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Una Sky dietro
casa
E alla fine, come
spesso succede quando il cuore prevale sulla ragione, mi sono fatto
convincere. Da Claudio, che già da tempo mi parlava di questo appuntamento;
da Alessandro, infaticabile amico skyrunner e organizzatore dell’evento;
dall’amore che da sempre nutro nei confronti della montagna e della corsa
“senza tempo”, dimenticando il tribolatissimo inverno fatto di risonanze,
ionoforesi e ultrasuoni ad un ginocchio che, stando a ciò che mi hanno
confessato i luminari dello scheletro, di tutto ha bisogno tranne che di una
sana corsa in montagna.
Ma qui è il cuore
che prevale sulla testa e sulla ragione e ogni tanto è bello lasciarsi
andare; godere dei panorami, dei paesaggi, dei sentieri e di tutto quel sano
“profumo” che va ben oltre il cronometro e la classifica. Lo sa bene
Sabrina, che proprio oggi, dopo aver seguito il cronometro per maratone e
mezze, oggi si cimenterà nel suo primo vero trail in quel dei Colli Euganei
in compagnia degli amici della sempre splendida MVNight.
E saranno ben 13
i Gamber presenti tra i colli bergamaschi: una partecipazione così folta del
nostro gruppo per una gara di montagna sinceramente mi lascia esterrefatto,
ma nello stesso tempo mi fa felice. Lo spirito è quello trail, tranne che
per alcuni di noi che comunque non riescono a stare senza il cronometro, le
classifiche e l’innata competitività che spesso li accompagna.
Complice l’arrivo
non proprio in orario nello splendido scenario del parco Serraglio, sede
logistica dell’evento, siamo vittime predestinate della procedura per
l’iscrizione, fatta di code per tessera FSA, iscrizione alla gara, ritiro
pacco gara; e riusciamo a schierarci sulla starting line dopo ben 4
(quattro) minuti di riscaldamento, o forse meno.
I “competitivi”
mi esortano a partire davanti, con loro, ma faccio spallucce e mi accomodo
dietro, tra coloro che vincono se e come arrivano, non quando arrivano. Ed è
così che io interpreto questo genere di gare: so già di non essere un
fenomeno di mio, sono completamente fuori allenamento per quanto riguarda la
montagna, ho un ginocchio da salvaguardare e da qui la decisione di tenere
la “gamba” per altri appuntamenti, lasciando la competizione a chi può.
Si parte e,
ovviamente, quasi subito si sale, dopo aver lasciato un’ampia strada
asfaltata. Partire a freddo è deleterio, partire a freddo in una gara che
già presenta un’irta salita sarebbe letale e cerco di non stancarmi subito.
Mi aiuta il fatto di essere circondato da persone che conosco, come Giorgio,
con il quale parlotto un po’ mentre la lunga salita viene per fortuna
spezzata da un piacevole single-track dove tutti si mettono
disciplinatamente in fila indiana cercando di non intralciare e non
sgambettarsi. Terminato questo godibilissimo tratto, si torna a salire..
molto, fino ad arrivare per una prima volta in cima. Siamo al quarto
chilometro e la croce di vetta fa da preludio al tratto forse più bello
dell’intero percorso. Il Monte Canto non presenta una elevata altimetria: si
arriva poco oltre i 700 metri di quota e forse per questo che il diabolico
Alessandro, nel tracciare il percorso su uno sviluppo totale di oltre 21
chilometri, disegna un perfido su e giù che ci porterà in alto ben tre
volte, per un totale di 1280 metri di dislivello attivo.
Ora si scende, al
settimo chilometro, e qui si presenterà il primo vero esame per il mio
ciondolante ginocchio, tenuto a bada da un’obsoleta cintura Gibaud e da una
fascetta procuratami da Cinzia (a proposito, tanti complimenti per la
vittoria al TCE). Decido di non scendere come al solito in picchiata, mi
trattengo anche perché rischierei di travolgere una ragazza che mi precede e
che non sembra molto avvezza a quel tipo di terreno, nonostante in salita mi
abbia passato con una certa disinvoltura: questa sorta di tattica indotta mi
servirà per tenere le energie in quanto serviranno davvero nella seconda
parte di gara. Terminato questo tratto si risale, ma è una salita che non mi
spaventa: spesso è larga e corribile e in men che non si dica si ritorna a
scendere, questa volta meno precipitosamente, verso il basso. E qui trovo
Silvia, che si è affacciata da poco a questo mondo ma che non ne salta una
ed è ormai da considerarsi una veterana delle sky. Mi confida che oggi non
“gira”: ho quasi la tentazione di accompagnarla per un po’ ma sto
percorrendo un tratto le cui caratteristiche sono quelle che più si addicono
alla mia corsa e la lascio, per poi ritrovarla poco dopo a causa di un mio
inatteso “pit stop” fisiologico. Ora il sentiero lascia lo spazio ad una
comoda ma più ripida stradina a tratti asfaltata e a tratti in terra battuta
e cadere nell’errore di lasciarsi andare sarebbe fin troppo facile. Entra in
gioco però la testa, per fortuna, e anche qui non mi faccio prendere
dall’entusiasmo e cerco di tenere per poi affrontare con un sufficiente
carico di energie il lungo salitone finale prima della picchiata verso il
traguardo. E infatti: un passaggio in paese e un tratto in asfalto
leggermente in salita, dove scambio qualche battuta con un atleta, e via… si
ricomincia.
