31.07.2011 Premana (LC)  

19°Giir di Mont

Di Marco Stracciari

La cronaca su podisti.Net


 

“Briganti di Montagna”
E’ un martedì sera, il martedì che precede la gara, ed i miei occhi sono appoggiati su una pagina web mentre il cervello, o quel poco che ne è rimasto, comincia ad elaborare. La pagina web non è altri che la scheda di iscrizione del Giir di Mont, una gara alla quale non pensavo di partecipare ne’ quando ero abbastanza in forma ne’ ora, alle prese con una forma a dir poco scadente e pieno di doloretti al ginocchio e non solo.
Rimane aperta e per un po’ vuota quella pagina. Non penso minimamente al giro lungo, già percorso per un lungo tratto con gli amici di PB qualche settimana prima. Sarebbe una sorta di “de profundis” per le mie giunture e per il mio fisico; ma la 20km? So che ci andranno ben 9 “Gamber” e l’idea di farli arrivare in doppia cifra mi alletta. E tutto sommato sarà un’allegra scampagnata e niente di più e allora: perché no?. Queste per me sono le gare “senza tempo”: tutti arrivano e tutti vincono, soprattutto per chi, come me, vive in pianura e si confronta con gli stambecchi delle valli.
Basta: non ci penso più ed inizio. Nome, cognome, tutto il corollario di dati e senza un attimo di esitazione clicco il tasto “invio”. Sono nell’evento, anche se, nell’edizione “mignon”.

Dopo un sabato sera trascorso come mai un atleta dovrebbe trascorrere, la sveglia suona alle 4 e come sempre mi domando perché  e per chi, ma quando Claudio mi ospita sul suo Kangoo già cambio idea e umore, anche se il sonno è ancora molto pesante.
Arriviamo a Premana e il clima di festa mi avvolge: a tal punto che passo più il tempo a salutare persone che a pensare a me stesso, ma ormai questo fa parte dei miei pregara. Non sono per nulla teso e anzi ho voglia di scherzare, parlare e divertirmi tra quei monti che spesso, con Sabrina, hanno ospitato i nostri passi pesanti per arrivare alla “Casera Vecchia”.

La partenza avviene con qualche minuto di ritardo e subito, come previsto, si crea il classico imbuto da sentiero. Un sentiero che picchia giù deciso verso la zona industriale e qui vedo Guido già in grossa difficoltà, per una storta presa pochi minuti prima. Dovete sapere che il Guido in questione è uno dei migliori podisti lombardi della sua categoria (che poi è la mia) ma soffre terribilmente quando l’asfalto lascia il posto a sassi, roccette e radici soprattutto in discesa… insomma: non è certo uno “da montagna”. Lo lascio sul posto, sapendo che tra non molto, quando affronteremo la prima salita sulla “strada del Ferro” mi sorpasserà senza indugi.
Si scende su questo scivoloso ciottolato e io scherzo, rido e racconto aneddoti per passare questi primi minuti che sembrano tutto fuorché una competizione.
Strada del Ferro: si inizia a salire e come da pronostico Guido mi supera di slancio mentre io raggiungo altri Gamber partiti con più velleità di me. Prima Andrea, poi Roberto con il quale percorriamo il lungo tratto che ci separa dall’Alpe Rasga. Inversione a U e vedo Dario decisamente più avanti: segno che sta bene e che farà un garone. Con Roberto raggiungiamo suo fratello Luigi e formiamo un trenino di Gamber, insieme a Gerardo, all’interno di un lungo serpentone di atleti che sbuffano e arrancano sulla prima vera salita del percorso, salita che ci porterà all’Alpe Premaniga: quota 1400.
Guida questo treno una certa Daniela, dal cognome importante, incitata ed osannata da tutti al punto tale che mi chiedo se è del posto. La risposta la trovo allorché noto che tutti gli spettatori hanno in mano un foglio di carta: la lista dei partenti sul quale capeggia, oltre a nome e cognome, anche il numero di pettorale. Ovviamente, essendo l’unica donna del gruppo, le attenzioni maggiori spettano a lei, ma arrivati alla “Premaniga” urlo, con voce stentorea e baritonale: “anch’io mi chiamo Daniela!!”. Prima risata generale ma subito dopo rincaro la dose elencando con un incerto accento brasiliano una sorta di listino prezzi ad uso e consumo di donnine di malaffare. Altra risatona mentre il tutto succede su un tratto di sentiero che sicuramente rasenta il 30% di pendenza. Sto bene, non sono in affanno e cerco di stare ai garretti della Daniela dal cognome importante.
E Guido? Lo prendiamo quando la salita lascia il posto ad un piacevole tratto “suegiù” e conoscendo la sua nulla attitudine per il “giù” lo superiamo a grandi falcate mentre lui il “giù”, che poi non è altro che una breve, ma ripida discesa di roccette, lo affronta come si affronterebbe un “10 tiri” in corda doppia. La caviglia dolente aggiunge difficoltà a difficoltà e lo lasciamo al suo destino.
Dò un’accelerata, stacco i fratelli e Gerardo e, complice l’inizio di una nuova salita, mi raggiunge Gianluca mentre la Daniela dal cognome importante  se ne va. Gianluca mi supera ma rimane davanti di pochi metri, abbastanza per scambiare chiacchiere ed impressioni sulla gara e sui meravigliosi scenari che offre e che mi godo non avendo ancora volutamente trovato un ritmo da fiatone e spossatezza generale. Raggiungiamo, grazie ad un bel sentiero a mezza costa immerso nel bosco, l’Alpe Solino, ormai a 1600 di quota non prima di aver lasciato un atleta dell’Avis Pavia in preda all’acido lattico. Sale davanti a me, ma sbanda ripetutamente, segno che le gambe ormai l’hanno lasciato. Va su di testa più che di gamba e ancora la strada davanti a sé è ancora lunga. Lo supero ma penso che anche le mie, di gambe, potrebbero subire la stessa sorte, il che sarebbe deleterio una volta imboccato il sentiero del ritorno, tutto in discesa e corribilissimo, ma comunque tecnico… e qui le gambe ed una buona lucidità mentale servono per fare la differenza.
Alpe Solino: uno spettacolo di pubblico e di “caos” positivo lì, come in tutti gli altri alpeggi, che ci attendono: una carica di cui molti di noi hanno bisogno. Tanta gente, anche grazie al meteo meraviglioso, e tutti che ci incitano e scandiscono i nostri nomi. La cosa mi fa piacere a tal punto che contraccambio battendo le mani: “bravi voi!” rispondo perché so quanto può essere importante un appoggio del genere, soprattutto quando si affronta una crisi. E un “bravi voi!” a tutti i volontari che incontriamo ai ristori, numerosi come mai mi è capitato di vedere da quando frequento le gare “in quota”.

