacolo fantastico: quello spettacolo siamo noi. Ma mentre a Milano l’anno scorso, la mia prima volta, ero solo gasato ed incosciente, a Firenze sentivo la responsabilità di aver deciso di voler fare il fenomeno, oggi è una giornata totalmente diversa. Non posso dimenticare quello che mi è successo quest’anno: a fine Marzo a Vigevano il doppio strappo muscolare, le cure, il tentativo di ripresa, le rinunce, la ricaduta, fino a fine Luglio quattro mesi di calvario, poi si ricomincia a ritmi lenti ma con costanza, tutte le domeniche chilometraggi da mezza maratona, a Settembre sento che le cose procedono bene, il lunghissimo a Parma a dei ritmi per me fantastici, ed alla Milano-Pavia arrivo a tutta, stanco il giusto e soprattutto gasato: dalla compagnia e dalle mie sensazioni. E dall’ultima maratona a Firenze sono passati 11 mesi, è una vita e la voglia di tornare a correrne un’altra è devastante, non pensavo che in poco più di 3 mesi sarei arrivato a questi livelli, e pensate che mi ero iscritto il giorno dopo l’infortunio, in quanto ad incoscienza ed ottimismo credo di avere pochi rivali.
Con queste premesse e considerando che ho un personale sub 4 ore non c’è niente da obiettare se mi posiziono dietro i pacers con i palloncini neri delle 4 ore. Antonio si posiziona dietro i palloncini gialli delle 4h15’ ed ancora non sa che quella non sarà assolutamente la giornata che si era immaginato. Lui che è stato vittima dello scherzo mio e di Gianluca, l’avevamo iscritto a Marzo e glielo diciamo solo il mese scorso a Parma, lui che è un grande amico tanto che 15 giorni fa alla tapasciata di Vimercate, dopo avermi bonariamente insultato per l’ennesima volta per quello scherzo mi dice: “Vabbè, ho capito, Gian vuol fare il fenomeno, tu pensi solo al tuo sogno condiviso, mi sa che se voglio un po’ di compagnia a Venezia devo portarmi l’Ipod!”.
Dopotutto mi sono costruito una certa nomea come creatore di scherzi e sorprese, per quello che ho deciso di fare oggi ce ne vuole un’altra delle mie.
Si parte ed immediatamente entro in clima gara: un mare di gente è a vedere la partenza, ci sommergono d’applausi, con i fischietti e le raganelle fanno un baccano infernale ed io in queste situazioni perdo il controllo, mi esalto, saluto tutti, non ho ancora fatto 500 metri che ho già la mano sinistra rossa a furia di dare “cinque”. Ed a Fiesso d’Artico e poi a Dolo veniamo accolti con un calore incredibile. I pacers delle 4 ore sono un ragazzo e due ragazze: lui è davvero fantastico. Continua a girarsi, ci conta, ci dice “guardate che non vi perdo neanche per un attimo” poi si mette in bocca un fischietto e comincia a ritmare l’andatura, saluta tutti, incita la folla ed ogni tanto tuona: ”Popolo delle 4 ore ci sei?” E tutti noi rspondiamo con un incredibile “siiiiiiiiiiiiii”, perché siamo davvero tanti.
A Mira lo spettacolo è fantastico: veniamo accolti da un gruppo di sbandieratori in costume con la banda e mentre l’atmosfera nel gruppo delle 4 ore è sempre più fantastica arriva il ristoro del 10° km ed è ora di compiere quello che avevo in testa. Prendo una bottiglietta d’acqua (42 km, 8 ristori, sempre tantissime bottiglie e sempre già stappate ed insieme a tutto il resto. Grazie a quella marea di fantastici volontari) e mi piazzo sul bordo della strada. Passa poco tempo ed arrivano Gianluca e Paolo: mi sorridono, loro sanno già tutto, gli do il cinque e li lancio verso la loro fantastica prima maratona. Gianluca la chiuderà in real time in 3h51’36” e Paolo, che veramente si allena pochissimo, in 4h11’39”, davvero grandi! Poi spuntano i palloncini gialli e nonostante la promessa d’incollarsi a loro guarda caso Antonio è davanti qualche decina di metri. Con gli occhiali da vista scuri faccio fatica a vedere bene la sua espressione: non saprò mai se era di sorpresa o preoccupazione nel vedermi fermo a bordo strada. Ci penso io a tranquillizzarlo subito con un “bene, bene, dovevamo stare dietro i pacers, vero? L’avevi promesso o sbaglio? Adesso ti porto fino a Venezia a pedate nel sedere”. Lo sguardo di compatimento, quello, lo vedo bene ma mi metto al suo fianco e fino all’arrivo sarà cosi. Mi accorgo che ancora non ha capito le mie reali intenzioni ed allora rincaro la dose: “ scusa, dico, ma non ti avevo detto che oggi la facevamo tutta insieme? No? Strano, mi sembrava di averti mandato anche una mail”.
