Ratataplan!
Ratataplan fu il film d’esordio di Maurizio Nichetti, il quale, senza
proliferare parola alla maniera del maestro Buster Keaton, fece ridere
un’intera generazione. Era un film demenziale ambientato per buona parte
alle pendici del Monte Stella, periferia nord ovest di Milano.
Ratataplan: un suono che può ricordare, con un po’ di fantasia, qualcosa
che cade e che rotola o che per lo meno scende da monte a valle senza
una traiettoria ben precisa: saltellando qua e là a balzi e saltelli
scomposti.
Ecco le analogie: montagna e balzi, saltelli e rotoloni. Tutto in maniera ilare e demenziale. Ilare perche’ ora e’ tutto finito. E bene. Ma che c’entra tutto questo con una skyrace?
Meglio
partire dall’inizio, o meglio, dalla fine e dallo spavento che mi sono
preso quando, uscendo dalla doccia dolorante per i crampi ma felice,
vengo avvicinato da una signora bionda che mi chiede: “Le dice niente il
nome Sabrina Tricarico?”. Ecco, pensai, ci siamo… stavolta ha fatto una
cosa più grande, davvero più grande di lei. La conosciamo tutti: la
voglia di sfida, la caparbietà e a volte la cocciutaggine l’hanno
portata dove non si direbbe mai: conquistando traguardi insperati e
l’ammirazione e la simpatia da parte di tutto il mondo che la circonda.
Ma quando l’ho vista sul lettino dell’autoambulanza mi sono davvero preoccupato, per usare un eufemismo: ha fatto una cosa più grande di lei e stavolta la sua voglia di sfide ha presentato il conto.
Per
fortuna tutto si è risolto con un grande spavento e con qualche
lacrimuccia, più di rabbia che di dolore, ma poteva finire davvero
peggio. Escluse fratture al polso e al costato rimangono un po’ di
escoriazioni equamente ben distribuite e un paio di forti contusioni
senza conseguenze.
Come
ha fatto? E’ facile spiegarlo: dopo una salita senza patemi in compagnia
del “servizio scopa” ecco apparirle davanti agli occhi, laggiù, il
penultimo e la terzultima della gara. Un attimo di disattenzione su un
sentiero tutto roccette e sfasciumi e oplà, in un attimo era già per
terra. La voglia di continuare, anche se ai limiti del tempo massimo e
soprattutto della sofferenza fisica e mentale, era troppa ma per fortuna
(sua) i solerti e gentilissimi addetti al percorso hanno pensato bene di
strapparle il pettorale e di accendere i motori della seggiovia, per
portarla a valle, e dell’ambulanza, per dirigersi verso il Pronto
Soccorso di Morbegno.
Tutto
è bene, quindi, ma prima di tutto questo c’è stata una gara… e che gara.
Lo dice la parola stessa: “skyrace”. Un nome, un programma, una sfida:
con sé stessi, più che con il cronometro o con gli avversari. E a
proposito di avversari: può bastare se dico che Sabrina ed io, oltre ad
un signore proveniente da Monza e regolarmente ultimo in classifica,
nessuno e dico nessuno proveniva dalla pianura? Leggevo la lista dei
partenti e leggevo, a fianco del nome: Val di qui, Val di là, Val di
sotto e Val di sopra. Ma qualcuno delle Valli di Comacchio? Macchè:
tutta gente che quando apre la porta di casa, solo per andare dal
parrucchiere, si sciroppa un centinaio e passa di metri di dislivello. E
poi: che fisici! Tutti magri, tutti tirati e abbronzati ma… ma dove
siamo? Ad un defilè o ad un remake del film “Cocoon”?
Arriviamo il sabato pomeriggio e subito ci imbattiamo in Fabio e
Francesca, una coppia di giovani addetti alla distribuzione dei
pettorali e pacchi gara. Lui: spericolato e scavezzacollo “prodotto”
locale con un centinaio di fratture sparse per l’ancor giovane ed
aitante fisico. Lei: simpatica, carina il giusto e soprattutto di
Verderio. E questo particolare sarà fondamentale per far nascere una
simpatia tra lei e Sabrina. “Ti voglio vedere sul podio!”, le dice, non
sapendo che…
La
domenica inizia con una, per me, inusuale chiamata individuale che
porterà gli atleti (e mai come in questo caso il termine è più
appropriato) sotto lo striscione di partenza e con la benedizione da
parte del parroco di Gerola Alta. E quanto ci abbiamo riso su nel
pomeriggio, Sabrina ed io, quando tutto era finito!
Partiti e subito una discesa tanto per scaldare i motori ci porta da Gerola a Valle e poi su, prima calpestando una comoda e lunga mulattiera e poi lungo un ripidissimo pendio pratoso fino ad arrivare oltre quota 2000. Ci arrivo dopo un’ora e mezza abbondanti, già abbastanza cotto nonostante gli allenamenti delle settimane che hanno preceduto la gara.
Beh,
se ricordo bene la cartina, ora un piccolo giù e su e poi un po’ di
piano a mezza costa, la discesa finale ed e’ tutto finito. Finito? La
gara, praticamente, comincia lì.
Meglio
buttare la cartina, l’altimetria e tutto il resto e pensare a dove
mettere i piedi, dicevo tra me e me e mentre ci si sorpassa e si
rallenta, si sbuffa e si salescendesalescende, ecco il Forcellino (m.
2050) che teoricamente dovrebbe essere il punto più alto del percorso.
In effetti lo è ma la discesa e’ breve e si arriva a percorrerla già con
le gambe durissime e il fiato cortissimo.
