01.05.2011 Besana Brianza  (MB)

 

9^ Brianza Double Classic

Di Marco Stracciari

 

 

Le Foto  -  La cronaca su podisti.Net


Primo maggio, su.. coraggio!

“Amico, questa volta non mi freghi, ci siamo già iscritti!”. Con questa frase, pronunciata oltre due mesi or sono, avvertivo il mio amico Claudio che quest’anno non avrebbe più avuto scuse da raccontare né bugie da farmi credere. Lo scorso anno declinò il mio invito millantando una semiseria partecipazione alla maratona di Trieste, che cadeva in quel periodo, per poi presentarsi al via della “Brianza a coppie” senza che lo sapessi. Stupore ed incredulità quando, quella fresca mattina, lo vidi al campo sportivo.
Ma quest’anno non ci sarebbero state storie e la frottola, per tempo, me la sono inventata io. Non era vero nulla: non eravamo iscritti e io non avevo nemmeno l’intenzione di correrla, optando almeno sulla carta per la sky di Valmadrera. Ma la successiva nostra iscrizione alla maratona del Custoza mi aveva fatto scegliere un percorso meno duro ed impervio e quindi…

E QUINDI?

E quindi giusto sei giorni prima del “via” la mail a Daniele con le nostre generalità, appena in tempo per farci registrare nella starting list con il pettorale 143, partenza ore 9,05,45.
Lo trovo, Claudio, preoccupatissimo al solito ritrovo all’esterno della sede, ore 7.30. “Amico, non ho dormito tutta notte al pensiero di dover correre la salita della Canonica con te…”. Ecco: forse qui sta tutto il malessere che di lì ad un paio d’ore si impossesserà delle sue gambe ma, credo, prima ancora della sua “testa”.
Perché questa è una gara che bisogna correre con la testa: facile, facile dal secondo chilometro fino al decimo; poi difficile, difficile, con la già citata salita della Canonica e poi altre ed altre ancora, sin lassù alle fioriere; per poi gettarsi a capofitto verso il campo sportivo ed il traguardo.
E le energie vanno raccolte per questa seconda parte, dove il cuore pompa a mille e le gambe cominciano a friggere dallo sforzo e dalla stanchezza; dove il fiato si fa pesante e corto e.. si deve fare squadra.
Mi piace, questa gara. Mi piace l’ubicazione (location per chi è abituato agli inglesismi), mi piace il “clima” e quest’anno mi piaceva anche l’altro clima, quello atmosferico: caldo, ma con una brezzolina fresca tutt’altro che fastidiosa.
Insomma: gli ingredienti per fare bene c’erano tutti. Paradossalmente anche il percorso, sì duro ma ormai conosciuto a memoria. Si sa dove rilassarsi, dove attaccare, dove tenere e dove buttarsi a tutta. Ma si corre in due e spesso non si sa come sta l’altro che, bluffando, magari racconta frottole per non far allarmare il compagno che sta meglio, per poi scomparire nell’oblio della fatica.
Partiamo, dopo un buon riscaldamento, in perfetto orario con tanta fiducia nella testa, almeno nella mia. Come sempre si fanno previsioni e onestamente pensare di bissare il tempo dello scorso anno, quando in quella cavalcata mi accompagnò Giuseppe, sarebbe stato da incoscienti. Il primo chilometro da correre col freno a mano tirato, tutto in salita e poi giù, incitando un gruppone di ciclisti che contemporaneamente a noi, si sta sfidando. Altra salita, la seconda di un buon numero, e subito mi accorgo che qualcosa, in Claudio, non va. Mi ricordavo la sua sgroppata in salita in quel di Carvico tre settimane or sono, dove mi aveva staccato per benino. Questa volta però è diverso: la salita è più breve e in asfalto: il gap si riduce al punto che ho una strana ed inusuale per me tendenza a “scappare via”. Ma, essendo gara di squadra, o meglio di coppia, me ne sto buono buono a fianco o dietro di lui, per non falsare il ritmo e non incidere sulla nostra condotta di gara.
Condotta che, una volta raggiunto il vertice della salita, diviene regolare e ad un passo che ci fa ben sperare. Di colpo passiamo ad andature ben inferiori ai 4’ al chilometro e addirittura troviamo il fiato per scambiare qualche battuta. Ma una, al nono chilometro, mi gela: “amico: se dovessi ascoltare le mie gambe mi fermerei qui”, chiosa Claudio. Una mazzata! Ma come? E l’andatura regolare? E la salita della Canonica? E… e… mancano altri 9 chilometri: i più duri e difficili, dove si deve fare squadra e dove il cuore… le gambe… la testa…
