17.04.2011 Cernusco Lombardone  (LC)

 

 

10^ Maratonina di Cernusco Lombardone

Di Marco Stracciari

 

 

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Un tonfo sordo
Mi ero abituato male. Dalla mia positiva performance sui 10mila al parco, dalla serie di buoni allenamenti che accompagnavano le mie giornate, da una skyrace corsa col freno a mano tirato per arrivare in buone condizioni a questo appuntamento.
E poi, il ricordo del 2010, quando senza una preparazione specifica “sparai” la mezza in 1h22; vero: sotto una gradevole pioggerellina,  finendo in gran crescendo e col sorriso come forse mai in una mezza maratona.
Mi ero fatto prendere dall’entusiasmo e la “carica” agonistica era quella giusta, nei giorni e nelle ore antecedenti questa gara. Ricordandomi di ciò che ho fatto recentemente, ma dimenticandomi colpevolmente del fatto che questo sport non ti regala nulla, e che in questo sport non si inventa nulla. Per quanto non abbia particolarmente forzato domenica scorsa, dopo pochi chilometri di questa mia nuova apparizione sulla “mezza” avevo già finito la benzina. Come se una “sky” fosse una passeggiata di salute, come se tre mesi di inattività e una sciatalgia che mi perseguita ormai da un mese siano componenti marginali a dispetto di un impegno così gravoso.
E invece niente: mi aspettavo ben altro che un 1h26’ strappato non so come, figlio di una tattica di gara che di fatto non c’è stata, perché dopo soli 7 chilometri già mi abbandonavo al primo di tanti stop che hanno fortemente condizionato la mia prova. Spossatezza generale e in particolare quei bicipiti femorali che, con una settimana di ritardo, cominciavano ad “urlare” vendetta, dopo il maltrattamento subito in quest’ultimo periodo e con alcuni tratti di strada che non aiutano il passo costante, tante e tali sono le salite e gli strappetti che si incontrano in quei due giri del percorso.

Ero abituato ad accendere il pc e mettermi alla tastiera facendomi accompagnare idealmente e mentalmente da una di quelle “ballad” in puro “Iron Maiden style” che partono piano, con le chitarre sottotono e la voce di Bruce Dickinson che sussurra appena le prime strofe per poi terminare con riff taglienti e “cavalcate” acustiche sempre più incalzanti, come “incalzanti” sono i miei finali di gara: quando sto bene e quando la forma, non solo “mentis”, me lo permette.
Questa volta è diverso e il tonante bass guitar di Steve Harris è idealmente sostituito da melodie più cupe e “sorde”, come se al posto degli amati “Irons” fossi ispirato dai malinconici Radiohead.
Ecco: questa metafora musicale per esprimere uno stato d’animo che doveva essere diverso, ma non so se poteva esserlo. Come se tutte le componenti negative che periodicamente condizionano le prestazioni sportive di un atleta, anche uno come noi, si siano riversate tutte contemporaneamente addosso al “malcapitato”.
Certo: tre mesi fa, dopo un più che negativo consulto con un “luminare” dell’ortopedia che mi aveva suggerito chiaramente di appendere le “Brooks” al fatidico chiodo con decorrenza zero ore, avrei probabilmente firmato con la lingua un risultato del genere ma il mio ottimismo, figlio appunto di duri e produttivi allenamenti, faceva presagire ben altro risultato.

Della gara beh.. non c’e’ molto da dire: partito discretamente, rispondendo alla domanda di Marcella: “quanto vuoi fare” con una risposta che galleggiava tra la speranza ed un ottimismo che a poco a poco veniva a mancare: “partire a 4’ e poi se ne ho finire in bellezza”. Ma che razza di risposta! A posteriori potrei dire che me la sono “tirata”, ma sul momento ci credevo. E i primi chilometri mi davano ragione. Partito con Claudio, mi trovavo dopo circa un chilometro in buona compagnia. Guido, lì per caso e per colpa di un regolamento che non gli permette di correre agonisticamente in certe manifestazioni; Gerardo il “metronomo”: parte e arriva sempre allo stesso modo e con la stessa andatura; Claudio, che più realisticamente di me aveva previsto la “cotta” e infatti dopo il primo giro si è defilato per poi finire con un onorevole e poco stancante 1h27; e Dario, preso proprio su quel cavalcavia che sarebbe diventato, al giro successivo, la mia personale “Via Crucis”.
Il primo giro, come da assurdo pronostico, termina esattamente a 4’ al chilometro, ma già il primo stop al settimo lasciava presagire un finale pietoso. Superato il cartello del 12° provo qualche allungo per testare la gamba in vista degli ultimi nove chilometri. Niente: non rispondono e anzi cominciano a farmi male i femorali, il nervo sciatico che comincia, o ricomincia, a farsi sentire e quel senso di “vuoto” fisico e mentale che a volte ci colpisce e non ci abbandona più.
Non so se avesse ragione Claudio nel dirmi: “ogni gara fa storia a sé come ogni anno è diverso”. Frasi che sembrano banali ma che nascondono un fondo di verità: non si inventa nulla, soprattutto quando bisogna solo ed unicamente affidarsi alle proprie forze mentali e fisiche.
E mentre il Marco Villa prima, l’Amedeo Bonfanti dopo ed infine il Domenico Belluschi mi spronavano tentando di “colpirmi” nell’animo, sentivo che proprio non rispondevo: né a loro né tantomeno a me stesso.
“Finirà prima o poi!” continuavo a chiedermi cercando anche di pensare ad altro, alle pizze di Claudio che mi aspettavano in serata, all’aperitivo dopogara con Sabrina, Fabio, Nadia, Simone, Marcella, Pietro ed altri amici e neo amici. Pensavo, per non dover pensare: a come avevo affrontato questo impegno, a come lo stavo concludendo e a tutto ciò che accade durante 21 chilometri di corsa, che può essere niente o tutto.
Ho avuto sì un “rigurgito” di orgoglio verso il 19esimo allorquando ho dato fondo a tutte le forze rimaste almeno per finire dignitosamente: con un 1h26’ che non significa nulla, credo, per le mie reali potenzialità ma che solo qualche mese fa l’avrei sottoscritto: quando impietosamente il responso della TAC aveva più o meno la stessa lunghezza di una sceneggiatura da fiction, tanti e tali sono i problemi racchiusi in quel piccolo spazio di una piccola articolazione.
Consideriamolo un punto di partenza: come la voce appena appena accennata di Bruce Dickinson e le chitarre che abbozzano dei tiepidi riff… e con un finale alla grande con le grancasse che accompagnano il cadenzare del cuore che pompa sangue e fatica: la speranza che quel finale possa accompagnare la mia prossima gara, perché non c’è sconfitta nel cuore di chi lotta. La mia, di lotta, comincerà già domani. “C’mon you, Irons!”

 

(Foto di Roberto Mandelli - Podisti.Net)  SERVIZIO FOTOGRAFICO

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