Monza (parco) – 20.03.2011
17° “Desmila al Parco” Gara Sociale de “I Gamber de Cuncuress” GAMBERETTI IN UMIDO Di Marco Stracciari |
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E rieccomi. Finalmente, dopo un piccolo “calvario” di alcuni mesi fatto di risonanze al ginocchio destro, diagnosi piu’ o meno azzeccate, serie di ultrasuoni, di ionoforesi, “gufate” di ortopedici e fisioterapisti forse inclini ad ogni pratica sportiva e, last but not least, una fastidiosa sciatalgìa che mi procurava fastidio al solo sedermi in auto per più di mezz’ora; sono tornato ad indossare un pettorale e a riassaporare l’atmosfera della gara.
Una gara, certo, seppur con i connotati dell’amicizia e del “non farsi male” che molti, credo, hanno usato come “test” per più’ impegnativi e gratificanti appuntamenti.
Ma oramai si sa: i viali del parco sono invitanti ma ostici e a questo diecimila (che più diecimila non si può) non manca nulla: un perfetto mix tipico del perfetto percorso podistico. Asfalto, sterrato, salitine, salitone, strappetti, discese e falsipiani; curve e controcurve fino ad arrivare, tagliare il traguardo e sentire il “beep” del proprio satellitare ultramoderno che sancisce esattamente il termine del 10° chilometro.
E’ stato un test anche per me, che non sapevo realmente quanto potessi valere di nuovo su questa distanza anche se nei due mesi che mi hanno fatto tornare “runner” non mi sono fatto mancare nulla: dalle ripetute brevi ai lunghi, dai collinari ai medi.
Allora sotto con la gara, anche se, un po’ per scaramanzia e un po’ per nascondermi, rilanciavo ai vari mittenti le sfide con dei laconici “vedremo” e vari “senza tirare..” che sono un po’ tipici di tutti noi.
Il diecimila dei Gamber o, per dirla usando l’idioma locale, il “desmila”è di nuovo bagnato, come se non più di due anni fa. Questo particolare me lo fa notare Luca, mentre arrivo all’improvvisato spogliatoio e deposito bagagli che e’ il sottotetto della cascina che ci ospita. Ombrello alla mano e poca voglia di buttarmi sotto a quella piccola cascata di gocce che non ci lascerà fin dopo la partenza.
Dopo l’iscrizione, il saluto ad almeno una cinquantina di atleti, compresi i due inattesi quanto super runners Pietro Colnaghi ed Emanuele Zenucchi (ma poi, perché ?); mi getto letteralmente sotto il diluvio per adempiere ai miei compiti di podista e mi allontano con Massimo in un riscaldamento – chiacchiera che ci porta lontani lontani. La partenza, prevista per le ore nove, subisce così un piccolo ritardo “grazie” anche a quei due che, di slancio, si intrufolano nella griglia di partenza. Un saluto ancora a Michele, il signor sponsor anch’egli della contesa, e via.
E ora mi sembra ieri, quando, alla fine dell’ottobre scorso, partivo per l’ultima mia competitiva e, come allora, partenza in sordina come quasi sempre d’abitudine.
