18.06.2011 Monza

 

Monza - 51^ Monza - Resegone

di Marco Stracciari

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Dietro la “Quinta”

E dopo tre anni ci ricasco. In realtà tre anni sono tanti, lontano da quella che definisco sempre come la “migliore”, quella che “prima o poi la devi fare anche tu, quella che “solo chi l’ha fatta ne può parlare”, quella che ormai diventerà la mia personale quinta volta.
La Monza – Resegone: un frullato di sensazioni, stati d’animo, emozioni, mal di testa e di pancia, crampi e vuoto mnemonico… tutto questo in Suo onore, mentre la fine, quella che da sempre sogni, ti guarda da lassù e ti aspetta pronta ad accoglierti o respingerti, fedele alle leggi della montagna; dopo quella lunga lingua d’asfalto tutta dritta e tutta suegiù, dopo che quella lingua d’asfalto diventa un toboga di curve e scalini ed infine quel budello di rocce e fango e il sentiero finale, dove non sai più dove vai, non sai più dove sei ma soprattutto, spesso, non sai più chi sei e con chi sei.
Sembra un girone dantesco e per molti infatti lo è ma.. come si fa a rinunciarvi, almeno una volta l’anno? Me la sono regalata, quest’anno, grazie alla richiesta dell’amico di mille battaglie Claudio e davanti ad un perentorio e convincente “perché no!!” la mia testa ha oscillato verticalmente. E Monza – Resegone fu.
Siamo la squadra “E” delle otto iscritte come Gamber de Cuncuress (complimenti a tutti: nessun ritiro!) anche se quest’anno ho invitato un intruso. L’amico Alessandro, titubante per non averla mai provata e per uno stato fisico non ancora ottimale: il suo curriculum podistico narra di vette violate di corsa e per strappare il suo “si” faccio leva sulle sue doti di faticatore e di amante delle sfide: quelle che, come la “Monza”, te le porti nella mente e nel cuore per tutta una vita.
Comincia male, questa nostra avventura, con un sorteggio che ci condannerà certamente a rallentare vistosamente il nostro ritmo nel tratto finale quando, sicuramente, troveremo terne ben più lente di noi.
Appuntiamo sui nostri pantaloncini il numero 222, dopo aver salutato almeno 150 – 200 atleti a me noti, in una fresca serata di giugno resa ancor più frizzante dalla pioggia che da settimane si impossessa senza tregua della nostra provincia.
Quest’anno, poi, l’edizione numero 51 ha un sapore particolare: i primi 100 anni della Capanna Monza e i primi 100 della strada che da Calolziocorte ci porterà a Erve: quella strada che sogno di raggiungere al più presto possibile grazie anche ai numerosi test in salita del mercoledì con i miei nuovi amici di Podismo Brianza. E poi… la prima con lei, la persona che amo, che finalmente affiancherà le sue compagne in questa splendida avventura. Per svariati motivi ci siamo vicendevolmente aspettati lassù in Capanna, rigorosamente a turno ma questa volta non ci sono storie: suderemo, sbufferemo e soffriremo entrambi per l’agognata meta.
La partenza è come sempre molto suggestiva e mentre a Claudio sudano le mani dalla tensione, io esterno una calma così fuori luogo che quasi quasi mi sorprendo di me stesso. Ale, invece, deborda in un entusiasmo tipico del debuttante: consapevole di diventare protagonista di un’avventura ma forse ignaro di quale avventura lo attende.
Ad attenderci, invece, rigorosamente in auto ci saranno ben tre “angeli custodi”, tre veterani della gara che per varie vicissitudini saranno al nostro fianco in veste di “ammiraglia”. Giorgio e Franco c’erano anche in quella sciagurata edizione del 2008, dove i miei due compagni dovettero subire le classiche pene dell’inferno per tagliare il traguardo. A loro si aggiunge Carletto, con il quale posso vantare di aver diviso l’attacco ad una parete simbolo dell’alpinismo lombardo: il Corno Medale. Ma non basta: c’e’ anche Luca, munito in bicicletta e cestino, per i cambi volanti e sarà proprio lui a subire maggiormente il diluvio che si abbatte da Usmate in poi: una mezzora di autentiche secchiate d’acqua che ci investono ma che non ci deprimono, anzi…
Con un passo regolare tenuto da Claudio, che come sempre detta i tempi della frazione su strada, raggiungiamo Merate e poi Cernusco Lombardone, località che mi ricorda una mezza maratona dolceamara di qualche mese fa.