Poi salita, ripida, sassosa, infida e pericolosa e poi un bel crinale fino ad arrivare al Rifugio Salmurano, dove giungo ormai svuotato: come una carta di credito in mano a Mike Tyson.
Siamo
appena, cartina alla mano, al dodicesimo chilometro e ne mancano ancora
sette abbondanti. Non ci penso o almeno ci provo e la lunga, piatta e
splendida dorsale che mi aspetta mi fa tirare un po’ il fiato e parlo.
Parlo con un ragazzo confuso con me a metà classifica che mi confida che
quest’anno ha collezionato un 2h45 in maratona. Penso: ma che ci fa
qui??
E glielo chiedo pure: la risposta è quanto mai sconfortante: “sai, la settimana prossima ho un ironman.. non vorrei esagerare”. Sarà la decima volta che, dalle prime ore del mattino, mi ripeto: “ma io con questi qui cosa cavolo c’entro?”. Arriviamo al lago di Salmurano e lui si stacca ma quando la strada, pardon, il sentiero si allarga il podista stradaiolo che c’è in me si fa largo e fa incetta di atleti, per poi perderli di nuovo ed
inesorabilmente quando la tecnica e il fiato tipici degli skyrunners hanno il sopravvento sulle mie movenze da fondista della
bassa.
E in
tutto questo non si arriva mai: ancora salite, dove ovviamente si
cammina e si suda e si sbuffa e il sole che cuoce le teste, le braccia e
le gambe di questi stambecchi a due zampe e di questo trattore sbiellato
che arriva da Caponago: l’unica zona della Brianza dove per trovare una
salita bisogna andare sopra la A4!
C’è chi potrebbe dire: la natura circostante ripaga certamente la fatica che si prova ma… ma chi l’ha mai detta questa stronzata?
Giunti
a Tronella e quindi sulla diga del lago di Trona un altro ristoro e
finalmente un po’ di coca cola: che abitualmente non bevo ed odio ma in
questa situazione fa veramente al caso mio. Con tutto quello che ho
bevuto tra acqua, sali e carbogel mi ci voleva qualcosa per riaprire lo
stomaco.
Intravedo la discesa e festeggio con un tonante rutto e con le marmotte che fischiano e si rintanano pensando a chissà quale cataclisma atmosferico.
Inizio a scendere, senza forze e senza testa… mentre qui, tra questi microsentieri dove le mie lunghe leve si intrecciano e il mio 46,5 fa fatica ad incastrarsi, la testa e la concentrazione sono fondamentali. Scendo da un canalino roccioso strapiombante, che mercoledi’ scorso avevo percorso all’inverso augurandomi di non ritrovarlo in gara, e poi il sentiero, che avevo anch’esso percorso in salita, sperando… ma ora l’unica speranza è di arrivare non al più presto, ma meglio possibile.
E’ però vero che questo genere di gare non ti permette, e per fortuna, calcoli di nessun tipo. Ricordo quando per-correvo le strade alla ricerca del tempo e mi legavo al 3’50 al chilometro per la mezza e al 4’05 al chilometro per la maratona e con gli occhi consumavo il display del mio cronometro. Qui tutto questo non accade, come non accade di “puntare” l’uomo o il gruppetto e cercare di raggiungerli. Qui tutto questo accade, se accade, quasi per caso: ognuno corre per sé e mai come in questo caso si corre per finirla, più che per una onorevole classifica.
E quindi penso (ma quando c…o ho pensato in queste ore?) ai miei piedi, alle mie gambe traforate da vari interventi e a portarlo a casa ad ogni costo, questo mio debutto ufficiale in una skyrace. E intanto i crampi, che avevano fatto capolino troppo presto, si sono dissolti e… due skyrunners, veri, mi piombano addosso e mi superano di slancio. Troppa differenza e’ la mia carente andatura dalla loro perfetta tecnica… ma è giusto così: abitualmente mi alleno sulla A4.
Ma
quando il tratto in discesa, nel suo sviluppo finale, si allarga beh… il
podista che è in me prende nettamente il sopravvento sulla tecnica,
sull’agilità e su tutto quanto fa skyrunner e con un passo nettamente
superiore piombo sui due atleti che hanno scherzato un chilometro prima
scartavetrandoli per benino e di slancio ne supero altri due, di atleti,
che non rispondono alla mia “tecnica” di stradaiolo discesista.
Salgo sul ponticello e alzo le braccia in segno di vittoria mentre lo speaker legge il mio pettorale e scandisce il mio nome. Ho vinto? Sono arrivato primo? Assolutamente no, ma l’ho finita: in tre ore e un minuto. E stremato mi piego sulle ginocchia per poi divorare ben cinque fette di anguria.
Vedo
dietro la staccionata Fabio e Francesca che si complimentano con me
anche se ho la sensazione di essere arrivato tra gli ultimi. E invece
no, con grande sorpresa mi vedo in cinquantesima posizione esatta,
appena appena oltre la metà classifica: tra un atleta della Val di qui e
uno della Val di là.
Stanchissimo, in preda nuovamente ai crampi, ma felice, mi reco alle
docce e fa niente se queste sono gelide: col caldo che emano quasi non
ci faccio caso. Poi, uscendo, la signora bionda che mi chiede: “Le dice
niente il nome Sabrina Tricarico?”. Si: quella matta, cocciuta,
impareggiabilmente caparbia e adorabilmente testarda: ma se non fossimo
tutti un po’ così che senso avrebbe la vita?