Il passo e’ comunque svelto, la falcata ampia ma si sa: nei primi metri un po’ per la voglia di strafare e un po’ perché si e’ ancora freschi, le sensazioni sono sempre buone ma questa volta e’ diverso. E iniziano gli avvicinamenti, i sorpassi e dopo aver affrontato il tratto più infame del percorso fatto di fango ed immense pozze, comincio a raggiungere e superare Claudio, Gerardo e via via molti altri fino ad affiancarmi a Luca. Rimango con lui per un chilometro circa e lui, già col fiato corto, mi esorta ad andare. Dapprima non lo ascolto ma, una volta affrontato il viale Cavriga (un chilometro circa tutto in salita) lo lascio sul posto “puntando” il mio prossimo obiettivo. Dopo quattro chilometri e mezzo sono in compagnia di Dario, che avevo preso come riferimento qualche centinaio di metri prima, e lo supero. E mentre mi pongo obiettivi su obiettivi, le gambe rispondono sempre meglio facendomi inconsciamente provare sensazioni ad ogni metro sempre più belle. La pioggia ora ci da’ tregua ma quasi non me ne accorgo. Sono in trance agonistica e più che guardare il cronometro, cosa che non ho mai fatto per tutta la durata della gara, mi concentro sul prossimo bersaglio. Una coppia, poi un piccolo trenino di tre atleti, dai quali sbuca l’inconfondibile bandana e la riconoscibilissima canotta dei Falchi Lecco. E’ lo zio Terraneo! E il solo fatto di trovarmi con lui, cosa che raramente per me avviene, mi da’ un’ulteriore carica. Lui mi sta dietro ma sbuffa come la prima Napoli / Portici. Dal canto mio, invece, non do’ mai l’impressione di cedere o di sprofondare nell’affanno. Con lui, in questo trenino, c’e’ il “DiPo” Alessandro che, tuonando ridanciano, mi ricorda che ormai il viale Mirabello e’ il nostro punto d’incontro di questa kermesse. Rido e lo lascio, ma Marco (il “Falco) non mi molla anche se ormai il respiro ha lasciato il passo ad un più preoccupante rantolo e mentre laggiù compare la lunga sagoma di Massimo, sparo forse il mio miglior chilometro allungando sugli inseguitori e cercando di raggiungere quelli che credevo irraggiungibili. E invece no: altri 500 metri e oramai gli sono addosso. Sono Massimo e un altro “DiPo” (oggi era “sociale” anche per loro). La tentazione di farmi tirare e’ tanta ma, nonostante fossimo alle battute conclusive, mi sento ancora molto fresco.
Massimo mi confida di essere alla frutta. Accelero, mi segue; rallento, e lui si fa sotto affiancandomi; accelero ancora per vedere come va e, a circa tre-quattrocento metri dall’arrivo, allungo. Lui non c’e’ più: ormai la sua gara e’ finita lì, alla grande comunque e con un ottimo riscontro cronometrico.
Ultima curva, un ultimo saluto ai due-tre amici che mi incitano e una volta giunto ad una trentina di metri al traguardo, ormai solo, mi abbandono a quella che i francesi chiamano la “195metres de bonheur”. Il responso ufficiale e’ più che soddisfacente, ottimo direi (come recitava lo spot della famosa cera per pavimenti) e comunque ne ho ancora, di energie, abbastanza per aspettare Massimo, giungere di corsetta con lui fino al ristoro, e ripartire con Luca ed un suo amico per un chilometro abbondante di trotto defaticante.
A poco a poco arrivano tutti, più o meno duecento podisti; e nonostante le avverse condizioni meteo sono un numero onestamente accettabile per una corsa alla “buona” come la nostra.
Buona come il ricco ristoro finale, al quale manca pero’, visto il meteo inclemente, un caldo bicchiere di tè, da alcuni invocato invano.
Ma per il resto c’e’ davvero tutto compresi i riconoscimenti per i primi cinque “Gamber” arrivati (e qui ringraziamo il mugnifico sponsor), crostate e ottime brioches al cioccolato.
E come ogni varietè che si rispetti, anche qui la comica finale: la classica “sciura”, dal cui aspetto pareva molto poco runner e molto “suocera”, riesce a lamentarsi per l’incerta fragranza di una fetta di torta. Per un attimo mi spiazza ma poi, riacquistando la mia proverbiale bronzea fisionomia, la avviso: “Sciura: ma com’e’ giovane e fresca: pensi che questa torta e’ più giovane e fresca di lei. Come fa a dire che e’ vecchia?”. Tradotto in italiano: “noi siamo Gamber: prima pensiamo a correre, poi al resto. Se ha voglia di una fetta di torta e di un cappuccio, a Villasanta una pasticceria aperta la trova sempre!