Monza - 51^ Monza - Resegone
di Marco Stracciari la cronaca su podisti.net - le foto
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Dietro la “Quinta”
E
dopo tre anni ci ricasco. In realtà tre anni sono tanti, lontano
da quella che definisco sempre come la “migliore”, quella che
“prima o poi la devi fare anche tu, quella che “solo chi l’ha
fatta ne può parlare”, quella che ormai diventerà la mia
personale quinta volta.
La
Monza – Resegone: un frullato di sensazioni, stati d’animo,
emozioni, mal di testa e di pancia, crampi e vuoto mnemonico…
tutto questo in Suo onore, mentre la fine, quella che da sempre
sogni, ti guarda da lassù e ti aspetta pronta ad accoglierti o
respingerti, fedele alle leggi della montagna; dopo quella lunga
lingua d’asfalto tutta dritta e tutta suegiù, dopo che quella
lingua d’asfalto diventa un toboga di curve e scalini ed infine
quel budello di rocce e fango e il sentiero finale, dove non sai
più dove vai, non sai più dove sei ma soprattutto, spesso, non
sai più chi sei e con chi sei.
Sembra un girone dantesco e per molti infatti lo è ma.. come si
fa a rinunciarvi, almeno una volta l’anno? Me la sono regalata,
quest’anno, grazie alla richiesta dell’amico di mille battaglie
Claudio e davanti ad un perentorio e convincente “perché no!!”
la mia testa ha oscillato verticalmente. E Monza – Resegone fu.
Siamo
la squadra “E” delle otto iscritte come Gamber de Cuncuress
(complimenti a tutti: nessun ritiro!) anche se quest’anno ho
invitato un intruso. L’amico Alessandro, titubante per non
averla mai provata e per uno stato fisico non ancora ottimale:
il suo curriculum podistico narra di vette violate di corsa e
per strappare il suo “si” faccio leva sulle sue doti di
faticatore e di amante delle sfide: quelle che, come la “Monza”,
te le porti nella mente e nel cuore per tutta una vita.
Comincia male, questa nostra avventura, con un sorteggio che ci
condannerà certamente a rallentare vistosamente il nostro ritmo
nel tratto finale quando, sicuramente, troveremo terne ben più
lente di noi.
Appuntiamo sui nostri pantaloncini il numero 222, dopo aver
salutato almeno 150 – 200 atleti a me noti, in una fresca serata
di giugno resa ancor più frizzante dalla pioggia che da
settimane si impossessa senza tregua della nostra provincia.
Quest’anno, poi, l’edizione numero 51 ha un sapore particolare:
i primi 100 anni della Capanna Monza e i primi 100 della strada
che da Calolziocorte ci porterà a Erve: quella strada che sogno
di raggiungere al più presto possibile grazie anche ai numerosi
test in salita del mercoledì con i miei nuovi amici di Podismo
Brianza. E poi… la prima con lei, la persona che amo, che
finalmente affiancherà le sue compagne in questa splendida
avventura. Per svariati motivi ci siamo vicendevolmente
aspettati lassù in Capanna, rigorosamente a turno ma questa
volta non ci sono storie: suderemo, sbufferemo e soffriremo
entrambi per l’agognata meta.
La
partenza è come sempre molto suggestiva e mentre a Claudio
sudano le mani dalla tensione, io esterno una calma così fuori
luogo che quasi quasi mi sorprendo di me stesso. Ale, invece,
deborda in un entusiasmo tipico del debuttante: consapevole di
diventare protagonista di un’avventura ma forse ignaro di quale
avventura lo attende.
Ad
attenderci, invece, rigorosamente in auto ci saranno ben tre
“angeli custodi”, tre veterani della gara che per varie
vicissitudini saranno al nostro fianco in veste di “ammiraglia”.
