Monaco di Baviera, 11.10.2009

 

DENTRO UNA FAVOLA
di Marco Stracciari 
 

 

 

Borzov, Akii Bua, Viren, Petterman, Vasala… Tricarico, Stracciari, Grassi, Cortella. Direte: “ma che c’entrano questi sconosciuti nomi italiani fianco a fianco con atleti che hanno fatto la storia dello sport?”. Niente, ma anche molto: una corsia. La prima, quella che ti regala gioia, emozione, vittoria oppure lacrima, scoramento, impotenza, sconfitta.

E’ la prima corsia non di una qualsiasi pista di provincia, una delle tante calcate in alcune delle nostre piu’ o meno celebrate gare della domenica, ma la pista che vide quei nomi e tanti altri ancora vivere emozioni grandissime. Viverle insieme a noi: da semplici spettatori prima, da “piccoli” eroi dopo.

Volevo quella corsia, e prima ancora quell’entrata. Musica ad alto volume, i fotografi, il fumo artificiale che mi avvolge e che mi “spara” dentro quegli ultimi 300 metri prima del traguardo. Quella mastodontica costruzione e la magia che essa emana. Quella muraglia di seggiolini variopinti.

Ecco: il 10km di Monaco, cosi’ come la Maratona, regala questo. Entri e ti sembra di vedere Gerd Muller impallinare Jongbloed nella famosa finale del ’74 dove sì vinse la Germania ma dove tutti celebrarono le imprese degli “Orange” olandesi. Entri e ti sembra di udire il boato della folla quando Valery Borzov demoliva tutti nei 100 e 200. Entri e ti sembra di stare lì in mezzo tra Vasala e Keino, tra Viren e Putterman.

E invece sei uno Stracciari qualsiasi. Uno dei tantissimi Stracciari (o Schwartz o Jones qualsiasi) che si e’ regalato questo piccolo grande sogno.

La gara? Non e’ tutta li’ anche se, come si dice adesso, quei trecento finali è “tanta roba”.

La gara e’ l’arrivo il sabato, il giretto all’expo e una visita allo stadio, la porta che si apre e che inghiottirà migliaia e migliaia di podisti. Moltissimi contenti per avercela fatta, alcuni che speravano in qualcosa di più, pochi che potranno dire: “laggiù ho vinto anch’io”.

 

Sabato 10.10

 

Due voli, un treno e un tram. Tanto ci e’ voluto, a me e Sabrina, per raggiungere Pasing; localita’ inserita nell’agglomerato urbano di Monaco, dove ci aspettavano Simone e Rosy.

Grazie alla solita web-community eravamo stati contattati da Simone con la promessa di un paio di giorni all’insegna dello sport, della birra e di qualche stinco di maiale da disossare.

Avevo conosciuto Simone solo grazie al web e grazie ai racconti di Sabrina, che l’aveva incontrato qualche anno prima con un pettorale appunto davanti e un chip legato ad una scarpa. E l’idea che mi ero fatto di lui trova conferma immediata. Grande persona oltre che validissimo atleta.

Rosy, la sua compagna, si dimostra una perfetta padrona di casa ed entrambi fanno di tutto, e onestamente anche qualcosa in piu’, per farci sentire a nostro agio.

E con Simone partiamo alla volta dell’Olympiapark, dove la macchina organizzativa della maratona ha il suo quartier generale.

Solite cose con due fuoriprogramma: l’incontro casuale con Max Cortella, immancabile protagonista delle maratone mittleeuropee; e la telefonata di Antonio Margotta, vittima di uno strampalato incidente subìto pochi minuti dopo l’iscrizione.

Antonio non correra’, purtroppo, la sua maratona e Simone, che aveva previsto solo un allenamento, si offre per rilevare il suo pettorale. E così sara’.

Cena argentina a base di filetto e patate e poi tutti a nanna: domani chi piu’ (loro) chi meno (io) saremo tra quelle migliaia di piccoli protagonisti su quel nastro rossastro: Simone con un bel 2h52 corso come allenamento e Sabrina: senza tanti chilometri sulle gambe (e questa e’ gia’ una notizia) ma che, in compagnia di un ragazzetto tedesco, strappa un insperato 4h46. Anche loro, ognuno a suo modo, piccoli grandi protagonisti.

 

Domenica 11.10

 

Ho dormito poco. La sveglia era prevista alle 7 ma gia’ alle 5 avevo gli occhi spalancati. Mi giro e mi rigiro ma non succede nulla. Non vedo l’ora di alzarmi, prendere il borsone, infilarmi nella metropolitana ed aspettare prima le 10, quando partiranno Simone e Sabrina, e poi le 10.55, quando partiro’ io.

