Bormio - Stelvio -SO-  13 Luglio 2008
 

 

La mia, indimenticabile, gara n. 100!

di Marco Scianca

 

 

La mia gara agonistica numero 100 la volevo festeggiare in grande stile: direi che ci sono riuscito benissimo partecipando al Mapey Day , con la gara in montagna di 22,5 km Bormio – Passo dello Stelvio, nonostante gli organizzatori la presentino come una classica mezza di 21,097 km.

Non mi dimenticherò facilmente di questa domenica 13 luglio 2008: innanzitutto per la durezza del percorso: un conto è guardare l’altimetria sulla cartina, un altro è dover scalare metro per metro tutti i quasi 1600 metri di dislivello su un tracciato che non ti concede un attimo di respiro: sempre e solo salita, fino ai 14° di pendenza.

Non mi dimenticherò di questa giornata anche e soprattutto per le condizioni meteorologiche che definire pessime è un eufemismo, meglio dire impossibili. Le prime avvisaglie di quello che ci aspettava si erano sentite il giorno prima , con la notizia della chiusura del versante altoatesino dello Stelvio per smottamenti. Ma è alla mattina della gara che ci rendiamo conto di quello che ci aspetta: una pioggia insistente, gelida, incessante, tipica di una perturbazione che era annunciata come pesante, prolungata e violenta: ne è riprova il fatto che da domenica a mezzogiorno la Valtellina sia rimasta isolata per una frana che ha bloccato la statale 38.

Alla partenza ci si guarda in faccia ed ognuno sa cosa pensa l’altro: ma chi me lo fa fare? Confesso che se gli organizzatori avessero annullato la gara (e viste le condizioni era una scelta più che giustificabile) ben pochi avrebbero reclamato, anzi… Invece l’annullamento non si verifica e quindi si parte! I primi chilometri trascorrono tranquilli, la temperatura non è ancora rigida e la pendenza lieve. Noto però che parecchi podisti non sono adeguatamente attrezzati per affrontare le intemperie che troveremo a quasi 3000 metri: non si può sfidare la montagna solo con pantaloncini e canotta se non si è sicuri di correre dall’inizio alla fine. E siccome i veri runners che corrono sino al traguardo sono veramente pochi, mettersi a camminare sotto la pioggia ed il vento incessante senza avere nulla con cui proteggersi significa andare in ipotermia certa.

Fino al 5° km riesco a corricchiare, poi inizio ad alternare corsa e cammino. Mi guardo intorno ed ammiro un panorama a suo modo affascinante: dai pendii scoscesi della montagna si riversano una miriade di torrentelli gonfiati dalla pioggia impetuosa. Ogni tanto si ode anche il boato profondo e inquietante che accompagna le frane e gli smottamenti di rocce e fanghiglia che si aprono la strada verso il fondo valle. Fortunatamente sul nostro versante non succede nulla di grave, solo la strada a volte è invasa dall’acqua, ma non mai notato caduta di rocce o altro materiale che potesse essere di pericolo per noi ed i ciclisti. Al cartello dei 10 km alla fine, sui tornanti più ripidi di tutto il percorso, ho la tentazione di abbandonare la partita, il pensiero di trascorrere minimo ancora un ora e mezza trascinandomi verso il Passo sotto quel diluvio mi annienta. Fortunatamente in quel punto non c’era nessun mezzo per il ritiro atleti, fermarsi ad aspettare sarebbe un suicidio, e quindi non mi resta altro che continuare. Verso il 16° km il punto di ristoro offre finalmente del the caldo, una vera benedizione. Scorgo attraverso il finestrino appannato del pulmino in attesa sulla piazzola, il nostro amico Cristiano, la cui avversione al freddo è risaputa: mi confessa di essere troppo intirizzito per continuare. Non mi trattengo molto per non essere troppo tentato dal sedermi al suo fianco.

Continuo sotto una pioggia sempre più insistente e malevola: banchi di nubi dense e impenetrabili alla visuale rendono il paesaggio ancora più cupo: ogni tanto si scorge nella nebbia la sagoma barcollante di qualche compagno di sventura con cui si scambiano i soliti incitamenti “dai che è fatta” “dai che mancano solo quattro kilometri”; Quattro kilometri ? Solitamente a quel punto si tira un respiro di sollievo, è veramente finita. Invece in queste condizioni mi sono chiesto più volte: ma ce la farò veramente? Qui ogni cento metri sembra di esalare l’ultimo respiro. A un kilometro dal traguardo vengo investito da una tormenta di acqua ghiacciata, anzi schegge di ghiaccio vero e proprio, le folate di vento sono così violente che indietreggio al posto di avanzare, come se il Passo volesse ricacciarmi a valle per aver osato sfidarlo. Da un’ambulanza scende un volontario che mi invita a salire, non mi chiede neanche se voglio aiuto, mi dice di salire e basta: devo avere un aspetto veramente raccapricciante. Ovviamente di mollare adesso non se ne parla neanche, come disse Asfalto la vigilia della gara: “Io al passo ci arrivo, magari a quattro zampe, ma ci arrivo” .

Le ultime centinaia di metri devo averle fatte con la testa e basta, perché le gambe , ormai rattrappite dal freddo e dai crampi, non rispondevano più ai comandi. Entro nella tensostruttura allestita per il ristoro finale ed ho modo di assistere al più gran ballo di San Vito mai rappresentato: un sacco di podisti al limite dell’ipotermia avanzata sono squassati da tremori irrefrenabili. I più tarantolati, tra cui Asfalto, tremano così vistosamente da non riuscire neanche a tenere in mano un bicchiere di the… Dopo circa mezz’ora il Gran Ballo di San Vito allo Stelvio termina, e ci accingiamo a tornare a valle coi pulmini dell’organizzazione.

Bormio – Stelvio, la mia gara numero 100. Volevo fosse una gara indimenticabile. Sono stato accontentato.

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