E questa nostra maratona scorre in uno scenario ed una tranquillità semplicemente fantastici: le strade senza traffico, le ville, i giardini, la placidità del Brenta, il costante calore del pubblico. Davvero tutto bello. Dobbiamo però confrontarci con la realtà che tristemente ricorda che la vita non è tutta cosi serena: all’ingresso della zona industriale di Marghera incontriamo un gruppo di uomini che pacificamente e con grande dignità ci mettono al corrente della loro disagiata situazione di cassintegrati: leggere uno striscione che parla di 100 e più famiglie in diffocltà non ti può lasciare indifferente e lo spontaneo applauso che parte da tutti noi e gli incitamenti a non mollare ed a tenere duro vengono fuori dal cuore, di più non potevamo fare, ma la nostra solidarietà è genuina.
A Mestre la festa s’ingigantisce: anche a causa di alcune strettoie per dei lavori in corso corriamo dei tratti tra due ali di folla vociante e festante tanto che uno dei nostri pacer urla: “gente di Mestre, sei fantastica!” e che noi podisti tanto normali non lo siamo si manifesta alla grande in un lungo sottopasso. Non chiedetemi come nascono certe cose, non si possono spiegare, nascono e basta. Qualcuno davanti accenna un “ po po po po po po pooooooo, nel giro di qualche secondo quel sottopasso è una bolgia, sembra di essere alla finale di Berlino dei campionati del mondo di calcio e provate ad immaginare che cosa può essere in uno spazio chiuso ed angusto quel po po cantato a squarciagola da centinaia di persone…..da pelle d’oca!! E poi qualcuno davanti urla : “Inter” ed un boato risponde: “merdaaaaa”. “Milan”: identico boato. Conto fino a tre, mi dico “e no ragazzi, scusate ma qui manca qualche cosa” ed allora urlo “Juve”…non pensavo che questa squadra fosse cosi poco amata, a momenti viene giù la volta!!
E quello è l’ultimo momento di divertimento. La maratona sta per presentare ad Antonio la sua dura realtà, come era successo a Milano e Firenze il suo passo a poco a poco rallenta. Eravamo sempre stati un po’ avanti ai pacers, prima ci raggiungono ed all’ingresso del bellissimo e grandissimo Parco San Giuliano piano piano se ne vanno. Me l’aspettavo ed ero pronto a questo momento. Sono sempre lì con lui ma anziché di fianco mi defilo un pochino dietro, non voglio che abbia un punto di riferimento che lo possa fuorviare ed io da dietro posso gestirmi meglio. Il Ponte della Libertà è davvero interminabile ma nei miei occhi Venezia è ormai lì davanti e mi si mostra con tutto il suo splendore.