Accompagno, con un rassegnato Antonio, Sabrina e Simone fin quasi alla starting line della maratona, prima di adagiarmi su un seggiolino e ripercorrere con gli occhi quei 300 metri finali. E le domande sono le solite: “come ci arrivero’?…quando ci arrivero’?”.

Poi, da solo, mi svesto, consegno il materiale e mi porto corricchiando verso la partenza, che dista un chilometro e mezzo circa dallo stadio. Un po’ mi manca la caciara degli amici durante i preparativi.

La partenza e’ posizionata in basso rispetto allo stadio, cosa che mi fa pensare ad un tratto finale in salita… e cosi’ sara’: purtroppo.

Qualche scatto e mi metto abbastanza davanti da riuscire a vedere il riscaldamento dei top, tra i quali spiccano le criniere bionde di alcune brave e, consentitemelo, belle atlete che sgambettano e vengono segnalate dal dirompente presentatore.

Un count-down, uno sparo fragoroso e la massa dei circa 2000 diecimilisti prende il via, chi piu’ forte, chi meno. Davanti partono tutti forte e i sorpassi sono immediati. Vedo le moto che precedono il primo della classe, che subito si stacca da un gruppetto non molto distante da me. Sono dietro ma ben posizionato e i primi 1000 metri mi fanno ben sperare. Subito una (credo) top runner mi si affianca per poi sfruttare la mia scia. Vado bene, sono veloce ma non mi accorgo che quei 1000 tanto ben corsi sono in gran parte in discesa e per di piu’ in favore di vento.

Mi accorgo subito dopo che e’ un fuoco di paglia: 3’40 il secondo chilometro piatto con il vento che da amico diventa subito un ostacolo in piu’. Ostacolo che non mi abbandonera’ mai, almeno fino all’ingresso dello stadio. La temperatura e’ fredda ma non fastidiosa, pero’ il vento fa il suo e al 3000 gia’ mi accorgo che non sono nei tempi sperati. Un lungo rettilineo diviso in due mi accoglie e vedo dalla parte opposta il primo della classe, e staccato il secondo, e via via tutti gli altri. Non molti a dire la verita’ perche’ prima del giro di boa ne conto, certo pero’ di sbagliare, una quarantina… quarantacinque al massimo.

Arrivo anch’io al giro di boa e poco piu’ avanti sono gia’ a meta’ gara ma il vento ora e’ fortissimo e sento le gambe pesanti. La quinta gara in cinque settimane, con l’allenamento abbastanza intenso degli ultimi giorni, si fa purtroppo sentire e dal sesto chilometro in poi la strada inizia a salire. Leggermente, come quella parte finale del Viale Cavriga tanto caro a noi che giriamo per il nostro amato parco. Il crono aumenta, il disagio di correre con fatica anche e le gambe che diventano sempre piu’ legnose. E il vento che non accenna a diminuire e mi “sputa” indietro mentre cerco di andare avanti. Ad andature mediocri: 3’50; 3’52 e via dicendo. Un piccolo aiuto me lo da’ l’ottavo chilometro dove tiro il fiato, approfittanto che e’ piatto, e passo sotto l’impalcatura che segnalava la partenza. Ora devo salire di nuovo: l’Olympiapark e’ situato attorno ad una collinetta costruita con i detriti lasciati dalle macerie provocate dalla seconda guerra mondiale. E si sale, non vertiginosamente, ma si sale…e si sente. Nono chilometro, nessuno davanti e nessuno dietro e gia’ mi pregusto l’entrata solitaria allo Stadio: quello dei Viren e dei Borzov, che per un attimo sara’ di Stracciari… pensa un po’. Gli ultimi 600 metri mi danno tregua: una leggera discesa, il sottopassaggio dove la musica e’ altissima e sembra di stare in una discoteca e l’entrata allo stadio. Quasi rimango ipnotizzato: sono veramente io. E’ una situazione magica, che mi scuote ma che nello stesso tempo mi inebria e che mi fa pensare: “e mo’che faccio?”. E non mi accorgo nemmeno che un atleta mi sovrasta con un passo che nemmeno riuscirei a tenere, cotto come sono, per dieci metri. Me ne frego e mentre imbocco la curva un altro mi supera. Mi risveglio dal torpore e mentre lui, certo di avermi fregato si ciondola godendosi la gloria di un momento, da buon italiano aspetto il momento giusto per la zampata finale. Se ne accorge e reagisce: piombiamo quasi contemporaneamente al traguardo mentre lo speaker urla frasi incomprensibili. Ma dall’esito del verdetto finale mi verrebbe in mente una traduzione: “…possibile che questi italiani ci hanno fregato un’altra volta?”

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