Giorgio e Franco c’erano anche in quella sciagurata edizione del
2008, dove i miei due compagni dovettero subire le classiche
pene dell’inferno per tagliare il traguardo. A loro si aggiunge
Carletto, con il quale posso vantare di aver diviso l’attacco ad
una parete simbolo dell’alpinismo lombardo: il Corno Medale. Ma
non basta: c’e’ anche Luca, munito in bicicletta e cestino, per
i cambi volanti e sarà proprio lui a subire maggiormente il
diluvio che si abbatte da Usmate in poi: una mezzora di
autentiche secchiate d’acqua che ci investono ma che non ci
deprimono, anzi…
Con
un passo regolare tenuto da Claudio, che come sempre detta i
tempi della frazione su strada, raggiungiamo Merate e poi
Cernusco Lombardone, località che mi ricorda una mezza maratona
dolceamara di qualche mese fa.
I
primi 20 chilometri scivolano sull’acqua abbastanza velocemente,
anche se il nervo sciatico ogni tanto bussa; ma dalla discesa di
Calco comincio a sentire il mio ginocchio inviarmi un frullato
di dolori che mi fa pensare male. Ma, come successe a
Sommacampagna, tengo per me questo simpatico siparietto
consapevole, in caso contrario, di poter allarmare i miei
compagni. E si sa quanto conti l’essere squadra, in casi come
questi, anche dal punto di vista psicologico.
E in
breve fu Olginate e la sua “mouse falle”, tanto per usare un
termine caro agli appassionati di sci. Una vera trappola per
topi, quel ponte sull’Adda che tanta aria fredda riversa sui
poveri podisti ormai al limite delle proprie forze. Una trappola
alla quale si sfugge, credo, in un solo modo: cambiarsi d’abito
prima per avere a disposizione un indumento asciutto.
Qui
l’esperienza fa la differenza: avviso i miei compagni del
pericolo e con Claudio mi tolgo l’ormai madida canotta per
indossare un più confortevole smanicato. Alessandro in un primo
tempo fa spallucce ma appena attraversato il pericolo decide
anch’egli di sottoporsi alla pratica. Ma questo breve ritardo,
su un fisico già provato dallo sforzo, avrà conseguenze per lui
letali.
Calolziocorte: vedo a terra, poco prima del sottopassaggio, un
atleta e alcuni barellieri intorno. Conosco molti atleti e la
paura, oltre al dispiacere, è quella di vedere un amico in
difficoltà ma… le salite ci aspettano e come dicono gli esperti:
la Monza – Resegone comincia ora.
Purtroppo dalle poche notizie che raccolgo vengo a sapere che si
tratta proprio di un caro amico… ma per fortuna, dopo una corsa
al vicino ospedale, farà rientro a casa tutto intero e senza
conseguenze.
Conseguenze che invece avrà Alessandro e da qui in avanti
l’avventura del nostro “deb” diventerà una lotta senza tregua
contro quel “male” che si sta impossessando di lui. Crampi,
dolori di stomaco e vari sintomi di spossatezza contro cui
combatte e combatterà stoicamente per il resto della gara,
provandoci e riprovandoci e non tradendoci mai anche se, per il
solito gioco di squadra, comincia a scusarsi (inopinatamente)
per il suo stato e per la paura di condizionare negativamente
anche la nostra gara.
La
strada inizia a salire e con essa le prime rampe di scale, da
percorrere rigorosamente ad un buon passo. Vietato però
affrontarle di corsa: ti invogliano ma poi, lo sappiamo,
sicuramente presenteranno il conto sottoforma di contratture,
stiramenti e crampi vari. Qui Alessandro sembra riprendersi; e
quando Luca, il nostro angelo custode ciclista, ci abbandona,
cominciamo nuovamente a correre con passo corto ma svelto verso
il “Rossino”.
Sono
però vittima di un “guasto tecnico”: scopro che la pila frontale
gentilmente offertami da Giorgio ha lo sportellino porta
batterie rotto. Mi cadono senza che io me ne accorga e, una
volta indossato l’utile supporto, scopro di essere al buio.
Parte un’imprecazione ma Alessandro subito mi porge la sua
cambiando di fatto tattica di gara. Ora sono io che tiro il
gruppo, con Alessandro dietro a sfruttare la mia scia di luce e
Claudio a controllare da dietro che Alessandro non ceda.
E
non cede Alessandro: scale e salite diventano un lungo e
piacevole trampolino di lancio che in tre quarti d’ora, dal
trentesimo chilometro, ci fiondano ad Erve, dopo aver superato
una miriade di terne ormai allo sbando tra le quali gli amici di
Gorgonzola.
