17 Ottobre Pian Camuno (BS)





3° Mulatere de Pia
Cado dalle nubi
di Marco Stracciari

Sono le 5.45 di un’uggiosa domenica mattina. Le previsioni erano pessime e, come ormai spesso accade, ci hanno azzeccato. Mi alzo e tiro le tende con una lentezza tale da ricordare un giocatore di poker mentre spilla le carte… la sentenza: piove.

Colazione, vestizione e via, verso Seriate, dove ad attendermi c’è Alessandro, che mi ha coinvolto in questa avventura dopo la sgambata in Grignetta del giovedì; e c’è Silvia, che sarà anch’essa della “contesa”.

Gira che ti rigira per la zona industriale di Seriate troviamo finalmente un parcheggio. Nessuno si prende la briga di ricordare un luogo, un nome, un qualsiasi riferimento. Sarà una leggerezza che risulterà letale per il ritrovamento dell’auto al ritorno.

Finalmente si parte, direzione Pian Camuno, Brescia, e piove ancora anche se in maniera più tenue. Ma le nubi sono basse e le cime che ci circondano sono già imbiancate.

Poco male: ormai le temperature saranno queste e queste dovremo tenerci fino alla prossima primavera, ma il necessario riscaldamento, visto l’orario d’arrivo, è a dir poco sommario. In mezz’ora ci toccherà svolgere le seguenti pratiche: iscrizione, vestizione, riscaldamento, punzonatura.

E alle nove, o anche qualche secondo prima, il via. Un primo chilometro da percorrere su strada, leggermente in discesa, che fa fermare il mio cronometro sui tre minuti e 39’ ma… finita la pacchia e inizia la salita, prima su strada e poi sarà mulattiera. Lunga, scivolosa per la pioggia caduta, e che ora, per fortuna, non cade più, e ripida: a volte molto ripida, a volte meno. Ti permette di corricchiarla, a volte, anche se si fa un passo in avanti e due indietro per il fango e i ciottoli che sembrano grossi cubi di ghiaccio. Supero e vengo superato, quest’ultima situazione in modo più frequente, ma come dice il mio amico Ale, qui tutti vincono: basta finirla.

E poi, se si viene superati, come si fa a mettersi a ruota quando ormai si è al “tubo del gas”? E invece mi faccio superare da un atleta che però ha un passo tale da potermi permettere di mettermi alla sua ruota e “sfruttare” il suo passo e quando la mulattiera diventa, per brevi tratti, strada asfaltata, mi posso permettere il lusso di staccarlo leggermente. Mentre percorriamo quei tornanti in cemento tra i pascoli e gli alpeggi vedo dietro di me Ale che, nonostante il suo cronico problema al piede, non molla un centimetro.

Ho la testa tra le nubi ormai, e ormai anche tutto il resto. Fa freddo ed è molto umido lassù, anche se ci troviamo ad un’altitudine abbastanza relativa: non più di 900 metri sul livello del mare.

Un cartello indica a 300 metri il gran premio della montagna e, mentre si scollina, un piccolo ristoro ci attende con del tè caldo. Mi verrebbe quasi la tentazione di fermarmi e berne un po’ ma la discesa, anch’essa su asfalto, è troppo invitante e allora mi butto a rotta di collo verso… verso un sentiero impervio, scivolosissimo, ripido e pericoloso. E qui, penso, Alessandro mi salterà in testa e si involerà verso il traguardo, conoscendo le sue attitudini da “discesista”. E invece.. e invece, come successo a Ubione, ne prendo uno e quando sto per prenderne un altro, questo scivola e cade pesantemente a terra. Penso di prestargli soccorso, ma soprattutto mentre sto pensando come fare a fermarmi per prestargli soccorso lui, grazie anche alla sua giovane età, si rialza come un gatto e riparte, anche se con maggiore cautela.

I tratti, viscidi, di sentiero e mulattiera si alternano a tratti altrettanto ripidi in asfalto e le curve, spesso a gomito, non aiutano a tenere un’andatura costante.

Ma ormai sta per finire: non mi sono goduto per nulla il paesaggio, un po’ per l’andatura “tirata” e un po’ perché le nubi ce lo hanno impedito. Ma mentre penso di assaporarmi l’ultimo chilometro in asfalto, un addetto ci fa deviare verso l’ultima, fangosa, asperità del percorso. Una ripida salita di  3 – 400 metri che mi blocca letteralmente le gambe, abituate ormai ai ritmi vertiginosi impressi dalla discesa. Ma non sono l’unico a bloccarmi: mi giro e vedo altri atleti che hanno il mio stesso problema, confermato dalle chiacchiere tipiche del dopo gara.

E in più, nel tratto conclusivo, anche le scale! Ma ormai sono arrivato e sento lo speaker annunciare il mio nome e il nome del mio gruppo, finalmente pronunciato come si deve.

Poco prima della curva conclusiva alcuni bimbi mi porgono le loro manine per un “cinque” e mi presto volentieri alla pratica. Giungo alla fine di questa mia reale fatica sopra l’ora e 18 e sono molto soddisfatto: nonostante la “sgambata” del giovedì e la “lunga” del venerdì sul San Genesio e Crocione, ho l’impressione di aver fatto una bella gara, migliore di quella di una settimana prima ad Ubiale: me lo ha permesso anche il percorso, duro quanto basta, ma non come quello che ci portò sul Monte Ubione.

Il tempo di sorseggiare finalmente un tè caldo ed arriva Alessandro, felice per aver nuovamente tagliato un traguardo dopo tutte le traversie che il suo piede malato gli ha fatto passare e, dieci minuti dopo, arriverà anche Silvia. Purtroppo per lei una mano gonfia e varie escoriazioni lungo il gomito destro, infortuni figli del percorso tutt’altro che agevole. A lenire le sue sofferenze, peraltro ben nascoste, ci penserà la classifica: sarà terza di categoria con premiazione e meritata foto sul podio.

E’ finita anche questa, le gambe sono di legno ma già penso a quando sarà la prossima… il mondo sky mi ha conquistato e lo ha fatto senza troppi sforzi: la montagna è vita, anche se tra questi sentieri ha chiesto qualche sacrificio. Non a me, per fortuna: la mia vittoria è di averla conclusa bene, senza cadere e senza farmi male.. come dice Ale!

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