Intanto Gianluca scappa e mentre affrontiamo l’ultima asperità del percorso mi si apre di fianco uno scenario da favola. Lassù la cima del Legnone che ci scruta severo e in mezzo a queste rigogliose montagne violate da noi, briganti di montagna, si adagia il Lago di Como. Questa meraviglia mi fa rallentare… è o non è una corsa senza tempo? E poi, tutta questa fatica per arrivare qui e non riempirmi gli occhi e la mente di tale spettacolo? Ma scherziamo? E mentre mi lascio cullare da questa splendida cornice è l’Alpe Deleguaggio e i suoi numerosi spettatori a comunicarmi che la fatica praticamente finisce qui… ma qui comincia la mia gara. Consapevole di avere una buona attitudine da discesista e sapendo che qui la discesa è affrontabile a “cannone” (come direbbe il buon Alessandro) mi stacco a poco a poco dal trenino e avverto Gianluca di dare una “sgasata” al suo motore. Risposta errata: mi avverte che la discesa sta a lui come la scuola sta al Pierino delle barzellette e allora mi involo. I gradoni ospitano i miei piedoni e fregandomene altamente di quello che potrebbe pensare il mio ginocchio destro “tiro” che è un piacere fin quando, dopo altri sorpassi, mi accodo ad un atleta con il quale, pur correndo di buona lena, comincio a scambiare pensieri ed opinioni vari. Mi chiede, come del resto hanno fatto altri correttissimi atleti, se voglio passare ma per ora a me basta così. La compagnia è comunque piacevole ed insieme superiamo un altro atleta in evidente difficoltà: forse si sarà chiesto come facevano quei due che, a rotta di collo, parlavano allegramente come fossero al mercato del paese.
Sento ormai l’odore del traguardo e sorpasso anche il mio occasionale amico, chiedendogli però se vuole condividere con me la gioia di tagliare il traguardo. La sua risposta è perentoria: “difficile che qualcuno mi passi in discesa, ma visto come vai ti lascio tranquillamente andare”. Detto e fatto, lo stacco e prima di arrivare a Premana ne supero un altro ma… a trecento metri dal traguardo finalmente vedo Sabrina, accompagnata da Luca, che mi saluta e mi stampa una bella foto. La saluto con un sorriso ed un saluto “surfistico”, facendole capire che tutto va per il meglio. Ormai sono duecento i metri che mi aspettano: asfalto e salita però e qui, non avendo nessuno davanti e nessuno alle spalle, me la godo alla grande passando con un passo che più lento non si può attraverso due ali di folla che difficilmente ho visto altrove. Lo speaker annuncia il mio nome e, non senza difficoltà, il nome del mio gruppo di appartenenza mentre i bambini mi tendono le mani in attesa di un “cinque”, prontamente ricambiato. Poco più di due ore e mezza è il verdetto finale di una gara affrontata senza il minimo affanno, senza la minima crisi e con un tratto finale corso davvero come ai vecchi tempi. Un saluto agli amici che mi hanno preceduto e subito al ristoro a tracannare la prima delle quattro birre della giornata. Eh sì, ristoro con  birra, frutta e bendiddio vari! A fatica mi stacco da quegl’invitanti banchetti per godermi l’arrivo di altri amici, prima della meritata doccia e delle abituale considerazioni post-gara.
Ma è il momento dei primi arrivi della gara “lunga”: il vero Giir di Mont. Arrivano a poco a poco i campioni delle vette e poi i primi “terrestri”, tra i quali vi sono gli amici Alessandro e Claudio.
Ale conclude con un tempo nettamente sotto le cinque ore: stanco ma felicissimo e poco più tardi giunge Claudio. Lo attendo con una bottiglietta in mano e quando lo vedo gliene verso un po’ addosso, come farebbe un tifoso di Contador sul Tourmalet. Claudio trova la forza di sorridere, consapevole di aver fatto, come tutti questi “briganti di montagna”, una grande cosa in una splendida mattinata di fine luglio, “In piedi su creste che il cielo tagliano…”

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