Per me mettere piede sul suolo veneziano è sempre una grande emozione: a questa città sono legato in maniera particolare, ma non perché qui abbia vissuto chissà quali storie della mia vita, l’ho sempre considerata unica e magica, la prima risposta alla domanda: “Max, se dovessi andare a fare un viaggetto dove andresti?”. E l’emozione di questa corsa cosi tanto desiderata comincia a spaccarmi il cuore. Antonio peggiora sempre di più, ma non molla, io lo so bene e sto attento a non disturbarlo in nessuna maniera: questo è uno sport comunque “singolo”, puoi avere intorno migliaia di persone ma sei solo contro te stesso, in quei momenti ben difficilmente anche un caro amico può darti quello che tu devi pescare nel fondo della tua volontà. Ed il Ponte arriva alla fine, si entra nella zona del porto e per un attimo mi preoccupo davvero: appena passato il 38° km Antonio si pianta di colpo e dice: “Non ce la faccio più”. Lui si ferma, io mi fermo. Lui cammina, io anche. Ricomincia a correre ed io con lui. Nei pressi del cartello del 39° mi dice: “Vai Max, goditi alla grande questi tuoi ultimi chilometri, è il tuo sogno”. Ha ragione, ma io oggi arrivo con lui, costi quel che costi, anche camminando, anzi, penso, meglio cosi, ho più tempo per imprimermi negli occhi e nel cuore ogni palazzo ed ogni colore di questa magica città. Ma non si cammina, corricchiamo ed ad un certo punto mi appare quello che stavo aspettando: il primo dei 14 ponticelli e c’è un cartello che ci informa dell’inizio del count down: “mancano 14 ponti alla fine”. Lo prendo d’infilata, il legno mi restituisce il peso del mio passo come un elastico, è una sensazione bellissima ed allora sul secondo ponte faccio apposta a calcare ancora di più in discesa. Faccio una gran fatica a guardare dove metto i piedi, alla mia destra c’è il Canale e l’isola della Giudecca, è uno spettacolo da favola.
E poi ad un certo punto il cuore mi scoppia: una curva a sinistra e c’è il ponte che è stato costruito apposta nella notte per farci attraversare il Canal Grande e lì davanti a me si staglia il campanile della Basilica. Le gambe mi tremano, gli occhi s’inumidiscono ma oggi non si versa neanche una lacrima, mi rendo conto di non capire più niente e di amare profondamente questa città. Mi riporta alla realtà il boato che ci accoglie alla fine del ponte, fino all’arrivo un mare di gente è ancora attaccata alle transenne, ci incitano, ci sostengono, urlano, è l’apoteosi, è il mio sogno che si sta avverando. Vedo che Antonio non riesce a godersela, al terzultimo ponte il suo “ma quanto c…o manca” è il segnale che non mi ha dato retta quando poco prima gli ho urlato “mettici il cuore Antonio, quando ci ricapita più una cosa cosi?” Ma all’ingresso dell’ultimo ponte siamo uno di fianco all’altro e gli urlo: “hai visto che è l’ultimo? E’ finita, guarda che spettacolo”. E su quell’ultima discesina davanti a noi il traguardo, un muro di gente alla nostra sinistra, lo speaker che urla nel microfono e sull’ultimo selciato lo prendo per mano, mi giro verso di lui e puntandogli l’indice della mano destra dico: “te lo dovevo, Antonio, te lo dovevo”. Finalmente accenna ad un sorriso e mi risponde “grazie”. E cosi dopo 4h20’ e spiccioli le due canotte della Brigata Tapasciona passano insieme sotto il traguardo: nonostante tutto Antonio fa segnare il suo personale sulla distanza, io tolgo i freni dal cuore ed urlo a tutta Venezia “ CHE BELLOOOO!!!”.
Sul treno che ci riporta a casa con le nostre mogli, tra una chiacchiera e l’altra, mi ritrovo a rigirarmi per le mani la simpaticissima medaglia di finisher che ho al collo. E’ perché dentro di me, non so per quale ragione, mi rimbomba sempre più forte la melodia di una canzone, la musica è ben presente ma faccio una gran fatica a ricordare le parole. E decido di concentrarmi, perché ho capito per quale motivo si sta facendo strada quella melodia e a poco a poco le parole vengono a galla, prima disordinate, ma alla fine le strofe si compongono e comincio a cantarmi e ricantarmi:
Basta un giorno così
a cancellare centoventi giorni stronzi e
basta un giorno così
a cacciare via tutti gli sbattimenti che
ogni giorno sembran sempre di più
ogni giorno fan paura di più
ogni giorno però non adesso adesso adesso
che c’è un giorno così.
E’ la parola fine che chiude un’altra indimenticabile pagina della mia vita da podista.
Da domani ci sarà un nuovo obiettivo a cui pensare, io so già qual è. Ricordate all’inizio di questo racconto quel “Io ci sarò?”. Questa promessa sarà la prossima, stupenda pagina.
A presto.