I primi 20 chilometri scivolano sull’acqua abbastanza velocemente, anche se il nervo sciatico ogni tanto bussa; ma dalla discesa di Calco comincio a sentire il mio ginocchio inviarmi un frullato di dolori che mi fa pensare male. Ma, come successe a Sommacampagna, tengo per me questo simpatico siparietto consapevole, in caso contrario, di poter allarmare i miei compagni. E si sa quanto conti l’essere squadra, in casi come questi, anche dal punto di vista psicologico.
E in breve fu Olginate e la sua “mouse falle”, tanto per usare un termine caro agli appassionati di sci. Una vera trappola per topi, quel ponte sull’Adda che tanta aria fredda riversa sui poveri podisti ormai al limite delle proprie forze. Una trappola alla quale si sfugge, credo, in un solo modo: cambiarsi d’abito prima per avere a disposizione un indumento asciutto.
Qui l’esperienza fa la differenza: avviso i miei compagni del pericolo e con Claudio mi tolgo l’ormai madida canotta per indossare un più confortevole smanicato. Alessandro in un primo tempo fa spallucce ma appena attraversato il pericolo decide anch’egli di sottoporsi alla pratica. Ma questo breve ritardo, su un fisico già provato dallo sforzo, avrà conseguenze per lui letali.
Calolziocorte: vedo a terra, poco prima del sottopassaggio, un atleta e alcuni barellieri intorno. Conosco molti atleti e la paura, oltre al dispiacere, è quella di vedere un amico in difficoltà ma… le salite ci aspettano e come dicono gli esperti: la Monza – Resegone comincia ora.
Purtroppo dalle poche notizie che raccolgo vengo a sapere che si tratta proprio di un caro amico… ma per fortuna, dopo una corsa al vicino ospedale, farà rientro a casa tutto intero e senza conseguenze.
Conseguenze che invece avrà Alessandro e da qui in avanti l’avventura del nostro “deb” diventerà una lotta senza tregua contro quel “male” che si sta impossessando di lui. Crampi, dolori di stomaco e vari sintomi di spossatezza contro cui combatte e combatterà stoicamente per il resto della gara, provandoci e riprovandoci e non tradendoci mai anche se, per il solito gioco di squadra, comincia a scusarsi (inopinatamente) per il suo stato e per la paura di condizionare negativamente anche la nostra gara.
La strada inizia a salire e con essa le prime rampe di scale, da percorrere rigorosamente ad un buon passo. Vietato però affrontarle di corsa: ti invogliano ma poi, lo sappiamo, sicuramente presenteranno il conto sottoforma di contratture, stiramenti e crampi vari. Qui Alessandro sembra riprendersi; e quando Luca, il nostro angelo custode ciclista, ci abbandona, cominciamo nuovamente a correre con passo corto ma svelto verso il “Rossino”.
Sono però vittima di un “guasto tecnico”: scopro che la pila frontale gentilmente offertami da Giorgio ha lo sportellino porta batterie rotto. Mi cadono senza che io me ne accorga e, una volta indossato l’utile supporto, scopro di essere al buio. Parte un’imprecazione ma Alessandro subito mi porge la sua cambiando di fatto tattica di gara. Ora sono io che tiro il gruppo, con Alessandro dietro a sfruttare la mia scia di luce e Claudio a controllare da dietro che Alessandro non ceda.
E  non cede Alessandro: scale e salite diventano un lungo e piacevole trampolino di lancio che in tre quarti d’ora, dal trentesimo chilometro, ci fiondano ad Erve, dopo aver superato una miriade di terne ormai allo sbando tra le quali gli amici di Gorgonzola.
Erve, e come al solito il solito boato e il solito bagno di folla. Chiudiamo in 3h02’ e qui Claudio, con Alessandro però sotto strani “effetti collaterali”, quasi esulta sognante un sub 4 che, a posteriori, sarebbe potuto anche essere nostro. Sarebbe, perché Alessandro è nuovamente sottosopra ed “Erve” diventa “Evre”, il Resegone “Enogeser” e l’unico suo pensiero, peraltro esternato con evidente difficoltà, ci impone uno stop di lunga durata. Penso e spero per l’amico che questa sia la parola fine ad una sofferenza che ormai lo attanaglia da tempo ma invece, una volta espletata la “formalità di rito”, Ale non se la sente di tornare a correre.

