16 Marzo 2008 Lecco
 

 

Lecco: pioggia tristezza e metamorfosi

di Massimo Bertarelli 


Il ponte delle catene

 

Ci sono, sono sempre stati lì e non se ne sono mai andati, ma per farli riaffiorare a volte basta poco, basta soffermarsi qualche secondo di più su un nome e a quel punto i tuoi ricordi escono da quei profondi anfratti della memoria e per qualche minuto ti regalano una grande felicità. Lecco, quante volte ho pronunciato quel nome o l’ho visto con a fianco un circolino in una cartina. Lecco, quanti anni che non ci andavo più. Per me ha significato per una vita l’ideale crocevia dei miei stati d’animo fin da quando ero bambino e fin quando son diventato quasi adulto. Lecco, agli inizi degli anni ’60, era un nome su un cartello stradale che mi donava una grande gioia quando lo leggevo all’inizio del fine settimana, significava che i miei genitori mi stavano portando nel campeggio di Mandello del Lario dove ho passato una fantastica infanzia. Era lo stesso nome, ma su un diverso cartello stradale, che leggevo tristemente la domenica sera, significava la fine di un sereno ed allegro week-end ed anche la quasi fine di quelle incredibili ed interminabili code per fare quei pochi chilometri. A quei tempi non si parlava ancora di quella superstrada che scavata nella montagna tanti problemi ha risolto. E i ricordi si rincorrono, si accavallano ma non si confondono, e mi ritrovo più grandicello quando quel cartello stradale lo vedevo mentre arrivavo lì, dopo essere partito da casa mia a Milano alla Barona, in sella alla mia Morini 50, senza poter superare i 60 all’ora, ma era come se fossi alla guida della moto più potente del mondo. Un altro piccolo salto e la Morini si trasforma in una sgangherata Fiat 500, il campeggio non è più a Mandello ma è a Dervio, una fantastica compagnia di coetanei ad aspettarmi, le prime cottarelle serie, i primi baci, le prime delusioni, gli esami di ragioneria e la vita che ci ha poi diviso per sempre. Tutto questo direte voi per una parola? Sì, è quello che ho ricordato con tanta emozione ed un pizzico di nostalgia mentre pensavo a Lecco, mentre stavo per iscrivermi alla sua prima mezza maratona.

C’erano tutte le premesse per una gran bella giornata ed invece…..

Sono le 7, entro nella macchina di Daniele e capisco immediatamente che non sarà una bella giornata. Piove, ma questo non è un problema, è il suo stato d’animo ed il morale a terra che rendono tutto più grigio di quanto non lo sia già il tempo fuori. E capisco presto che a nulla varranno i miei tentativi di sviarlo o di farlo sorridere e che la nostra idea di fargli ritoccare il personale che fece 15 giorni fa a Piacenza è destinata a fallire. Io ero pronto a fargli nuovamente da lepre, ma senza serenità, senza tranquillità mentale non si va da nessuna parte. Arrivare a Lecco da Monza è velocissimo, troviamo abbastanza agevolmente il parcheggio convenzionato anche se non un cartello ci indica la direzione e, nel percorrere il tratto verso il centro maratona, comincio a pensare che da queste parti le distanze sono misurate a spanne. Dovevano essere 500 mt come pubblicizzato sul sito, probabilmente a passo di vatusso, quelli che “ogni 3 passi..fanno 6 metri”. Nella piazza in zona arrivo vedo un gran tendone, viene spontaneo dirigersi lì, e scopro invece che la segreteria ritiro pettorali è da tutt’altra parte. Credevo di aver visto il peggio a Salsomaggiore, ma è sacrosanto il detto “che al peggio non vi è mai fine”. Dopo 15 minuti abbondanti sotto l’acqua battente passiamo da una porticina che al confronto quella di Salso era un portone di cattedrale e ci ritroviamo in uno stanzone dove qualche genio ha pensato bene di raccogliere lì 1500 persone e fargli trovare ritiro pettorali, consegna pacco gara, spogliatoio e deposito borse. Assurdo!! Daniele già non è in vena, di fronte a quella calca inumana sbotta “ma chissenefrega, corro senza pettorale, questi sono scemi”, ma davanti a noi, quasi a ridosso del banchetto, c’è il mitico Fabio Lamber al quale urliamo i nostri numeri di pettorale, riesce a recuperarli tutti e tre e dobbiamo fisicamente aiutarlo ad uscire da quella bolgia pazzesca.

Non avevo mai fatto il riscaldamento in uno spogliatoio, ma provate a cambiarvi in un ambiente dove ci saranno stati 40 gradi e poi me lo dite se è possibile, né?