Erve,
e come al solito il solito boato e il solito bagno di folla.
Chiudiamo in 3h02’ e qui Claudio, con Alessandro però sotto
strani “effetti collaterali”, quasi esulta sognante un sub 4
che, a posteriori, sarebbe potuto anche essere nostro. Sarebbe,
perché Alessandro è nuovamente sottosopra ed “Erve” diventa “Evre”,
il Resegone “Enogeser” e l’unico suo pensiero, peraltro
esternato con evidente difficoltà, ci impone uno stop di lunga
durata. Penso e spero per l’amico che questa sia la parola fine
ad una sofferenza che ormai lo attanaglia da tempo ma invece,
una volta espletata la “formalità di rito”, Ale non se la sente
di tornare a correre.
Abbandoniamo Erve e, dopo la consueta foto sul ponte “Strano”,
veniamo aspirati definitivamente dall’oscura mano del destino,
mai come alla “Monza Resegone” gioioso e nello stesso tempo
beffardo. Con noi rischia di diventare addirittura crudele
quando Ale si accascia al suolo ormai al limite delle forze ed
in preda all’ennesimo “colpo” allo stomaco. Si posiziona come un
centometrista agli ordini dello starter e, parlando con un
addetto al percorso, cerco di sdrammatizzare avvisandolo che il
mio amico, provenendo dalla montagna, appena vede i sentieri
parte come Usain Bolt.
La
mia è solo una vana speranza. Lo aspettiamo: Claudio al suo
fianco lo afferra per un braccio e io, camminando all’indietro,
(sono o non sono un Gamber?) cerco di fargli luce e coraggio con
qualche altra battuta. Di correre non se ne parla nemmeno e lui
chiede in continuazione acqua, segno che vuole e deve
aggrapparsi a qualcosa pur di scacciare quel demone che si
arrovella nel suo stomaco. I nostri tre angeli custodi ci hanno
ormai lasciato da tempo nelle mani della provvidenza e in
qualche modo dobbiamo arrangiarci. Arriviamo finalmente alla
tenda del Pronto Soccorso e qui troviamo acqua e thè caldo.
Alessandro beve, tentando di espellere quell’”essere malvagio”
e, nonostante l’operazione non vada a buon termine, comunque
decide di proseguire.
Vedendo il suo volto ciruleo, merita solo il rispetto e
l’ammirazione per il carattere e la forza d’animo con cui decide
di “violentarsi” per la squadra… e gliene saremo per sempre
grati.
Inizia così, pieno di incognite, il nostro personale “Prà di
ratt”: quella terribile unghiata sulla parete della montagna,
resa ancor più dura dalle incessanti piogge degli ultimi giorni.
Abbiamo davanti a noi una fila indiana che pare infinita:
nonostante le innumerevoli traversie fin qui accaduteci,
raggiungiamo quelle terne e ci accodiamo senza cercare di
sorpassarle, almeno per i primi metri.
Teniamo nuovamente la tattica che ci ha permesso di raggiungere
Erve: Claudio in coda al terzetto con Alessandro in mezzo ed io
alla testa anche perché Claudio, la cui rabbia agonistica ora è
addirittura debordante, potrebbe incautamente alzare i ritmi e
far spegnere definitivamente la luce al nostro amico in
difficoltà. Proseguo, comincio a scavalcare alcune terne e mi
fermo per vedere la situazione ma mi accorgo che ogni piccola
mia accelerazione scava un solco tra me ed il resto della
squadra e siccome squadra siamo e squadra saremo, mi fermo per
farmi raggiungere e per illuminare quel tanto che basta per
segnare la via.
Sorpassa che ti sorpassa arriviamo quasi all’agognata bocchetta,
dove ad aspettarci ci sarà un ristoro: l’ultimo. E, sorpresa,
scorgo lassù due canotte rosse e più su ancora un’altra: sono le
“Tapaqueens”!!!! Bravissime: ormai non ci speravo più ma
Sabrina, Sara ed Isabella sono ancora in splendida forma e
proseguono senza batter ciglio. Un urlo e subito Sabrina
risponde come solo lei sa fare: segno che stanno bene e poco
dopo le raggiungo, dopo aver prodotto uno scatto che, di fatto,
spacca in due il nostro team.