Abbandoniamo Erve e, dopo la consueta foto sul ponte “Strano”, veniamo aspirati definitivamente dall’oscura mano del destino, mai come alla “Monza Resegone” gioioso e nello stesso tempo beffardo. Con noi rischia di diventare addirittura crudele quando Ale si accascia al suolo ormai al limite delle forze ed in preda all’ennesimo “colpo” allo stomaco. Si posiziona come un centometrista agli ordini dello starter e, parlando con un addetto al percorso, cerco di sdrammatizzare avvisandolo che il mio amico, provenendo dalla montagna, appena vede i sentieri parte come Usain Bolt.
La mia è solo una vana speranza. Lo aspettiamo: Claudio al suo fianco lo afferra per un braccio e io, camminando all’indietro, (sono o non sono un Gamber?) cerco di fargli luce e coraggio con qualche altra battuta. Di correre non se ne parla nemmeno e lui chiede in continuazione acqua, segno che vuole e deve aggrapparsi a qualcosa pur di scacciare quel demone che si arrovella nel suo stomaco. I nostri tre angeli custodi ci hanno ormai lasciato da tempo nelle mani della provvidenza e in qualche modo dobbiamo arrangiarci. Arriviamo finalmente alla tenda del Pronto Soccorso e qui troviamo acqua e thè caldo. Alessandro beve, tentando di espellere quell’”essere malvagio” e, nonostante l’operazione non vada a buon termine, comunque decide di proseguire.
Vedendo il suo volto ciruleo, merita solo il rispetto e l’ammirazione per il carattere e la forza d’animo con cui decide di “violentarsi” per la squadra… e gliene saremo per sempre grati.
Inizia così, pieno di incognite, il nostro personale “Prà di ratt”: quella terribile unghiata sulla parete della  montagna, resa ancor più dura dalle incessanti piogge degli ultimi giorni.
Abbiamo davanti a noi una fila indiana che pare infinita: nonostante le innumerevoli traversie fin qui accaduteci, raggiungiamo quelle terne e ci accodiamo senza cercare di sorpassarle, almeno per i primi metri.
Teniamo nuovamente la tattica che ci ha permesso di raggiungere Erve: Claudio in coda al terzetto con Alessandro in mezzo ed io alla testa anche perché Claudio, la cui rabbia agonistica ora è addirittura debordante, potrebbe incautamente alzare i ritmi e far spegnere definitivamente la luce al nostro amico in difficoltà. Proseguo, comincio a scavalcare alcune terne e mi fermo per vedere la situazione ma mi accorgo che ogni piccola mia accelerazione scava un solco tra me ed il resto della squadra e siccome squadra siamo e squadra saremo, mi fermo per farmi raggiungere e per illuminare quel tanto che basta per segnare la via.
Sorpassa che ti sorpassa arriviamo quasi all’agognata bocchetta, dove ad aspettarci ci sarà un ristoro: l’ultimo. E, sorpresa, scorgo lassù due canotte rosse e più su ancora un’altra: sono le “Tapaqueens”!!!! Bravissime: ormai non ci speravo più ma Sabrina, Sara ed Isabella sono ancora in splendida forma e proseguono senza batter ciglio. Un urlo e subito Sabrina risponde come solo lei sa fare: segno che stanno bene e poco dopo le raggiungo, dopo aver prodotto uno scatto che, di fatto, spacca in due il nostro team.
Mi fermo, le chiedo come stanno mentre giungono anche Ale e Claudio. Claudio fa loro i complimenti anticipati per l’impresa: ormai, arrivati a questo punto, manca solo una mezzoretta circa di comoda camminata prima di raggiungere la Capanna e godersi questa nottata di gloria.