E qui si sale
davvero: il caldo per fortuna è un aspetto che abbiamo lasciato ai milanesi
protagonisti della maratona. Il sole picchia ma le zone d’ombra sono
nettamente prevalenti e la brezza fresca che a volte ci sbatte in faccia e a
volte ci raffredda la schiena è assolutamente la benvenuta. Ad un certo
punto, esattamente dopo aver lasciato un ristoro, vedo che un atleta
(pettorale 19, mi piace citarlo) correre velocemente controsenso.. ma ha già
finito e si sta facendo un giretto al contrario? Assolutamente no e il
perché di questo strano comportamento lo scopro poco dopo: un atleta che mi
precedeva siede su un grosso masso ai bordi del sentiero. Sanguina
copiosamente dal naso, anche se lo sguardo non appare preoccupato. Mi
confida che, complice un giramento di testa, è finito per terra sbattendo la
faccia su una roccia procurandogli quel “fastidio”. Gli chiedo se ha bisogno
di aiuto e alla risposta negativa gli dico che un atleta sta già avvisando
gli addetti al percorso. Lo saluto e proseguo… e qui scatterebbe
inevitabilmente l’applauso per quel numero 19 che, dimenticandosi della
gara, si è reso protagonista di tale nobile gesto.
Ora, come spesso
è accaduto, si cammina; chi più e chi meno velocemente anche se i ritmi a
questo punto sono davvero blandi. E tra quelli che camminano meno
velocemente trovo Mario, partito come sempre a grandi andature per poi
decelerare nel secondo tratto. Manca ancora molto, siamo al 14° chilometro e
le energie vengono sempre meno… sono al risparmio più assoluto anche se
ormai tanti, che supero, ne hanno meno di me e la mia tattica “sparagnina”
sta cominciando a dare i suoi frutti. Mi accodo ad un gruppetto nel quale vi
è una ragazza. Non vorrei fare una pessima figura ma il tonante rutto che
ormai mi galleggia sopra l’esofago è pronto per l’espulsione. Eseguo in un
tratto in piano e all’unisono mi chiedono quale fosse la qualità di polenta
trangugiata la sera prima. Non mi esprimo ma so che è il frutto di un altro
piccolo segreto che ho carpito dal mondo sky: la Coca Cola, tanto odiata
nella mia vita di tutti i giorni quanto amata durante questo genere di gara.
Mi serviva una bevanda “sturalavandino” e in questo caso la coca cola, come
recita una vecchia canzone, “me la porto a scuola”.
Si sale ancora,
le forze vengono sempre meno ma il cartello del 18esimo chilometro e un
addetto al percorso ci regalano la più bella notizia della mattinata: le
salite sono praticamente terminate e ora non si farà altro che scendere
anche se il chilometro successivo ci regalerà ancora qualche breve
strappettino.
“Ma non erano
finite?” mi chiede la ragazza in tono quasi minaccioso… mentre il suo
compagno d’avventura se la ride. “Ormai si.. dal 19 si scende che è un
piacere” le rispondo e infatti parto con un improvvisato count down: 3, 2,1
e le indico con l’indice destro il cartello del 19° chilometro posto su un
albero dietro una curva cieca girandomi verso di lei.
E ora si scende
davvero anche se decidiamo, a questo punto con il traguardo “in tasca” di
fermarci a brindare per la fatica ormai terminata. Un brindisi ad acqua
(peccato…) e via che si riparte. Altro rutto in dolby surround e altre
risate! Ora le gambe posso lasciarle andare: di energie ne ho ancora e il
tratto in discesa alterna momenti tecnici ad altri più facilmente corribili.
Mi supera un atleta a spron battuto (si accomodi..) ma nello stesso tempo
anch’io mi diverto nel superare alcuni atleti che ormai hanno tirato i remi
in barca… o in baita, vista la location. Ultimo chilometro: la ragazza e il
suo accompagnatore non ci sono più e un altro tratto che mi si addice mi
aspetta e poi sarà gloria anche per me: non prima di entrare in paese,
vedere Alberto addentare un importante panino ai wurstel e crauti, superare
ancora qualche atleta e dirigendomi a grandi falcate calpestando il “red
carpet” che precede il traguardo, che taglio in due ore e 31 minuti.
Sono molto
soddisfatto, non tanto per il responso cronometrico che peraltro è l’ultimo
dei miei pensieri, ma per il fatto che finalmente sono tornato a fare ciò
che più amo sportivamente parlando, anche se la preparazione era nulla e il
rischio di lasciarci il ginocchio c’era eccome.
Ho sete, l’unica
cosa di cui ho davvero sofferto in gara, ancora con i rimasugli di una
bronchitella che non vuole sparire… e bevo. Acqua, ancora Coca Cola,
dimenticandomi volutamente di quei panini wurstel e crauti che altrimenti
non avrei lasciato. Se lo meritano i campioni delle sky e Alberto è uno di
quelli: io mi accontenterò dei “sani” e “buoni” panini della mensa.
“Claudio, accendi il Kangoo e metti la marcia… è ora di andare a lavorare!”.