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Carenno (LC) 28 Settembre 2008
Un tesoro di Monte |
Sono a Ballabio e vedo con sgomento le Grigne con la punta già imbiancata. Mercoledì ero partito da casa con l’intenzione di percorrere di buon passo le due splendide traversate ma, trovandole così, decido di ripiegare sul più vicino e sicuro Resegone. Lo percorro in su e giù ben due volte, per provare il fiato e il mio ginocchio, che dà ancora molti problemi.
Giovedì: sono al parco e invece di partecipare al festival delle ripetute con i soliti amici, mi lascio trasportate di buona lena da Alberto, il presidente del nostro club: un’autentica guida Michelin delle corse in montagna. Gli chiedo se ha qualcosa in cantiere per il fine settimana e lui mi prospetta una 14 chilometri con 800 metri di dislivello abbastanza accessibili. “Non ci penso nemmeno”, gli rispondo; perchè avevo già deciso: ci andrò!
Alberto mi spiega con dovizia di particolari com’è strutturato il percorso e la sua descrizione trova conferma in quella fornitami da Giorgio, che troverò venerdì in sede e domenica sulla linea di partenza.
Arriva il giorno della gara: il cielo è limpido con qualche nuvoletta che sparirà di lì a poco. L’aria è frizzantina e il verde dei colli intorno a Carenno splendono di un verde meraviglioso e anomalo, in questo inizio di autunno.
L’organizzazione, targata Pelleoss Monza, e’ semplice ma attenta ai particolari e in pochi metri si trova tutto ciò di cui si ha bisogno, compreso il comodo parcheggio a venti metri dall’arrivo.
Giorgio mi rispiega il percorso tracciando con il dito quelle che saranno le varie tappe che dovremmo percorrere: “La prima parte della salita sarà dura ma poi corribile, e dopo aver scollinato, il sentiero va a mezza costa per poi scendere fino giù”. Più chiaro di un tomtom di ultima generazione: immagazzino i dati che mi serviranno quando lo starter avrà dato il via.
Via che avviene alle 9.30 esatte, dopo aver ricordato, con un minuto di raccoglimento, Adelfio, una figura di spicco dei Falchi di Lecco, recentemente mancato.
Parto con Giorgio, sapendo che dopo aver percorso il primo chilometro asfaltato dovrò per forza di cose lasciarlo andare. Giorgio è decisamente molto più allenato di me e soprattutto in salita il suo rapporto peso-potenza è decisamente diverso dal mio.
Scherzosamente, prima del via, gli avevo parlato del mio obiettivo principale di questa domenica mattina: non arrivare ultimo! Obiettivo che ha comunque una motivazione seria: la stragrande maggioranza degli atleti presenti proviene da luoghi dove risulta difficile trovare un tratto pianeggiante e come recita un adagio caro ad un noto calciatore bi-campione del mondo: “Chi nasce rotondo non muore quadrato”, io nacqui “pianeggiante” e scoprirmi, a 46 anni, skyrunner sarebbe quantomeno pretenzioso.
Ed infatti la conferma di tutto questo avviene quando lasciamo l’asfalto per il primo ripidissimo tratto: Giorgio se ne va, ed insieme a lui anche il gruppetto che ci ospitava. Io arranco, sbuffo ma intanto vado su piano pianino, confidando in una corribile discesa. Perdo posizioni, e’ vero; fatico molto ed e’ vero anche questo, ma mai un momento di sconforto perche’ l’obiettivo e’ arrivare lassu’ e sostare quei secondi necessari per godermi un panorama che sarà sicuramente appagante.
Intanto finisce il primo tratto e non credo ai miei occhi quando vedo un bel tratto di sentiero a mezza costa leggermente in salita e corribilissimo. E’ una goduria e sarà solo la prima. A destra, una visuale mozzafiato sul Valcava e la Valle Imagna e a sinistra il cocuzzolo del Monte Tesoro, ancora alto è vero, ma non così come appariva da Carenno.
Riprendo atleti che mi avevano staccato nella prima frazione ma nuovamente la strada e poi un altro ripido e sassoso sentiero rifanno la selezione e io, in questa nuova selezione, pago dazio riperdendo di vista gli atleti che avevo raggiunto.
Dopo 52 minuti dal via raggiungo la vetta: sull’ultimo sentiero che precede la croce trovo numerosi escursionisti che incitano a gran voce ed applaudono. E’ una carica in più che faccio mia e di lì a pochi secondi scollino, mi fermo al ristoro degli alpini più per ammirare la splendida vista attorno a me che per una necessità fisica. Prendo un tè caldo, lo bevo da fermo nutrendo i miei occhi con quella magnifica visione, butto il bicchierino, riparto e mi risuonano nella mente le parole di Giorgio: “La seconda parte in discesa e’ bella e corribile.”
Mi getto a testa bassa in uno splendido toboga nel bel mezzo di un bosco di castagni e prendo un atleta, in verita’ con un paio di scarpe improbabili per quei terreni; poi ne prendo un altro e un altro ancora… Al termine di questa pazza discesa recupererò ben sette posizioni!
Ma intanto scendo rischiando più volte di ritrovarmi gamballaria giù dai sentieri: subito dopo una di queste derapate urlo ad un addetto al percorso: “T’é vist? S’eri ‘drée burlà giò!” e lui, prontamente: “’U vist, ‘u vist: va pian che ta vet a pariculà!”. Ovvio che, essendo a nord di Pontida, ogni tentativo di esprimermi nell’idioma caro a Dante potrebbe cadere nel vuoto come dopo una curva impostata male o una radice presa di punta e l’uso del dialetto, per interagire con i “nativi” è d’obbligo.
Il sentiero scende ancora, a volte leggermente e a volte più ripidamente: sassi, roccette e radici, tra l’altro coperte dal fogliame, sono insidie pericolose ma rischio: mi diverto troppo ad evitare gli alberi e i rami che mi si presentano di fronte e intanto raggiungo altri podisti più prudenti di me tanto che addirittura uno di essi si aggrappa a un ramo per farmi passare!
Manca ormai poco, ma un insolito inconveniente mi fa frenare di colpo. Mi accorgo di aver perso la bianca bandana targata Sommacampagna: ci tengo moltissimo e per nulla al mondo vorrei abbandonarla lì. Mi fermo, guardo un attimo per terra e non la vedo.. “ma dove c… sarà”, mi chiedo… Casualmente alzo gli occhi al cielo e vedo una piccola bandiera bianca sventolare su un ramo. “Ma pure questa!…” mi dico e mentre la raccolgo arriva a spron battuto un atleta dell’OSA Valmadrera che mi supera e si fionda verso l’arrivo. Ha una cadenza vertiginosa, è decisamente più rapido di me ma mi aiutera’ nel finale come riferimento per riprendere il ritmo forsennato che avevo tenuto fino a quell’attimo. E giunti ormai a poche centinaia di metri dal traguardo il sentiero diventa asfalto e strada. Ne prendo altri tre tutti in fila indiana, ormai provatissimi, e ci scaraventiamo sul traguardo, io e l’atleta in rosso.
Un’ora e venticinque esatti e una posizione di classifica più facile da trovare partendo dal basso che non dalla vetta, come ero abituato quando correvo le corse su strada. Ma è un problema? Per me no: mi sento come se avessi vinto e il premio l’ho ricevuto lassù, mentre, sorseggiando il tè degli alpini, la dorsale orobico-lariana nutriva i miei occhi.