Le abbandoniamo per poi fermarci al ristoro dove trovo nuovamente piccoli tranci di banana che afferro ed ingurgito voracemente perché, memore della mia esperienza di qualche anno prima, un po’ di potassio alla volta scongiura il pericolo di crampi.
Giungono anche Claudio ed Alessandro.
Ho voglia di correre: la forma è eccellente anche grazie ad una condotta di gara, nell’ultimo tratto, eseguita col freno a mano tirato e chiedo ad Ale il suo stato fisico. “Te la senti di correre un po’ Ale?”: la risposta è ferma e negativa ma va bene lo stesso: con un buon passo raggiungeremo la Capanna Monza al massimo in una ventina di minuti.  Proseguiamo da soli fino ad accodarci ad alcune terne che percorrono quello stretto, ma piacevole sentiero, camminando anche perché il fondo del terreno è  molto fangoso e scivoloso e una caduta proprio nel finale potrebbe rovinare una gara ormai giunta al suo epilogo.
Il finale, come sempre, fa esplodere i nostri cuori: le voci e il suono mono-tono dei chip che giungono alle nostre orecchie sono piacevoli melodie per la nostra “forma mentis”. L’emozione sale sempre di più con il passare dei metri e qui incredibilmente Alessandro ritrova quel poco di forza in più per accelerare ulteriormente un già buon passo, se paragonato alle sue condizioni.
Giungiamo in Capanna in compagnia di un altro team e ci rilassiamo finalmente per le foto di rito assumendo pose improbabili poi, in quattro ore e nove minuti esatti, la fine!
Un abbraccio ad Alessandro è il primo gesto che mi viene in mente: in quel momento è tutto ciò che mi sento di dargli e di dirgli. Abbraccio al quale si aggiunge Claudio per esprimere la sua gioia. E’ vero: manca la ciliegina ma la torta, visto come abbiamo affrontato le ultime due ore di gara, pare venuta benissimo lo stesso.
La prima persona che incontro è Daniela, indomita guerriera con la quale ho avuto l’onore di condividere un’epica battaglia a Custoza (e dove sennò?). Un cinque alto e un sorrisone dei suoi mi fanno capire che lei e le sue compagne sono andate alla grande: talmente alla grande che occuperanno il secondo gradino del podio nella speciale classifica al femminile (anche se qui l’appellativo di “sesso debole” è oltremodo inopinato) e addirittura un tempo finale di 4 ore e 09, distante dal nostro di soli pochi secondi.
Altri incontri, altri amici più o meno contenti e poi il ritiro dello zaino e un cambio che avviene nel più spartano dei modi. Giungono anche le mitiche “Tapaqueens” con un tempo finale addirittura tre quarti d’ora inferiore alla loro ultima performance datata 2009: quella dell’acquazzone senza fine.
Sabrina non si smentisce mai e di lì a poco mi inoltra la richiesta di un panino con la salamella innaffiata da una buona birra. Birra? E perché no, per Diana! Accetto subito il suo invito per poi infilarmi lo zaino, recuperare i miei compagni d’avventura e scendere dal fangosissimo “San Carlo”: rigorosamente tutti in fila indiana, assaporando quell’estasi che solo chi ha passato una fangosa notte di giugno sul “Resegone” può comprendere. Estasi che, in quella notte finalmente illuminata dalla luna, prenderà la strada per Carvico: là abita un ragazzone grande e grosso che finalmente la può raccontare. Da protagonista.

 

(Foto di Roberto Mandelli)  SERVIZIO FOTOGRAFICO 

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