Niente: il cuore c’è, e ci mancherebbe altro; la testa… beh… quella ci deve essere per forza ma le gambe… le gambe: quelle ormai sono così intrise di acido lattico tanto quanto un bignè ripieno di cioccolato. Le sue, intendo, perché le mie, grazie anche agli allenamenti di Montevecchia e ad un’ultima settimana di scarico, sono stranamente perfette: ben lontane da quei malmessi tronchetti dell’infelicità che mi hanno portato si e no al traguardo della mezza di Cernusco Lombardone.
Provo a spronarlo, gli chiedo persino quale sia la posizione preferita, come fa un uomo all’amante al primo incontro “intimo”. “E’ lo stesso… tanto non cambia niente” mi risponde. Provo a stargli a fianco, poi davanti un metro per tentare di dettargli il passo ma quel metro diventano subito due, tre, cinque… dieci… poi rallento, addirittura mi fermo e lo incito, lo sprono. Lui, con quel suo ghigno da “gringo”, mi guarda e sbuffa, sbuffa e tossisce. Al diavolo tempi, tabelle e classifiche: qui si tratta, metaforicamente parlando, di portare a casa la pelle!
“Dai amico, ora si va in discesa…”, “Oh amico, comunque la salita della Canonica a 5 al mille… dai che non è male…”. Mi invento frasi e tempi per cercare di scuotere il suo innato “animus pugnandi”. La risposta è una ed inequivocabile: “Sto solo sognando il materasso del salto in alto”.
Di positivo c’è che non molla o per lo meno non si schianta: l’incedere è sì più lento, ma non eccessivamente anche se ad ogni accenno di salita inevitabilmente tra me e lui si apre un solco sempre più profondo. E allora lo aspetto, di nuovo, e mi ricordo ancora le salite del monte Canto, dove ero io ad arrancare e lui a sgambettare felice… e la mezza di Cernusco, dove non ero nemmeno in grado di andare in discesa, almeno per come dico io.
Ho sempre più la certezza di vivere la condizione giusta nella giornata sbagliata e mentre penso a tutto ciò e mi giro ripetutamente rallentando per farmi “attaccare” da Claudio, appare l’agognato cartello dell’ultimo chilometro, dopo aver subito i sorpassi di numerose coppie di amici partiti dopo di noi e che hanno avuto, tutti, una parola di conforto nel vedere il mio amico in difficoltà.
Il cartello dell’ultimo chilometro ha in noi podisti un effetto clamorosamente devastante: si raccolgono le forze residue e anche quelle che non si pensa di avere e via, verso un traguardo da raggiungere al più presto. Complice la discesa, aumentiamo considerevolmente il passo per fiondarci all’interno del piccolo stadio. Alcuni amici sono aggrappati alle transenne per vedere gli arrivi di chi li segue: ci incitano anche con qualche sfottò e mentre io li saluto con un improvviso saluto surfista (tanto caro a Marcos Cafù), Claudio apre la bocca, fa il pieno di aria e con le ultime forze si fionda sulla linea del traguardo, per poi accasciarsi esausto sul prato del campo. Un film che io ho già visto: con lui quando, al rientro dopo la pubalgia, affrontai questa fatica con un allenamento di poche settimane e di poca sostanza. Ci arrivai esausto, al termine di quella gara; come arrivai esausto con Giuseppe lo scorso anno. Ma entrambe le situazioni erano figlie di un tempo finale di tutto rispetto. Questa volta la crisi è apparsa troppo presto e troppi sono stati i secondi prima e i minuti poi lasciati su quelle salite e su quelle curve. Gli ricordo che, almeno per quest’anno, mi ha rubato la porzione di campo che in genere era riservata a me, con la differenza che oggi non vi sono fotografi ad immortalare tale evento. Ma dopo aver ricevuto l’autorizzazione alla pubblicazione, almeno scritta, di quell’infausto momento, Claudio si alza da terra e riprende a camminare, come un “Lazzaro” dei nostri tempi. Ma ai tempi di Lazzaro non esisteva il salto in alto e tanto meno il materasso del salto in alto. Oggi, per fortuna, esiste e quella fortuna, oggi, è destinata a Claudio, che come da promessa ci si lascia cadere sopra.
Beh, niente drammi: è solo una gara. Una mattinata di sole passata in compagnia degli amici e della fatica, come del resto siamo abituati ormai da anni. Un motivo in più per una sana risata, ricordando questi momenti, davanti ad una pizza e ad una birra. Di spunti, per una sana risata, io ne ho offerti già tanti, con i miei tronchetti dell’infelicità... pròsit!

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