Mi
fermo, le chiedo come stanno mentre giungono anche Ale e
Claudio. Claudio fa loro i complimenti anticipati per l’impresa:
ormai, arrivati a questo punto, manca solo una mezzoretta circa
di comoda camminata prima di raggiungere la Capanna e godersi
questa nottata di gloria.
Le
abbandoniamo per poi fermarci al ristoro dove trovo nuovamente
piccoli tranci di banana che afferro ed ingurgito voracemente
perché, memore della mia esperienza di qualche anno prima, un
po’ di potassio alla volta scongiura il pericolo di crampi.
Giungono anche Claudio ed Alessandro.
Ho
voglia di correre: la forma è eccellente anche grazie ad una
condotta di gara, nell’ultimo tratto, eseguita col freno a mano
tirato e chiedo ad Ale il suo stato fisico. “Te la senti di
correre un po’ Ale?”: la risposta è ferma e negativa ma va bene
lo stesso: con un buon passo raggiungeremo la Capanna Monza al
massimo in una ventina di minuti. Proseguiamo da soli fino ad
accodarci ad alcune terne che percorrono quello stretto, ma
piacevole sentiero, camminando anche perché il fondo del terreno
è molto fangoso e scivoloso e una caduta proprio nel finale
potrebbe rovinare una gara ormai giunta al suo epilogo.
Il
finale, come sempre, fa esplodere i nostri cuori: le voci e il
suono mono-tono dei chip che giungono alle nostre orecchie sono
piacevoli melodie per la nostra “forma mentis”. L’emozione sale
sempre di più con il passare dei metri e qui incredibilmente
Alessandro ritrova quel poco di forza in più per accelerare
ulteriormente un già buon passo, se paragonato alle sue
condizioni.
Giungiamo in Capanna in compagnia di un altro team e ci
rilassiamo finalmente per le foto di rito assumendo pose
improbabili poi, in quattro ore e nove minuti esatti, la fine!
Un
abbraccio ad Alessandro è il primo gesto che mi viene in mente:
in quel momento è tutto ciò che mi sento di dargli e di dirgli.
Abbraccio al quale si aggiunge Claudio per esprimere la sua
gioia. E’ vero: manca la ciliegina ma la torta, visto come
abbiamo affrontato le ultime due ore di gara, pare venuta
benissimo lo stesso.
La
prima persona che incontro è Daniela, indomita guerriera con la
quale ho avuto l’onore di condividere un’epica battaglia a
Custoza (e dove sennò?). Un cinque alto e un sorrisone dei suoi
mi fanno capire che lei e le sue compagne sono andate alla
grande: talmente alla grande che occuperanno il secondo gradino
del podio nella speciale classifica al femminile (anche se qui
l’appellativo di “sesso debole” è oltremodo inopinato) e
addirittura un tempo finale di 4 ore e 09, distante dal nostro
di soli pochi secondi.
Altri
incontri, altri amici più o meno contenti e poi il ritiro dello
zaino e un cambio che avviene nel più spartano dei modi.
Giungono anche le mitiche “Tapaqueens” con un tempo finale
addirittura tre quarti d’ora inferiore alla loro ultima
performance datata 2009: quella dell’acquazzone senza fine.
Sabrina non si smentisce mai e di lì a poco mi inoltra la
richiesta di un panino con la salamella innaffiata da una buona
birra. Birra? E perché no, per Diana! Accetto subito il suo
invito per poi infilarmi lo zaino, recuperare i miei compagni
d’avventura e scendere dal fangosissimo “San Carlo”:
rigorosamente tutti in fila indiana, assaporando quell’estasi
che solo chi ha passato una fangosa notte di giugno sul
“Resegone” può comprendere. Estasi che, in quella notte
finalmente illuminata dalla luna, prenderà la strada per Carvico:
là abita un ragazzone grande e grosso che finalmente la può
raccontare. Da protagonista.
(Foto di Roberto Mandelli) SERVIZIO FOTOGRAFICO