Finalmente siamo fuori e provo a trascinarmi dietro Daniele in un vero riscaldamento, siamo già sudati e con l’acqua che viene giù l’unica cosa da fare è corricchiare avanti e indietro e non fermarsi. Guarda caso la dis…organizzazione fa annunciare al buon Omodeo che la partenza è ritardata di ben 15 minuti, ma alla fine con Fabio ci mettiamo in fondo al gruppone e quando la gara parte… noi camminiamo. Era chiaro che il primo tratto sarebbe stato un imbuto, ma nessuno si aspettava che tempo un paio di minuti sarebbero cominciate le comiche. Ma come si fa a non prevedere che in un tratto di poche centinaia di metri, con tanto di giro di boa, il percorso dovrebbe essere diviso e transennato? Così ad uno spartitraffico la massa dei tapascioni si divide metà a destra e metà a sinistra e quelli di sinistra si ritrovano a fare un frontale con le handbike e gli atleti che già stavano tornando indietro. Allucinante. E nonostante gli slalom ed il tentativo di accelerare un po’ ci ritroviamo a passare al 2° km in quasi 11 minuti. Daniele è vicino, cerco di tirarlo su perché ogni volta che incrociamo il mitico Roby Fotosuperquick do fondo al mio repertorio di boccacce e versi, ma a nulla valgono i miei tentativi e nel carinissimo tratto tra Malgrate e Valmadrera, dove un paio di salitelle fetide impongono uno sforzo supplementare, noto che si stacca. Fabio non è lontano, difatti incrociandolo gli dico di recuperarlo e a quel punto parto per la mia gara che ormai si è modificata in un allenamento pro Treviso. E arriva così la prima metamorfosi. Da lepre assumo la connotazione che mi è più congegnale, un animale a me molto caro, divento… tacchino. Mi piazzo di fianco ad una carinissima biondina, con lei ripasso sul ponte e percorro tutto il tratto interno a Lecco. Ed insieme ci divertiamo a sorridere e sfottere quella massa d’imbecilli locali che agli incroci clacsonano in puro stile Milano Marathon (ed anche peggio), e qualcuno incavolato nero è fuori dalla sua preziosissima automobile, ovviamente in moto, ad insultarci. Povero mondo.

Ma non è giornata nemmeno per i tacchini, a poco a poco la biondina molla e mi ritrovo da solo nel pezzo più brutto in assoluto del tracciato. Quello che su una strada rovinatissima e rugosa, in zona industriale, porta verso Pescarenico.

Però in quel tratto corrono nel senso opposto gli atleti e così ho la possibilità d’incrociare e tifare i tanti Gamber che saranno, come sempre, abbondantemente davanti a me nell’ordine d’arrivo. Fortunatamente arriva l’ennesimo giro di boa, il ritorno verso Lecco avviene sulla ciclabile che corre lungo il Lago, almeno posso osservare la placidità dell’acqua in quel tratto ed i tanti cigni ed anatre che sembrano non far caso a tutti quei bipedi multicolori che passano vicino saltellando. Ma lo sguardo si rivolge naturalmente verso destra, da quella parte dovrei veder transitare Daniele e Fabio, quel tratto è davvero lungo ma non li scorgo. Non è possibile che abbiano così tanto distacco, penso, e comincio a sospettare quella che sarà poi la realtà: si erano fermati. Fino a qui ho corso a sensazione, ormai so dal mio respiro, a che passo sto andando e difatti la mia convinzione di essere su un tempo vicino/sotto ai 5’/km è confermatissima quando, per la prima volta, guardo il crono al cartello del 19°. M’indica 1h33’30”, il conto mentale è presto fatto, tengo quell’andatura ed avrò un crono anche migliore di quello di Piacenza, mi butto in quei 2 ultimi km… ma qui avviene un’altra metamorfosi: il tacchino si trasforma… in lumaca. Non mollo un secondo, sbuco sulla rotonda in fondo al ponte, rettilineo, ed allora accelero ancora, là in fondo si girerà a sinistra e l’arrivo è vicino. Invece in fondo al rettilineo ci mandano a destra, lungo viale in salita, altro giro di boa, ritorno, arrivo sul lungolago, manca l’ultimo pezzettino. Per far contento Roby faccio in modo di ritagliarmi uno spazio tra i tanti runner che ho davanti e quelli dietro che non riescono a riprendermi. Arrivo sul corridoietto d’arrivo con quasi nessuno davanti, mi tolgo il fradicio cappelllino e lo faccio roteare contento, so che Roby è lì e m’immortalerà. Poi mi fermo e guardo il crono: 1h45’ spaccati. 12 minuti per due chilometri tirati? Non ci penso più di tanto perché proprio dietro le transenne, sotto l’ombrello, già cambiati e con un’espressione non certo allegra ci sono Daniele e Fabio.

Vado nello stanzone a cambiarmi, ritorno in piazza, mi concedo un panino con il prosciutto cotto e uno con il salame, un bicchere di thè ustionante, recupero Daniele ed affrontiamo quei “500 mt” che ci separano dal parcheggio. Si affiancano a noi due podiste fradicie, tornano anche loro alla macchina e mi lascio scappare “accidenti, ma quegli ultimi 1500 metri non finivano mai”: Apriti cielo, le ragazze, tapascione veraci, concordano in pieno, Daniele finalmente parla per dire: “Eccome, sul traguardo arrivavano quelli con il Gps che smoccolavano di brutto, era più lunga di 500 metri!!”. Ora ho capito il perché di quei 12 minuti finali. Ed un altro detto popolare non si smentisce. “Lecco è il pisciatoio d’Italia”, difatti come usciamo dal tunnel sotto il Monte Barro l’asfalto non è nemmeno bagnato.

Peccato, per la tristezza dei compagni, per la disorganizzazione, per quegli stupendi panorami manzoniani che non abbiamo potuto gustare, ma per me Lecco rimane comunque un gran bel ricordo della mia gioventù. Questa gara la ricorderò un po’ meno volentieri.

Alla prossima

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